25 MARZO

E’ capi­ta­to tut­to così. Un sof­fio di vite che in comu­ne non ave­va­no un bel nien­te. Di col­po lega­te, uni­te, una cosa sola.

-Ave­vo buca­to. Con le gom­me è sem­pre così. Le ave­vo bistrat­ta­te e for­se dimen­ti­ca­te. Que­sta dove­va pro­prio esse­re una loro vendetta.

-Nel fumo stan­tio del bar di pae­se, con ai muri la for­ma­zio­ne dell’Inter 87’88 cer­cai solo di capi­re se ci fos­se qual­cu­no e se quel qual­cu­no sareb­be sta­to in gra­do di aiu­tar­mi o, meglio, tranquillizzarmi. 

-Ero già entra­to da parec­chi secon­di, alme­no ven­ti, quan­do sen­tii una voce. E for­se solo allo­ra mi scossi. 

-Fu come sve­gliar­si. La luce fil­tra­va con poca con­vin­zio­ne dal­le fine­stre alle mie spal­le, e la poca che arri­va­va al ban­co­ne illu­mi­na­va pal­li­de oli­ve e sala­ti­ni tristerelli.

-La voce mi fece sgra­na­re gli occhi. E allo­ra smi­si di per­der­mi tra gli odo­ri di bestem­mie, bian­chi­ni e pagi­no­ni di Gaz­zet­ta. Dav­ve­ro sem­bra­va che nes­su­na leg­ge anti­fu­mo fos­se anco­ra giun­ta in quei luoghi.

-Sul ban­co­ne spun­ta­va­no posa­ce­ne­re col­mi di cic­che. Ave­vo gli occhi pie­ni di quel luo­go. For­se li spa­lan­cai, cre­den­do che altri­men­ti la voce non sareb­be mai potu­ta entrarci.

-Non rispo­si, né die­di cen­no di inte­sa. Alla mia destra tra il fumo che si face­va più den­so, indo­vi­nai la pre­sen­za di un’altra stanza.

-La cer­cai con stra­na con­vin­zio­ne. Notai che i miei pas­si non face­va­no alcun rumo­re. La cosa mi par­ve stra­na, per­ché il pavi­men­to sem­bra­va di legno.

-Ecco­la. Da subi­to tro­vai che la stan­za aves­se degli stuc­chi un po’ ridi­co­li. Alme­no in alto, sul sof­fit­to. Si intra­ve­de­va­no nono­stan­te la neb­bio­li­na. Le pare­ti, inve­ce era­no affre­sca­te come oggi non si usa più. Quel­lo che lega­va gli affre­schi era il moti­vo del grap­po­lo d’uva. Del­le linee ros­se, come fos­se­ro i nastri­ni che le bam­bi­ne usa­no met­ter­si tra i capel­li, col­le­ga­va­no i grap­po­li. Gli affre­schi cor­re­va­no su tut­te le pare­ti del­la stan­za e sem­bra­va­no con­flui­re in un pun­to che sta­va di fron­te a me.

-Il cami­no atti­ra­va le linee, i grap­po­li e par­te del mio sguar­do. Io ero distrat­to dal­le figu­re che si affol­la­va­no attor­no ad un tavo­li­no soli­ta­rio. A lun­go mi sem­brò qua­si che fos­se­ro disegnate. 

-Quan­do mi avvi­ci­nai, capii quel­lo che c’era da capi­re. Sul tavo­lo c’erano: un posa­ce­ne­re (al cen­tro), una bot­ti­glia di Fer­net, una di Stre­ga ed un’altra, sen­za etichetta. 

-Sor­ri­si alle figu­re attor­no al tavo­lo, e loro mi pre­ga­ro­no di acco­mo­dar­mi accan­to a loro. Con­ti­nua­vo a sor­ri­de­re, sen­za curar­mi dei miei occhi, di col­po lucidi.

- Il pri­mo, alla mia destra, era robu­sto e ros­sis­si­mo. Si vede­va­no le veni­ne vio­la­cee tra gli occhi e le guan­ce. I pochi capel­li, bian­chi, gli spa­ra­va­no sen­za dire­zio­ne sopra le orec­chie. Il bic­chie­ri­no che strin­ge­va tra le dita toz­ze era spor­co di Fer­net sul fon­do e scom­pa­ri­va nel suo pugno. 

-Guar­dan­do­mi, abbas­sò gli occhi, anne­gan­do­li in un sor­ri­so ama­ro. Ini­ziò a par­lar­mi in dia­let­to. Io ero con­ten­to, per­ché lo capi­vo. Ma nel par­la­re sem­bra­va che nem­me­no aves­se biso­gno di muo­ve­re le labbra. 

