IL NEMICO PIU’ INFIDO

L’autolesionismo, quan­do è meglio puni­re il pro­prio cor­po che affron­ta­re la realtà

Quan­do qual­cu­no ci vuol far male, lo indi­vi­duia­mo come nemi­co e ci affret­tia­mo a met­te­re le distan­ze: tan­to per comin­cia­re, quel­le che copro­no lo spa­zio di un brac­cio allun­ga­to e la mano, fino all’estremità dell’indice che gli pun­tia­mo con­tro. A vol­te l’indice lo dob­bia­mo pun­ta­re ver­so noi: quan­do sia­mo “taglia­to­ri” o “self-inju­red”. Quan­do sia­mo auto­le­sio­ni­sti.

Le mani a grat­ta­re la cute, il raso­io a scar­ni­fi­ca­re, la siga­ret­ta spen­ta sul brac­cio, litri di alcol pom­pa­ti in cor­po, dro­ghe come men­ti­ne, 4 etti di car­bo­na­ra ingur­gi­ta­ti, segui­ti da un budi­no per des­sert: que­sti sono solo alcu­ni dei com­por­ta­men­ti cata­lo­ga­ti come auto­le­sio­ni­sti. Il comu­ne deno­mi­na­to­re è la deli­be­ra­ta pro­du­zio­ne di una mino­ra­zio­ne su se stes­si. «L’espressione di una rab­bia inter­na» — spie­ga la dot­to­res­sa Euge­nia Pelan­da, pre­si­den­te dell’Associazione Area G scuo­la di psi­co­te­ra­pia atti­va nell’ambito dell’intervento del disa­gio psi­chi­co gio­va­ni­le — «far­si del male e vive­re attra­ver­so il dolo­re fisi­co per sen­tir­si vivi e per allon­ta­na­re il dolo­re psi­chi­co: un’angoscia incon­te­ni­bi­le». Que­sto disa­gio riguar­da soprat­tut­to il mon­do dei gio­va­ni; la mani­fe­sta­zio­ne più estre­ma, quel­la sui­ci­da, è la ter­za cau­sa di mor­te per i ragaz­zi tra i 15 e i 24 anni. Un gran nume­ro di auto­le­sio­ni­sti tro­va sfo­go nei forum; ecco gli stral­ci di un post lascia­to da una ragaz­za: «Par­te un dolo­re dentro…è un altro di quei momen­ti in cui stai per­den­do il con­trol­lo, in cui la sof­fe­ren­za non può esse­re ascoltata…La sfe­ra del rea­le ini­zia a sbia­di­re: non sei più Sara, non sei più bel­la, non sei più intel­li­gen­te, non sei più nul­la. Il vuo­to che sen­ti intor­no è insop­por­ta­bil­men­te pie­no di rabbia…Come sop­por­ta­re una simi­le impo­ten­za? Una lamet­ta. Improv­vi­sa­men­te pren­di in mano la situazione…Una vol­ta fini­to, il tuo segre­to è coper­to dai vestiti…torni a rimet­ter­ti quel­la masche­ra che pia­ce a tut­ti». Che dif­fe­ren­za c’è, dun­que, tra chi mostra i segni dell’autolesione e chi, come Sara, li nascon­de? «È un diver­so modo di comu­ni­ca­re» — spie­ga la dot­to­res­sa Pelan­da — «chi mostra aper­ta­men­te è più aggres­si­vo nei con­fron­ti dell’esterno; in chi nascon­de c’è chiu­su­ra ver­so l’esterno. Nel pri­mo caso c’è lo sco­po di spa­ven­ta­re, pre­oc­cu­pa­re, aggre­di­re». Del mostra­re il san­gue pub­bli­ca­men­te ne sa qual­co­sa Gene­sis P‑Orridge, lea­der del­la indu­strial rock band Throb­bing Gri­stle, che nel con­cer­to di Lon­dra del 1976 si tra­fis­se con aghi ipo­der­mi­ci, ingur­gi­tò san­gue e bir­ra, vomi­tò e lec­cò il suo vomi­to; sal­vo poi lascia­re il pal­co pal­li­do come un cen­cio. «Nel­le star del rock si inse­gue un idea­le di onni­po­ten­za» — secon­do la dot­to­res­sa Pelan­da - «è una moda­li­tà nega­ti­va per raf­for­za­re l’autostima e il nar­ci­si­smo, solo per anda­re poi ad auto­di­strug­ger­si». Anche l’arte uti­liz­za la tea­tra­liz­za­zio­ne dell’atto fisi­co: una sor­ta di puri­fi­ca­zio­ne media­ta dal dolo­re, con cui risco­pri­re l’essenza stes­sa del­la vita. A suf­fra­ga­re l’idea che ci sia un nes­so, tra il far­si del male e la catar­si, c’è l’origine eti­mo­lo­gi­ca del­la paro­la casti­ga­re che in lati­no signi­fi­ca­va infat­ti “ren­de­re puro”. Non dimen­ti­chia­mo che le feri­te si infet­ta­no e c’è ben poco di puro in una lesio­ne che si incan­cre­ni­sce o in una cor­sa al pron­to soc­cor­so e il rischio di non vede­re mai più un’alba. Di auto­mu­ti­la­zio­ni fa uso l’artista Vito Accon­ci, mor­si autoin­flit­ti in tut­to il cor­po sono il sog­get­to del­la sua per­for­man­ce Tra­de­marks, docu­men­ta­ta attra­ver­so l’uso di tele­ca­me­re e mac­chi­ne foto­gra­fi­che, men­tre Her­mann Nitsch nel­la sua Azio­ne n°45 si sot­to­po­ne di fron­te al pub­bli­co a una sor­ta di auto­fla­gel­la­zio­ne. Biso­gna dire, tut­ta­via, che per lar­ga par­te del pub­bli­co, il mas­si­mo dige­ri­bi­le del nefa­sto si fer­ma anco­ra alla natu­ra morta.

