VENEZIA A MILANO

I film dell’ultima mostra cine­ma­to­gra­fi­ca visti per voi da Vulcano

La ses­san­ta­tree­si­ma edi­zio­ne del Festi­val di Vene­zia si è rive­la­ta tra le più inte­res­san­ti degli ulti­mi anni, soprat­tut­to per­ché in gra­do di resti­tui­re un’immagine fede­le di ciò che è oggi il cine­ma, o meglio i cine­mi. Abbia­mo ten­ta­to di far­ce­ne un’idea seguen­do la Pano­ra­mi­ca dei film del festi­val a Mila­no, che al soli­to si è tenu­ta nei gior­ni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi alla mostra in vari cine­ma del­la nostra città.

Par­lia­mo innan­zi­tut­to del cine­ma ita­lia­no, pre­sen­te con nume­ro­si e per lo più note­vo­li tito­li, come i film di Cria­le­se, Spa­da, De Seta. Uni­ca, peral­tro tra­gi­ca, ecce­zio­ne il film di Tava­rel­li (Non pren­de­re impe­gni sta­se­ra), che si spe­ra ridu­ca la sua visi­bi­li­tà a qual­che pas­sag­gio not­tur­no su Cana­le Cin­que, subi­to dopo “Distret­to di Polizia”.

Poi la con­fer­ma dell’ormai impre­scin­di­bi­le decli­no in cui (av)versa il cine­ma fran­ce­se. Sept ans di Hat­tu ne è sta­to ammor­ban­te esem­pio: soli­tis­si­mo trian­go­lo pseu­do­ses­sua­le que­sta vol­ta in sal­sa car­ce­ra­ria (mah!), soli­tis­si­me tra­scu­ra­tez­ze for­mal-con­cet­tua­li, soli­tis­si­mo risvol­to sco­la­sti­ca­men­te sociale.

Il cine­ma argen­ti­no, inve­ce, con­ti­nua a rac­con­tar­si con film avvol­gen­ti, sin­ce­ri, signi­fi­can­ti. Il tito­lo miglio­re è sta­to El Ama­ril­lio, ope­ra pri­ma di Ser­gio Maz­za, in cui si fini­sce come per per­der­si, tra ricer­ca poe­ti­ca d’immagine e musi­che d’oltremare, e d’oltreanima. Pec­ca­to sia anch’esso (come tut­to il resto del con­tem­po­ra­neo cine­ma argen­ti­no) desti­na­to al silen­zio e all’invisibilità nostrana.

Cla­mo­ro­sa­men­te assen­te è sta­to il cine­ma ira­nia­no, che non è anda­to oltre un film(accio) sen­za arte né par­te (Have you ano­ther apple?). For­se anche que­sto è il segno (tri­ste) di quel­la cri­si pri­ma di tut­to poli­ti­ca che sta logo­ran­do uno dei pae­si cine­ma­to­gra­fi­ca­men­te più signi­fi­ca­ti­vi degli ulti­mi die­ci anni.

Ina­spet­ta­ta e ful­minante, come sem­pre, la pre­sen­za del cine­ma nor­di­co. Que­sta vol­ta con un film (?) del celebre atto­re Chri­stof­fer Boe, che in Off­screen ten­ta un espe­ri­men­to al limi­te dell’(auto)lesionismo: fil­mar­si 24 ore su 24, nel dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di spin­ger­si nell’oltrecinema. Resta­no così in video (con dolo­re vero) quei fram­men­ti impos­si­bi­li che sem­pre, che ogni momen­to si spre­ca­no nel ven­to degli istanti.

Come al soli­to, anche se in modo mino­re rispet­to agli anni pas­sa­ti, il cine­ma orien­ta­le l’ha fat­ta da padro­ne, fra cui ha spic­ca­to l’incommensurabile John­nie To col suo nuo­vo film Exi­led, che reste­rà al soli­to con­fi­na­to nei festi­val, data la ceci­tà del­la distri­bu­zio­ne nostrana.

Infi­ne, pas­san­do al cine­ma angloa­me­ri­ca­no, non ci sono sta­te par­ti­co­la­ri sor­pre­se, cau­sa la delu­sio­ne del De Pal­ma di Black Dahlia e lo Sto­ne di World Tra­de Cen­ter che non ha par­ti­co­lar­men­te col­pi­to. Si sal­va l’inglese The Queen, bel­la pel­li­co­la di stam­po clas­si­co che comun­que non stra­vol­ge cano­ni o temi particolari.

