GIORNALISTA SI NASCE O SI DIVENTA?

Inter­vi­sta a Fran­co Abruz­zo, pre­si­den­te dell’Ordine dei Gior­na­li­sti del­la Lombardia

Un dibat­ti­to che si pro­lun­ga ormai da trop­po tem­po è quel­lo sul­la for­ma­zio­ne del gior­na­li­sta. All’inaugurazione del master di gior­na­li­smo alla Sta­ta­le di Mila­no, il pre­si­den­te dell’Ordine dei gior­na­li­sti del­la Lom­bar­dia, Fran­co Abruz­zo, ha ripre­so l’ argo­men­to dichia­ran­do che gior­na­li­sta si diven­ta con la for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le, sto­ri­ca e poli­ti­ca. E’ comun­que neces­sa­ria una cer­ta voca­zio­ne e una cer­ta capa­ci­tà natu­ra­le di par­la­re con la gen­te, di anda­re sul­la noti­zia. Insom­ma, un po’ di fiu­to non guasta.

Dot­tor Abruz­zo, lo scor­so ago­sto lei è sta­to uno dei pro­ta­go­ni­sti di un dibat­ti­to fra Capez­zo­ne, par­la­men­ta­re rosa­pu­gni­sta, e alcu­ni espo­nen­ti dell’Ordine dei gior­na­li­sti. Il par­la­men­ta­re ha riti­ra­to fuo­ri un vec­chio tema caro ai radi­ca­li: l’abolizione dell’Ordine dei gior­na­li­sti.
L’Ordine è il rico­no­sci­men­to giu­ri­di­co di una pro­fes­sio­ne. E’ un ente pub­bli­co che orga­niz­za le pro­fes­sio­ni. All’interno dell’ordine c’è il con­si­glio che è il giu­di­ce disci­pli­na­re e del­le iscri­zio­ni, cioè un giu­di­ce ammi­ni­stra­ti­vo. I radi­ca­li voglio­no inde­bo­li­re i gior­na­li­sti e adot­ta­re il siste­ma fran­ce­se. Con tut­to il rispet­to per la Fran­cia, noi sia­mo in Ita­lia e la nostra Costi­tu­zio­ne ha una nor­ma che i fran­ce­si non han­no: l’articolo 33 com­ma 5, che sta­bi­li­sce che per svol­ge­re una pro­fes­sio­ne si deve soste­ne­re un esa­me di sta­to. Ci vuo­le comun­que qual­cu­no che lo fac­cia fare, che si chia­mi Ordi­ne pro­fes­sio­na­le o in un altro modo. Lo Sta­to ha però tut­to il dirit­to di ripren­der­si le dele­ghe che ha dato agli ordi­ni e di chiu­der­li, a pat­to che ven­ga­no rim­piaz­za­ti da una leg­ge di due o tre arti­co­li in cui si affi­da l’esame di sta­to alle uni­ver­si­tà, si sta­bi­li­sce che l’albo deve esse­re affis­so nel sito inter­net del mini­ste­ro del­la giu­sti­zia e che il giu­di­ce disci­pli­na­re del­le pro­fes­sio­ni intel­let­tua­li è la pri­ma sezio­ne civi­le dei tri­bu­na­li dei capo­luo­ghi di regio­ne. In alter­na­ti­va è neces­sa­ria una leg­ge dell’ordine che sta­bi­li­sca le rego­le deon­to­lo­gi­che che il pro­fes­sio­ni­sta deve segui­re. Sen­za un ordi­ne di appar­te­nen­za il pro­fes­sio­ni­sta diven­ta un impie­ga­to di reda­zio­ne e non ha più il segre­to pro­fes­sio­na­le da rispet­ta­re. Così, qua­le infor­ma­to­re si fide­rà a rive­la­re le infor­ma­zio­ni al gior­na­li­sta? L’articolo 21 del­la nostra Costi­tu­zio­ne sta­bi­li­sce la liber­tà di cro­na­ca, ma que­sto non vuol dire che esse­re gior­na­li­sta ci da il dirit­to di poter dire tut­to quel­lo che voglia­mo. La liber­tà si affer­ma su due pila­stri: digni­tà del­la per­so­na e veri­tà sostan­zia­le dei fat­ti. Si può anche dif­fa­ma­re una per­so­na però il fat­to deve esse­re vero, di inte­res­se pub­bli­co, scrit­to civil­men­te e nel­la sua essen­zia­li­tà. I nostri padri costi­tuen­ti han­no dise­gna­to una stam­pa libe­ra, sen­za limi­ti e con­fi­ni e l’Ordine dei gior­na­li­sti rea­liz­za que­sto loro dise­gno garan­ten­do la deon­to­lo­gia come valore. 