E voi sie­te auto­le­sio­ni­sti? Dipen­de. Se ave­te tro­va­to il mio arti­co­lo noio­so e mal­gra­do ciò l’avete let­to, sie­te auto­le­sio­ni­sti. Oppu­re sem­pli­ce­men­te mi vole­te un sac­co di bene.

Dia­na Garrisi

Quan­do l’autolesionismo è…

mito­lo­gi­co. Le Amaz­zo­ni, don­ne guer­rie­re del­la mito­lo­gia gre­ca, per meglio usa­re l’arco, si taglia­va­no il seno destro, a‑mazos signi­fi­ca infat­ti “sen­za seno”.

sal­vi­fi­co. Aron Ral­ston, un roc­cia­to­re ame­ri­ca­no di 27 anni, nel 2003 rima­se intrap­po­la­to da un mas­so di 360 chi­li e, per­du­te le spe­ran­ze dell’arrivo dei soc­cor­si, il quin­to gior­no deci­se di tagliar­si il brac­cio per libe­rar­si.

ille­ga­le. Rischia fino a tre anni di reclu­sio­ne il sala­ria­to che si feri­sce o muti­la per pro­cu­rar­si dena­ro attra­ver­so la riscos­sio­ne di pre­mi assi­cu­ra­ti­vi, inden­niz­zi, pen­sio­ni. L’autolesione è una pra­ti­ca ricor­ren­te tra i sol­da­ti che si auto­mu­ti­la­no per evi­ta­re l’arruolamento o per esse­re rimpatriati.

taroc­ca. Chi non ha mai com­pra­to gli scher­zi car­ne­va­le­schi tipo il dito ben­da­to insan­gui­na­to che nascon­de una mol­la, oppu­re le fin­te lesio­ni in lat­ti­ce con tan­to di osso in vista. I nego­zian­ti dico­no: «Si ven­do­no bene tut­to l’anno».

cani­no. E’ il caso di alcu­ne raz­ze di cani da lavo­ro affet­ti da ste­reo­ti­pia, una pato­lo­gia di natu­ra ansio­sa che ha tra i suoi sin­to­mi la rota­zio­ne dell’animale su se stes­so con il ten­ta­ti­vo di mor­der­si. Sem­bra che tra le sto­rie comu­ni ai cani affet­ti da que­sta pato­lo­gia ci sia un perio­do di adde­stra­men­to per un deter­mi­na­to com­pi­to (attac­co, guar­dia, obbe­dien­za), oppu­re di una restri­zio­ne dell’esercizio fisi­co (cani lega­ti alla cate­na dopo un perio­do di libertà).

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