Vi chie­de­re­te per­ché non abbia­mo par­la­to di mol­ti film impor­tan­ti: non abbia­mo par­la­to dell’Inland Empi­re di Lynch, né del Leo­ne d’oro Still life, nep­pu­re di Chil­dren of Men di Cua­ròn, o dei car­to­ni ani­ma­ti d’autore orien­ta­li. Beh, sem­pli­ce­men­te per­ché non sono sta­ti inclu­si nel­le pro­ie­zio­ni mila­ne­si, gra­vi man­can­ze che pre­giu­di­ca­no il giu­di­zio com­ples­si­vo sui film di quest’anno. Inol­tre gli ora­ri di pro­ie­zio­ni impos­si­bi­li da far coin­ci­de­re e la lon­ta­nan­za fra un cine­ma e l’altro ren­do­no dif­fi­ci­le il segui­re di que­sta mani­fe­sta­zio­ne, che rima­ne ben orga­niz­za­ta, ma con mar­gi­ni di miglio­ra­men­to che la potreb­be­ro ren­de­re un even­to impedibile.

RECENSIONI

FANGZHU (EXILED) – John­nie To — ****

1998, iso­la di Macao. La colo­nia por­to­ghe­se è in pro­cin­to di tor­na­re sot­to il con­trol­lo cine­se e la con­fu­sio­ne regna sovra­na anche negli ambien­ti cri­mi­na­li. Quat­tro gang­ster, ami­ci per la pel­le, si ritro­va­no a cau­sa del­la ricom­par­sa del loro com­pa­gno Wo, fug­gi­to dal mon­do del cri­mi­ne per far­si una fami­glia, e che ora deve esse­re ucci­so cau­sa ordi­ne irre­vo­ca­bi­le del loro boss. Quan­do però anch’essi si accor­ge­ran­no di esse­re sta­ti tra­di­ti dal loro stes­so capo, ini­zia la cac­cia all’uomo…Strepitoso film del mae­stro di gene­re John­nie To, una favo­la epi­ca di ami­ci­zia viri­le, dispe­ra­zio­ne e san­gue, il tut­to però con­di­to dall’ iro­nia che ulti­ma­men­te solo il cine­ma orien­ta­le ci sa rega­la­re ( basti pen­sa­re alla sce­na ini­zia­le del film). Magi­stra­le

JAK-PAE (City of Vio­len­ce) — Ryoo Seung-wan -***1/2

Tae – Su, poli­ziot­to di Seul, tor­na nel suo pae­se nata­le per inda­ga­re sull’uccisione di un suo ami­co di infan­zia: incon­tre­rà una cit­tà ben diver­sa da come l’aveva lascia­ta, in mano alla delin­quen­za gio­va­ni­le e ad un altro suo ami­co, Pil-Ho, coin­vol­to in affa­ri ben poco puli­ti. Bel film corea­no, che mesco­la tut­ti i gene­ri per cui sono famo­si gli orien­ta­li (gang­ster, arti mar­zia­li ecc.) per crea­re un mix di ecce­zio­na­le fat­tu­ra e sti­le, che muo­ve e com­muo­ve (ine­vi­ta­bi­li le cita­zio­ni, da Kill BillMystic River, da Woo a Leo­ne). Non sarà un film par­ti­co­lar­men­te ori­gi­na­le, ma caspi­ta, que­sto sì che è ren­de­re novum il notum! C’era una vol­ta in Corea

THE QUEEN – Ste­phen Frears — ***1/2

>Cop­pa Vol­pi Miglio­re Attri­ce a Helen Mirren

La sto­ria dei gior­ni imme­dia­ta­men­te suc­ces­si­vi alla mor­te di Lady Dia­na attra­ver­so gli occhi dei tre effet­ti­vi pro­ta­go­ni­sti di quei tra­gi­ci gior­ni: la Regi­na Eli­sa­bet­ta II, Tony Blair ed infi­ne il popo­lo bri­tan­ni­co. La pel­li­co­la, a dif­fe­ren­za di quan­to det­to più monar­chi­ca che mai, par­te dal fat­to di cro­na­ca per trac­cia­re un ritrat­to luci­do di quel­la che è la dif­fi­col­tà del pote­re anti­co e con­so­li­da­to (appun­to, la monar­chia) di con­fron­tar­si col pote­re nuo­vo e rifor­ma­to­re (il Blair di quel perio­do, e soprat­tut­to la nuo­va impor­tan­za rive­sti­ta dal popo­lo). Fina­le al vetrio­lo per una Helen Mir­ren tan­to bra­va da iden­ti­fi­car­si fisi­ca­men­te con la regi­na sen­za asso­mi­gliar­le. Rega­le

