LONDON CALLING. UN DISCO ANCORA ATTUALE.

Ci sono pochi dischi che rie­sco­no ad esse­re più attua­li a distan­za di vent’anni di quan­to non lo fos­se­ro all’epoca del­la loro usci­ta. O per­lo­me­no tan­to attua­li quan­to lo era­no allora.

Lon­don Cal­ling dei Clash è pro­ba­bil­men­te uno di essi.

Sia­mo nel 1979: sono pas­sa­ti poco più di tre anni da quan­do i Sex-Pistols scan­da­liz­za­ro­no all’ora di cena la midd­le-class bri­tan­ni­ca con insul­ti e paro­lac­ce in tv. E’ dicem­bre e Mar­ga­reth Tat­cher è appe­na anda­ta al gover­no. Sono pro­fe­ti­ci i Clash quan­do nel­la title-track del disco di cui stia­mo par­lan­do can­ta­no: “See we ain’t got no swing except for the ring of that trun­cheon thing [Guar­da, non c’è più nien­te di swin­ging a par­te il rotea­re di quel man­ga­nel­lo]”. Sta arri­van­do un’era di repres­sio­ne che col­pi­rà tut­ti: i mina­to­ri in scio­pe­ro, gli irlan­de­si, gli abi­tan­ti del­le Fal­kland. E’ il clamp­do­wn, il giro di vite, il pugno di ferro.

Ma la rab­bia che infiam­ma­va le stra­de tra il West End e Not­ting Hill Gate qual­che anno pri­ma nel­la furia del ‘77 non si è sopi­ta. E’ una rab­bia che discen­de da gene­ra­zio­ni di sfrut­ta­ti e di esclu­si da sem­pre ai mar­gi­ni dell’Impero. E’ la furia del rude­boy che ha accom­pa­gna­to i Clash nel ono­ni­mo film sul­le loro tour­nè, e più indie­tro quel­la degli angry young men e di tut­ti i ribel­li del­la sto­ria ingle­se. Una rab­bia anti-siste­ma che può far­si scor­ti­can­te vio­len­za (auto)distruttiva come nei mol­ti grup­pi punk di fine decen­nio o esu­be­ran­te gio­ia vita­le, ricer­ca di mesco­lan­za, festa, con­di­vi­sio­ne. In fon­do anche il Jim­my Por­ter di Ricor­da con Rab­bia di John Osbor­ne, capo­sti­pi­te di tut­ti gli arrab­bia­ti ingle­se, tro­va­va pace tra un mal­trat­ta­men­to del­la pove­ra moglie Ali­son e l’altro, suo­nan­do sel­vag­gia­men­te la sua trom­ba e sognan­do il jazz dei neri americani.

Anche i Clash dopo due dischi di abra­si­ve can­zon­ci­ne pun­ket­ta­re -“Got no money, can’t get no power and so you are punk [Non hai sol­di, non puoi aver pote­re e quin­di sei punk]” — lascia­no tra­pe­la­re una cul­tu­ra musi­ca­le per ora a sten­to trat­te­nu­ta e un gusto per la con­ta­mi­na­zio­ne a 360° gra­di. Le sono­ri­tà roz­ze e urti­can­ti di appe­na un anno pri­ma lascia­no il posto a una giran­do­la di suo­ni e sti­li pro­ve­nien­ti da ogni dove.

C’e il reg­gae di Revo­lu­tion Rock o di Guns of Brix­ton – can­zo­ne che riec­cheg­gia gli scon­tri vio­len­ti tra poli­zia e immi­gra­ti gia­mai­ca­ni nell’omonimo quar­tie­re londinese.

C’è il post-punk anti­that­che­ria­no di Clamp­do­wn e la new-wave sgar­gian­te di I’m not down. E poi il roo­ts-rock di Rudie can’t fail, il blues di Jim­my Jazz, lo shuf­fling ska di Wrong ’em boyo, le sono­ri­tà alla Blues Bro­thers di The Right Pro­fi­le.

Ma anche il rock latin-sen­ti­men­tal-resi­sten­zia­le di Spa­nish Bombs (can­zo­ne dedi­ca­ta alla guer­ra civi­le spa­gno­la) o il raf­fi­na­tis­si­mo pop “alie­na­to” di Lost in the Super­mar­ket (pic­co­lo gio­iel­li­no sul­la per­di­ta d’identità dell’uomo con­tem­po­ra­neo nel mer­ca­to globale).

C’è di tut­to in que­sto disco, da cui discen­de gran par­te del­la musi­ca che ascol­tia­mo anco­ra oggi, ma sopra­tut­to c’è l’invito a sca­val­ca­re bar­rie­re e con­fi­ni, geo­gra­fie, e ghet­ti musi­ca­li, men­ta­li e raz­zia­li, a lasciar inte­ra­gi­re ad ogni costo musi­ca e idee.

Al giro di boa col nuo­vo decen­nio i Clash rega­la­no la per­la del­la loro car­rie­ra. Pochi com­pren­de­ran­no la loro lezio­ne nel bai­la­me con­su­mi­sti­co dei pri­mi anni ‘80. Solo poco per vol­ta ina­ri­di­ti­si i fiu­mi di elet­tro­pop deca­den­te e new-wave pla­sti­fi­ca­ta che inva­do­no l’Europa all’inizio del decen­nio rispun­te­ran­no qua e là i frut­ti del loro insegnamento.

Saran­no a Pari­gi nel­le not­ti “pat­chan­co­se”, bagna­te di bir­ra e di suo­ni dal­la Mano­ne­gra, tra il 15° arron­dis­se­ment e Pla­ce Pigal­le. O nell’Irland punk-fol­ket­ta­ra dei Pogues. E poi più giù fino ai gior­ni nostri nel­la bar­ri­ca­de­ra Tolo­sa degli Zeb­da, o nel­la Gali­zia vario­pin­ta degli Ampa­ra­no­ia o anco­ra nel cavan­ser­ra­glio del Radio Bem­ba Sound System (alias Manu Chao). E poi, anche oltreo­cea­no, a Cit­tà del Mes­si­co nel­lo ska-rock lati­no dei Mal­di­ta Vecin­dad o a Bue­nos Aires, nel­la mez­cla de esti­los dei Fabu­lo­sos Cadillacs.

Ma la lezio­ne di Lon­don Cal­ling va oltre. Rispun­ta dovun­que cul­tu­re e musi­che diver­se si fon­do­no insie­me, nei cor­pi e nel­le idee che si muo­vo­no sen­za sosta di pae­se in pae­se, nel­le navi del­la spe­ran­za che supe­ra­no doga­ne e trat­ta­ti con il loro cari­co di espe­rien­ze uma­ne da condividere.

Fran­ce­sco Zurlo

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