Comun­que, la mag­gio­ran­za al gover­no ha, già det­to che nel pro­gram­ma dell’Unione è pre­vi­sto l’aggiornamento degli Ordi­ni, non la loro abolizione. 


Più di una vol­ta lei ha affer­ma­to l’importanza di affi­da­re la for­ma­zio­ne del gior­na­li­sta alle uni­ver­si­tà. Allo­ra lei vede di buon occhio le facol­tà di gior­na­li­smo e scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne?
Il Par­la­men­to ha affi­da­to al mini­ste­ro dell’università il com­pi­to di pre­pa­ra­re tut­ti i pro­fes­sio­ni­sti, com­pre­si i gior­na­li­sti. Que­sto prin­ci­pio esi­ste, va solo attuato. 


Ciò nono­stan­te per acce­de­re alla pro­fes­sio­ne è qua­si diven­ta­to indi­spen­sa­bi­le fre­quen­ta­re un master o la scuo­la di gior­na­li­smo. La “Car­lo De Mar­ti­no” di via Fabio Fil­zi è, pos­sia­mo dire, il caval­lo di bat­ta­glia dell’Ordine del­la Lom­bar­dia.
La “De Mar­ti­no” è la pri­ma scuo­la di gior­na­li­smo ita­lia­na rea­liz­za­ta con una deli­be­ra del ’74 da que­sto con­si­glio dell’Ordine, e che ha comin­cia­to a muo­ve­re i pri­mi pas­si nel ’77. Sia­mo ora al quin­di­ce­si­mo bien­nio. Nasce da una col­la­bo­ra­zio­ne fra l’Ordine dei gior­na­li­sti del­la Lom­bar­dia e la Regio­ne. In 30 anni la Lom­bar­dia ha spe­so per noi 15 miliardi.


Spes­so ci si ren­de con­to che gli arti­co­li dei gio­va­ni gior­na­li­sti man­ca­no di quel “quid” dovu­to all’esperienza. La gavet­ta non è una miglio­re mae­stra rispet­to alla scuo­la o ai master?
Que­sto è un dibat­ti­to che va avan­ti da qua­si 80 anni e se ne è occu­pa­to anche Gram­sci. Nel ‘27 il segre­ta­rio del sin­da­ca­to fasci­sta dei gior­na­li­sti, Erman­no Ami­cuc­ci (fu anche diret­to­re del Cor­rie­re del­la Sera) andò, con Bot­tai (mini­stro del­la cul­tu­ra popo­la­re, il fami­ge­ra­to Min­cul­pop), negli Sta­ti Uni­ti dove visi­tò la scuo­la Puli­tzer e se ne inna­mo­rò. Con un decre­to di un solo arti­co­lo, nel ’30 a Roma, par­tì la scuo­la pro­fes­sio­na­le di gior­na­li­smo e che fu atti­va per quat­tro anni. Bot­tai, che inse­gna­va a scien­ze poli­ti­che a Peru­gia, fon­dò l’indirizzo gior­na­li­sti­co. Chi sce­glie­va que­sto indi­riz­zo dove­va fre­quen­ta­re la scuo­la di Roma per sei mesi e poi era dot­to­re in scien­ze poli­ti­che ad indi­riz­zo gior­na­li­sti­co con il dirit­to di iscri­ver­si nell’albo dei pro­fes­sio­ni­sti, allo­ra non esi­ste­va l’esame di sta­to. In una let­te­ra dal car­ce­re Gram­sci dice che è giu­sto che i gior­na­li­sti si for­mi­no in una scuo­la per­ché devo­no stu­dia­re. Bot­tai e Ami­cuc­ci, face­va­no par­te del­la fron­da del par­ti­to fasci­sta e furo­no pre­sto in rot­ta di col­li­sio­ne con Sta­ra­ce, gerar­ca ultraor­to­dos­so che, spal­leg­gia­to dal diret­to­re del “Mat­ti­no” di Napo­li, fece pre­va­le­re il prin­ci­pio secon­do il qua­le i gior­na­li­sti non si for­ma­no stu­dian­do ma nasco­no “impa­ra­ti”. A fare le spe­se del­la dia­tri­ba fra fron­di­sti e orto­dos­si fu la scuo­la di Roma che chiu­se i bat­ten­ti dopo appe­na tre anni.

a cura di Maga­li Prunai

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