BLACK DAHLIA – Brian de Pal­ma — **1/2

Mesco­lan­do un rea­le fat­to di cro­na­ca, l’orribile mor­te dell’aspirante attri­ce Eli­za­beth Short negli anni ’30, col libro omo­ni­mo di James Ell­roy, il film nar­ra del­le inda­gi­ni dei due poli­ziot­ti ex pugi­li Josh Hart­nett e Aaron Eckart, che nel frat­tem­po tro­va­no anche il tem­po di con­ten­der­si la moglie di quest’ultimo Scar­let Johann­son. La mano è sem­pre quel­la di de Pal­ma, e si vede nel­le bel­lis­si­me scel­te di taglio regi­sti­co, ma sul pia­no nar­ra­ti­vo il film si sfi­lac­cia in un atti­mo fra sce­ne di ses­so ete­ro e omo­ses­sua­le, auto­ci­ta­zio­ni, e più in gene­ra­le attra­ver­so una sto­ria che sa di vec­chio. Bel­lo come può esse­re bel­lo un mobi­le anti­co. Stan­tio

WORLD TRADE CENTER Oli­ver Sto­ne — **1/2

Innan­zi­tut­to, va’ det­to che il film par­la solo indi­ret­ta­men­te dell’11 set­tem­bre: esso è infat­ti la sto­ria (vera) di un sal­va­tag­gio, il sal­va­tag­gio di due poli­ziot­ti por­tua­li rima­sti intrap­po­la­ti sot­to le mace­rie del­le tor­ri gemel­le. Nel frat­tem­po, vedia­mo la dispe­ra­zio­ne dei loro fami­lia­ri e i soc­cor­ri­to­ri che cer­ca­no di bar­ca­me­nar­si in una situa­zio­ne che non pote­va esse­re pre­vi­sta da nes­sun manuale.

La pel­li­co­la è sta­ta tac­cia­ta da più par­ti di ame­ri­ca­ni­smo, in real­tà è sem­pli­ce­men­te la rico­stru­zio­ne del­le emo­zio­ni pro­va­te dagli sta­tu­ni­ten­si, e in modo mino­re anche da noi, in quei tra­gi­ci gior­ni, sen­za pren­de­re una posi­zio­ne poli­ti­ca, evi­tan­do­ne la que­stio­ne. Digni­to­so

NUOVOMONDO di Ema­nue­le Cria­le­se — ****

>Leo­ne d’Ar­gen­to Rivelazione

Cria­le­se scom­po­ne la Sto­ria (l’emigrazione sicu­la ver­so l’America nei pri­mi del nove­cen­to) in imma­gi­ni che voglio­no esse­re (pri­ma di tut­to e per una vol­ta) cine­ma: e allo­ra il nuo­vo mon­do è innan­zi­tut­to ver­du­ra gigan­te tra­sci­na­ta da bam­bi­ni su zol­le di ter­ra, e poi mone­te che si fan­no foglie e con suo­ni d’argento ci rico­pro­no gli occhi, e poi fiu­me di lat­te in cui dimen­ti­ca­re il pro­prio sogno. Men­tre l’America vera resta solo neb­bia, da spia­re, ma solo per un atti­mo, attra­ver­so fine­strel­le poste trop­po in alto. Migran­te

LA STELLA CHE NON C’E’ di Gian­ni Ame­lio — ***

Viag­gio atten­to e malin­co­ni­co attra­ver­so i con­trad­dit­to­ri segni del­la Cina: ma ad Ame­lio inte­res­sa soprat­tut­to rac­con­ta­re di due soli­tu­di­ni, di due pas­sag­gi [l’operaio ita­lia­no spe­cia­liz­za­to (un magni­fi­co Castel­lit­to) sen­za più lavo­ro, la ragaz­za cine­se sen­za più/senza mai dimen­sio­ne]. Pote­va esse­re un capo­la­vo­ro, ma Ame­lio stec­ca il fina­le, con­se­gnan­do tut­to ad una sequen­za postic­cia quan­to inu­ti­liz­za­bi­le. Basta­va fer­mar­si sul vol­to di Castel­lit­to che som­mes­sa­men­te pian­ge, men­tre la chiat­ta su acqua dal colo­re di ter­ra lo nascon­de agli occhi, die­tro la pros­si­ma ansa di fiu­me. Inter­mit­ten­te