-Era pre­oc­cu­pa­to per il futu­ro, per la scon­fit­ta defi­ni­ti­va dei suoi idea­li. Ave­va com­bat­tu­to per una vita inte­ra, e ora si ritro­va­va a dover ammet­te­re di esse­re uno sconfitto.

-Il solo sen­ti­re cer­te cose, mi dava fasti­dio. Di discor­si pes­si­mi­sti ne ave­vo sen­ti­ti fin trop­pi. Tut­ta­via capi­vo quan­to que­sto vec­chiet­to potes­se sof­fri­re. Sen­tii un’insanabile biso­gno di trat­te­ner­mi nell’accarezzare la sua pel­le ruvi­da ma tolet­ta­ta. Poi non le feci, ma for­se cer­cai la sua mano. Vole­vo far­gli corag­gio. Par­te­ci­pai col suo rac­con­to al dolo­re per la sua casa data alle fiam­me. Poi sen­tii di voler­gli solo un gran bene quan­do mi dis­se che anche lui ave­va par­te­ci­pa­to alla libe­ra­zio­ne. Rima­si a guar­da­re le sue mani gesti­co­la­re, sen­za riu­sci­re a dire nul­la, quan­do mi rac­con­tò del suo ami­co Jonah, por­ta­to via e mai più ritornato.

-Fui inva­so da dol­cez­za e leg­ge­rez­za. Dal­le mace­rie di una casa ave­va sal­va­to una ragaz­za. E su quel­le mace­rie, not­te­tem­po era tor­na­to, e si era uni­to per sem­pre a lei.

-“Ho avu­to anche io ven­ti anni”

-Non sep­pi mostrar­gli quan­to gli fos­si grato.

-Di per­so­ne curio­se ne ho viste dav­ve­ro parec­chie. Tut­ta­via, nel­le occa­sio­ni in cui mi repu­to una per­so­na feli­ce, so anco­ra stupirmi.

-La figu­ra che si nascon­de­va die­tro alla bot­ti­glia di Stre­ga ini­ziò a par­la­re pre­sen­tan­do­si. “Mi chia­mo Alda”, dis­se, “sono una per­so­na mol­to anzia­na, per­ché ho più di 85 anni e fuma­re mi pia­ce da morire”.

-Vesti­va una cami­cet­ta a fio­ri, di quel­le che io ave­vo visto sul­la pel­le di mia non­na e su qual­che signo­ra in esta­te. I capel­li su quel­la testa canu­ta non ave­va­no alcun sen­so, ma ave­va degli occhi pie­ni di livore.

-Le sue paro­le era­no den­se e pie­ne di ansia. Capii che ave­va voglia di esse­re ascol­ta­ta. Mi ci misi di impe­gno. Mi accor­si in fret­ta che le sue paro­le dan­za­va­no, come far­fal­le colo­ra­tis­si­me. Usci­va­no svo­laz­zan­ti e sen­za dire­zio­ne tra il fumo del­le siga­ret­te che si accen­de­va una dopo l’altra.

-Non saprei ripe­te­re una sin­go­la cosa che mi dis­se. Ma la sua boc­ca sgra­na­ta e la sua voce ruvi­da mi face­va­no sof­fri­re e ave­re rispet­to insieme.

-La bot­ti­glia sen­za eti­chet­ta si tro­va­va a pochi cen­ti­me­tri dal­la mano incer­ta dell’unica per­so­na che non mi ave­va anco­ra rivol­to parola.

-Ave­va due occhi enor­mi. Bagna­ti, umi­di, ine­spres­si­vi, impau­ri­ti. La mano era semichiusa. 

-Subi­to pen­sai alla straor­di­na­ria bel­lez­za che que­sta don­na ave­va dovu­to pos­se­de­re da gio­va­ne. La vede­vo nel­la sua figu­ra incer­ta ma ele­gan­te sbat­te­re le pal­pe­bre e sor­ri­de­re nutren­do le sue rughe.

-Mi guar­da­va spae­sa­ta. Vede­vo che le paro­le vole­va­no usci­re da quel­la boc­ca tesa ma pro­prio non ci riu­sci­va­no. Dan­na­ta­men­te a disa­gio, dis­si, un po’ guar­dan­do lei e un po’ le altre due figu­re: “Sape­te, ho buca­to una gom­ma, ma mi rie­sce dif­fi­ci­le tirar fuo­ri anche solo un ragno da quel buco”.

-Nem­me­no un sor­ri­so. Nem­me­no un gesto di comprensione. 

-La splen­di­da non­ni­na muta, sen­za dire nul­la, river­sò nel­le mil­le rughe del suo viso tut­te le lacri­me di cui era capace. 

