I 100 ANNI DI BECKETT

Era il 1906 quan­do, in un sob­bor­go di Dubli­no, nasce­va Samuel Bec­kett. Da quel­la gri­gia e stra­na cit­tà comin­cia­va la sua vita da stu­den­te di let­te­ra­tu­ra, ma pre­sto un’inquietudine inte­rio­re l’avrebbe por­ta­to in giro per l’Europa, fino a Pari­gi, la cit­tà del­la sta­bi­li­tà, coro­na­ta da un feli­ce matri­mo­nio e dal vero ini­zio del­la sua car­rie­ra. È con “Aspet­tan­do Godot” che il mon­do arti­sti­co e let­te­ra­rio, e soprat­tut­to il pub­bli­co, lo sco­pro­no. Con la rap­pre­sen­ta­zio­ne dell’opera, avve­nu­ta per la pri­ma vol­ta nel 1953, al Thea­tre de Baby­lo­ne di Pari­gi, si accen­de l’interesse per que­sto pro­li­fi­co auto­re, si sco­pre final­men­te il suo mon­do, dopo innu­me­re­vo­li rifiu­ti. È così che comin­cia, attra­ver­so i rifiu­ti, “ è nell’insuccesso che io mi sen­to mol­to più a mio agio aven­do respi­ra­to pro­fon­da­men­te la sua aria vivi­fi­can­te duran­te tut­ta la mia atte­sa, sino agli ulti­mi anni. “, dirà Bec­kett, nel­la pro­fon­da con­sa­pe­vo­lez­za del­la pro­pria inti­mi­tà, custo­di­ta gelo­sa­men­te attra­ver­so la riser­va­tez­za, e i silen­zi, che insie­me alle atte­se domi­na­no e abbrac­cia­no le sue ope­re, cir­con­dan­do­le di fasci­no e miste­ro. E i miste­ri dei per­so­nag­gi, le ori­gi­ni sco­no­sciu­te, le sto­rie che sem­bra­no sfug­gi­re alla razio­na­li­tà, por­ta­no pre­sto i cri­ti­ci ad inqua­dra­re il suo lavo­ro nel “Tea­tro dell’Assurdo”, a scar­ni­fi­ca­re i suoi roman­zi, alla dispe­ra­ta ricer­ca di un qua­lun­que mes­sag­gio. Ma Bec­kett, un bur­be­ro e scon­tro­so irlan­de­se, rifiu­te­rà per sem­pre le cate­go­rie dei cri­ti­ci, l’arrovellarsi, l’intellettualismo dispe­ra­to, sof­fer­man­do­si solo sul­la descri­zio­ne cru­da, pura ed essen­zia­le del­le vicen­de uma­ne dei suoi pro­ta­go­ni­sti. È dura accet­ta­re che die­tro alle mil­le doman­de che nasco­no di fron­te alle spiaz­zan­ti assen­ze, per­so­ni­fi­ca­te da Godot, non si nascon­do­no rispo­ste. Le vite stra­ne, alie­na­te, inva­se con pre­po­ten­za dal­la soli­tu­di­ne sono poste al cen­tro del­le sue pro­du­zio­ni, attra­ver­so i per­so­nag­gi, da Malo­ne a Boc­ca, la pro­ta­go­ni­sta di “Non Io”, uomi­ni e don­ne, dere­lit­ti. Ad incor­ni­cia­re que­ste esi­sten­ze, tali solo gra­zie alla paro­la che l’autore dona alle pro­prie crea­tu­re, ecco i luo­ghi, pove­ri, qua­si vuo­ti: Il sali­ce di “Aspet­tan­do Godot”, nel nul­la in cui si muo­vo­no Estra­go­ne e Vla­di­mi­ro, le stan­ze spo­glie dei roman­zi, la diste­sa d’erba in cui è inter­ra­ta Win­nie di “Gior­ni Feli­ci”. In ogni par­ti­co­la­re sem­bra rie­cheg­gia­re que­sta soli­tu­di­ne, a trat­ti spa­ven­to­sa, ma viva, atti­va, che ha anco­ra mol­to da dire, come sostie­ne il pro­ta­go­ni­sta de “L’innominabile”, l’ultima ope­ra del­la tri­lo­gia, por­ta­to sul­le sce­ne da Gass­man nel 1967, che, nel fina­le, così chio­sa: “…biso­gna con­ti­nua­re, non pos­so con­ti­nua­re, e io con­ti­nuo”. Sem­bra­no rea­gi­re tut­ti allo stes­so modo, que­sti indi­vi­dui reiet­ti, fini­ti, eppu­re anco­ra­ti con le unghie all’esistenza, dispo­sti a dire tut­to, fino alla fine, ad esse­re, per­ché no, feli­ci, a ren­de­re omag­gio alla Vita. Bec­kett non ha mai pro­mes­so rispo­ste, e non ha mai dato spie­ga­zio­ni. Le sue ope­re sono sto­rie inten­se, com­mo­ven­ti, diver­ten­ti. Fan­no pen­sa­re. Non rega­la­no cer­tez­ze. Ed è per que­sto che tut­ti gli auto­ri suc­ces­si­vi non han­no potu­to fare altro che con­fron­tar­si con il genio che ha lascia­to nel tea­tro. Nell’anno del cen­te­na­rio, nume­ro­se sono le ini­zia­ti­ve per ricor­dar­lo: a Lon­dra e a Dubli­no, con due festi­val a lui dedi­ca­ti, ad Oxford con una serie di let­tu­re e rifles­sio­ni, men­tre a Pari­gi, fino a giu­gno 2007, con con­ti­nue rap­pre­sen­ta­zio­ni nei teatri.

Chia­ra Caprio

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