LETTERE DAL SAHARA di Vit­to­rio De Seta — ****

De Seta tor­na al docu-cine­ma che lo ha con­sa­cra­to come il poe­ta-can­to­re del lavo­ro degli umi­li (Ban­di­ti a Orgo­so­lo su tut­ti). Ma que­sta vol­ta gli ulti­mi di cui si inna­mo­ra il suo sguar­do inter­mi­na­bi­le sono i clan­de­sti­ni, gli immigra(n)ti che non han­no mai/ancora voce, nè tem­po, tra­vol­ti dal­la nostra indif­fe­ren­za cor­ro­si­va e vol­ga­re. La spe­ran­za diven­ta paro­la stra­na, men­tre De Seta ci ricor­da tut­to que­sto dal­le cal­de ter­re di un pae­se trop­po lon­ta­no. Epi­ciz­za­to

LA RIEDUCAZIONE di Davi­de Alfon­si, Ales­san­dro Fusto, Denis Mala­gni­no — ****

Que­sto esor­dio costa­to 500 euro (e uffi­cial­men­te fir­ma­to da una fan­to­ma­ti­ca Aman­da Flor) è la vera rive­la­zio­ne del Festi­val: imma­gi­ni in bian­co e nero foto­gra­fa­no l’universo scor­ti­can­te del­lo sfrut­ta­men­to nei can­tie­ri dei palaz­zi­na­ri roma­ni. Ma tut­to con quel­la vena misti­ca­men­te irri­den­te e tene­ra­men­te malin­co­ni­ca pro­pria dei glo­rio­si tem­pi del­la com­me­dia all’italiana anni ses­san­ta. Argen­teo

COME L’OMBRA di Mari­na Spa­da — ****½

Altra rive­la­zio­ne fol­go­ran­te: la Spa­da, con purez­ze visi­ve del miglior Gar­ro­ne, vol­ge sguar­do e disin­can­to su Mila­no e i suoi vuo­ti insen­si­bi­li. Con una mac­chi­na da pre­sa costan­te­men­te alla ricer­ca di spa­zi in cui vibra­re il volo, in cui dona­re abbrac­ci. Ma inva­no: gri­glie di fer­ro, cemen­ti geo­me­tri­ci, luci com­pat­te, strap­pi di lamie­ra, inqui­na­no la nostra voglia di sguar­do, e poi l’anima. Che vor­reb­be solo strap­par­si via, come l’ombra dal cor­po. (Dis)incantante

L’UDIENZA E’ APERTA di Vin­cen­zo Mar­ra ***½

Docu­men­ta­rio scol­pi­to con il con­sue­to rigo­re visi­vo e con­cet­tua­le: que­sta vol­ta Mar­ra osa spin­ger­si nel con­tro­ver­so mon­do del­la giu­sti­zia made in Ita­ly, rac­con­tan­do­ci le chia­ro­scu­ra­te per­so­na­li­tà di un avvo­ca­to e due giu­di­ci duran­te un pro­ces­so di camor­ra. E ciò che le sue som­mes­se ma fero­ci imma­gi­ni resti­tui­sco­no è una sor­pre­sa, ma anche un sen­tir­si pre­ci­pi­ta­re. Sen­za ritor­no e con un sen­so intol­le­ra­bi­le di impo­ten­za. Sra­di­ca­to

Legen­da: *= brut­to **= così così *** = bel­lo **** = mol­to bel­lo *****= capolavoro

A cura di Mat­tia Mariot­ti e Davi­de Bonacina

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1 Commento su VENEZIA A MILANO

  1. degli altri film non ti so dire, non aven­do­li visti, ma su black dha­lia non sono d’ac­cor­do. soprat­tut­to per il com­men­to fina­le. “bel­lo come puo esser­lo un mobi­le anti­co”, per­che te pre­fe­ri­sci quel­li dell’ ikea? a par­te gli scher­zi, non dico che il film sia un capo­la­vo­ro ma su una sca­la da 1 a 5 si meri­ta come mini­mo un 3. per quan­to riguar­da le cri­ti­che mos­se alla tra­ma cre­do che la “col­pa” sia piu che altro di ellroy(non ho let­to il libro quin­di ipo­tiz­zo), non per nien­te il film asso­mi­glia mol­to a l.a. con­fi­den­tial — che é comun­que supe­rio­re. comun­que non ho riscon­tra­to dif­fi­col­tà nel segui­re la vicen­da se é que­sto che intendevi…

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