-Il vec­chiet­to col bic­chie­ri­no spor­co di Fer­net mi mise una mano sul­la spal­la, (sen­tii che era una mano dav­ve­ro stan­ca), e mi indi­cò un gira­di­schi dal­la par­te oppo­sta del­la stanza.

-Mi alzai deci­so. Strin­si più mani pos­si­bi­le. Tut­ti cer­ca­va­no di baciar­mi, come fos­si loro nipote.

-Non ave­vo mai visto un gira­di­schi simi­le. For­se il non­ni­no ave­va par­la­to di gram­mo­fo­no. Incer­to, girai il disco e les­si sull’etichetta al cen­tro del vini­le: Glenn Mil­ler Orche­stra “Glenn’s Jive”.

-Posi­zio­nai il dia­man­te dove l’incisione ave­va­no ini­zio. Il disco, frig­gen­do, mi die­de coraggio.

-Pri­ma fu buio. Poi il cami­no si mise a cre­pi­ta­re squar­cian­do la tene­bra. I grap­po­li d’uva, che non sem­bra­va­no nem­me­no più solo dipin­ti, pre­se­ro un colo­re nuo­vo. E di col­po la stan­za fu pie­na di gente.

-Ragaz­ze gio­va­ni ed ele­gan­ti mi sfio­ra­va­no. Bal­la­va­no. E con loro cava­lie­ri in ges­sa­to. I miei jeans era­no la cosa più stri­den­te potes­si indossare. 

-Intra­vi­di il tavo­lo. Sede­va solo la don­na con la siga­ret­ta. Era come un cor­po altro. La musi­ca non la inte­res­sa­va affat­to. D’un trat­to scri­ve­va con­vul­sa­men­te su un tovagliolo.

-Poi, tra i frack e le scar­pe di luci­do vidi lui. Era il più sca­te­na­to. Bal­la­va con una don­na. Sem­bra­va­no dan­za­re a memo­ria, come se nul­la doves­se esse­re aggiun­to. Lei sor­ri­de­va, e lui, con i capel­li pie­ni di bril­lan­ti­na face­va lo stes­so. Ebbi il flash del­la sua mano sul­la mia spal­la, pochi istan­ti pri­ma e fui confuso.

-Le mie All Star azzur­re e aran­cio­ne si accen­de­va­no come tor­ce con il luc­ci­chio del camino.

-Ero buf­fo e ridi­co­lo come un clo­wn. Ave­vo i pie­di gran­dis­si­mi rispet­to agli altri. Chi bal­la­va me li pesta­va sen­za cura. Avrei pre­fe­ri­to esse­re scalzo.

-Tro­vai una sedia. Levai le scar­pe. Quan­do la vidi.

-Era pro­prio bel­la come l’avevo imma­gi­na­ta. Gio­va­ne. Gli occhi ugua­li. Pie­ni di tri­stez­za e spes­si di lacrime. 

-Così, scal­zo, andai sicu­ro da lei. Le toc­cai la mano. Abbas­sò gli occhi e si toc­cò la veste, che –ricor­do- era bianchissima.

-Poi si lasciò cade­re. La pre­si tra le brac­cia sfio­ran­do­le i seni. Cer­cai i suoi occhi.

-Can­di­di e dolci.

-Pre­si il suo viso tra le brac­cia. Pro­vai il sen­ti­men­to più natu­ra­le e pri­vo di mali­zia. Desi­de­rai la sua pel­le gio­va­ne. Avvi­ci­nai le lab­bra al suo col­lo e lo sen­tii freddo.

-Non so rac­con­ta­re con que­ste paro­le cosa si pro­vi nel sen­ti­re una per­so­na mori­re tra le pro­prie brac­cia. Di cer­to non pos­so dire sia una cosa bel­la. Nem­me­no una cosa brut­ta. E’ una cosa che maga­ri ti fa piangere. 

-Quan­do pian­gi, e le lacri­me seguo­no le linee del tuo viso, fino a sfio­rar­ti le lab­bra. Allo­ra capi­sci alme­no di che gusto sia il pianto.

-La sof­fe­ren­za, il dolo­re, il pian­to pos­so­no nasce­re così. Da una ruo­ta buca­ta, o da un richia­mo non ascol­ta­to. Per chi scri­ve, per chi foto­gra­fa, per chi suo­na il dram­ma è pro­prio que­sto: pen­sa­re ad altro.

-E per pen­sa­re ad altro non ser­vo­no venti anni. Non ne ser­vo­no ottan­ta. Ser­vo­no orec­chie e un paio di mani più o meno ben fatte.

rac­con­to di Davi­de Zucchi

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