IDILLIRIO ALPESTRE — PARTE PRIMA

La mon­ta­gna è bru­na, anco­ra più bru­na nel­la luce del mez­zo­dì. Men­tre il sole si appre­sta alla discen­den­te para­bo­la ver­so le sta­zio­ni del tra­mon­to, del­la sera-vesper­ti­na e del­la not­te bru­mo­sa, resto così, immo­bi­le e ani­ma­to da pre­di­spo­si­zio­ne con­tem­pla­ti­va, ad osser­va­re l’orizzonte cur­vo del­la pia­nu­ra. Il silen­zio è rot­to dal ron­za­re di una miria­de di pic­co­li inset­ti (coleot­te­ri d’ogni mar­ca e model­lo, for­mi­che ala­te e mici­dia­li mosco­ni minacciosi(micidiali per il dolo­re che, con cari­ta­te­vo­le magna­ni­mi­tà di stam­po che defi­ni­rei “qua­si ambro­sia­no”, dispen­sa­no ad ogni pun­tu­ra)). A trat­ti, nel con­cer­to d’ali vibran­ti, c’è glo­ria anche per qual­che spa­ru­to pesce che con un ‘plop’ e una bol­la rom­pe la super­fi­cie del­lo sta­gno fago­ci­tan­do un inset­to impe­gna­to in un assolo.

La brez­za gio­ca ad esse­re ven­to poi desi­ste, ripren­de, e anco­ra si pla­ca. La magliet­ta fred­da a con­tat­to con la pel­le è una pic­co­la per­se­cu­zio­ne. L’inazione vin­ce il fasti­dio è scel­go di lascia­re le cose come stan­no. Nel coper­chio del cie­lo con­to quat­tro nuvo­le bian­che pasco­lan­ti al limi­ta­re dell’azzurra pra­te­ria. Avver­ti­ran­no anche loro la soli­tu­di­ne, in cotan­ta immensità?

Mi risul­ta natu­ra­le il con­fron­to cri­ti­co con il mio appar­ta­men­to, una cel­la di con­do­mi­nio-alvea­re. Una man­cia­ta di metri qua­dri pit­ta­ti del­lo stes­so colo­re cereo del­la cit­tà di fuo­ri. Fine­stre con­dan­na­te a fis­sa­re eter­na­men­te la fac­cia­ta del palaz­zo dirim­pet­to. E fuo­ri l’abbaiare dei clac­son e lo sfer­ra­glia­re del 16.

Le nuvo­le sono un poco più distan­ti, ora. Mi sen­to un inu­ti­le gra­nel­lo di pol­ve­re. Un inu­ti­le gra­nel­lo di pol­ve­re posa­to sul tra­sfi­gu­rar­si del­le cose. Anche ieri not­te mi sen­ti­vo così. Per que­sto sono scap­pa­to fin quas­sù. Cin­que minu­ti fa cre­de­vo inge­nua­men­te che la mia fos­se una roman­ti­ca e impro­ba­bi­le fuga da un mon­do ago­niz­zan­te. Ma que­sto mon­do ago­niz­zan­te me lo por­to den­tro. Tale dolo­ro­sa con­sta­ta­zio­ne mi lascia un retro­gu­sto ama­ro nel pen­sie­ro.
Non c’è ripa­ro che val­ga, quan­do sei brac­ca­to da te stesso.

Guglie feri­sco­no il cie­lo. Roc­ce dipin­go­no fan­ta­sio­si ara­be­schi. Chiaz­ze di neve s’accucciano all’ombra di mono­li­ti­che pare­ti. Limi­tar di boschi sfu­ma­no in ghia­io­ni inac­ces­si­bi­li. Con fred­dez­za da noto­mi­sta dimez­zo un filo­ne di pane. Rapi­do zig­za­ga­re di col­tel­li­no. Poi ingoz­zo il cada­ve­re mol­li­co­so di pro­sciut­to cru­do e mi pre­pa­ro al fie­ro pasto.

Nel minu­sco­lo sta­gno i giri­ni dise­gna­no sinu­soi­di con l’esile coda. Cot­ti da un impla­ca­bi­le sole allo zenit van­no a mori­re dov’è più fan­go che acqua. E nem­me­no san­no d’essere esi­sti­ti.
Noi uomi­ni abbia­mo l’arroganza di dire “Io Sono”, “Noi Sia­mo”. Ma se il buon Dio (o chi per esso) ci aves­se prov­vi­sto di coda, pen­so che l’agiteremmo in modo altret­tan­to stupido.

rac­con­to di Enri­co Gaffuri

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