IL FOTOGIORNALISMO IN MOSTRA

Imma­gi­ni che rac­con­ta­no l’Italia e han­no fat­to storia 
Una civil­tà demo­cra­ti­ca non si sal­ve­rà se non farà del lin­guag­gio del­le imma­gi­ni una pro­vo­ca­zio­ne alla rifles­sio­ne e non un invi­to all’ipnosi”.

 

Sono que­ste le paro­le di Umber­to Eco che cul­la­no la mostra del foto­gior­na­li­smo ita­lia­no, attual­men­te in espo­si­zio­ne pres­so il Museo di Sto­ria Con­tem­po­ra­nea in via Sant’Andrea, a Mila­no. Para­dos­sal­men­te un tra­git­to cir­co­la­re quel­lo del­la foto da stam­pa, nata e cre­sciu­ta dopo le cen­su­re e le coa­zio­ni del regi­me fasci­sta e oggi, dopo 60 anni, nuo­va­men­te in ago­nia per via di un mer­ca­to del­le imma­gi­ni sem­pre più con­vul­so, ibri­do e lega­to sen­za tra­spa­ren­za ai mec­ca­ni­smi pub­bli­ci­ta­ri e di mer­ca­to. Eppu­re la stra­da per­cor­sa è mol­ta. Una cam­mi­no den­so di foto e flash che han­no carat­te­riz­za­to la scia lumi­no­sa del per­cor­so sto­ri­co del bel pae­se, unen­do ogni even­to, ogni sguar­do, ogni det­ta­glio ad un obiet­ti­vo e a un dia­fram­ma. Dopo il digiu­no fasci­sta sono i set­ti­ma­na­li come l’Europa, il Tem­po, il Poli­tec­ni­co di Vit­to­ri­ni, a rico­no­sce­re, per pri­mi, il valo­re del­lo scat­to final­men­te libe­ro. Le imma­gi­ni di Fede­ri­co Patel­la­ni e Gian­co­lom­bo rac­con­ta­no un pae­se che può per la pri­ma vol­ta, attra­ver­so le foto, guar­da­re allo spec­chio le pro­prie mise­rie (impres­se nel­le istan­ta­nee di una Ita­lia post-bel­li­ca in ginoc­chio) e le pro­prie ric­chez­ze (la voglia di riscat­to negli occhi e nei gesti del­la gen­te che, nono­stan­te tut­to, sor­ri­de all’obiettivo). Una vol­ta in pie­di “la nazio­ne dan­za”, e Tazio Sec­chia­mo­li è pron­to a rac­con­tar­la su pel­li­co­la. L’italica neces­si­tà d’evasione si stem­pe­ra nel­la cor­sa viva­ce di Sophia Loren e del­le altre miss, nel­lo sguar­do di Clau­dia Car­di­na­le, negli imma­gi­ni­fi­ci set Fel­li­nia­ni. Eppu­re gli anni ’50 signi­fi­ca­no per il foto­gior­na­li­smo anche più espe­rien­za e mag­gio­ri responsabilità.

Testa­te come Le Ore e Vie Nuo­ve assu­mo­no lo spes­so­re di veri roto­cal­chi, pro­po­nen­do imma­gi­ni effi­ca­ci nel rac­con­ta­re sto­rie d’approfondimento e denun­cia. Nasce il foto­gra­fo free-lan­ce che gira il mon­do e vuo­le vede­re oltre. Si viag­gia dal­la Spa­gna Fran­chi­sta al Sud Ame­ri­ca auto­cra­ti­co, dagli USA del­la discri­mi­na­zio­ne e di Mar­tin Luther King all’ “altra Ita­lia” che il boom eco­no­mi­co ha oblia­to e che in pochi nar­ra­no. Sono gli anni del­la Mila­no capi­ta­le intel­let­tua­le, che acco­glie al cafè Jamai­ca gli sguar­di e le espe­rien­ze di Alfa Castal­di, Car­lo Bava­gno­li, Giu­lia Nico­lai, Mario Don­de­ro. Ed è in que­sto humus che il foto­gior­na­li­smo ita­lia­no acqui­sta la sua pri­ma pecu­lia­ri­tà, svi­lup­pan­do, nel­le imma­gi­ni, una ten­den­za intel­let­tua­le in anti­te­si rispet­to al prag­ma­ti­smo del­le foto “sul­la noti­zia” pro­prie dei repor­ter d’oltralpe. La fase ama­to­ria­le ter­mi­na defi­ni­ti­va­men­te con la gene­ra­zio­ne degli anni ’60. Roto­cal­chi come Epo­ca (alter ego ita­lia­no del­lo sta­tu­ni­ten­se Life) inqua­dra­no la foto in un’ottica più lam­bic­ca­ta, per cui tut­ti i colo­ri del­la cro­na­ca si sovrap­pon­go­no legan­do­si fra loro. Auto­ri del cali­bro di Gior­gio Lot­ti e Pepi Meri­sio pale­sa­no tale ten­den­za, men­tre la ber­ga­ma­sca Car­la Cera­ti rega­la a Mila­no alcu­ni dei suoi scat­ti più bel­li e pro­fon­di. Le sale del­la mostra, che si sus­se­guo­no rin­cor­ren­do le trac­ce cro­no­lo­gi­che del­la foto gior­na­li­sti­ca, diven­ta­no più den­se in sim­me­tria agli anni del­la con­te­sta­zio­ne. Dopo il ’68 le nuo­ve ten­sio­ni spin­go­no gli obiet­ti­vi ver­so real­tà off-limi­ts e ver­so imma­gi­ni più deci­sa­men­te “enga­gè”. Muta­no i model­li di rife­ri­men­to: ora è Robert Frank (foto­gra­fo e regi­sta ami­co del­la beat gene­ra­tion) a det­ta­re gli sche­mi di un mon­do che si vuo­le ren­de­re vivo e par­lan­te. La nuo­va con­tro­in­for­ma­zio­ne inda­ga le pia­ghe più oscu­re del­la socie­tà: le foto di Mau­ri­zio Biz­zi­ca­ri sve­la­no la feri­ta del lavo­ro mino­ri­le, gli scat­ti di Lucia­no D’Alessandro immor­ta­la­no gli “esclu­si” degli isti­tu­ti psi­chia­tri­ci. Sarà la pro­gres­si­va tec­ni­ciz­za­zio­ne dell’immagine a flui­di­fi­ca­re una foto­gra­fia che rischia­va di are­nar­si in orge di ban­die­re mos­se dal ven­to e set­ta­rie ideo­lo­gie. Una real­tà sem­pre più velo­ce e in fie­ri costrin­ge il foto­gior­na­li­smo, fra gli anni ’70 e ’80, a dive­ni­re più rapi­do e pre­sen­te, garan­ten­do alle imma­gi­ni, qua­si invo­lon­ta­ria­men­te, un impat­to mag­gior­men­te deci­so e sec­co. Così nasce l’icona di Aldo Moro pri­vo di vita acco­vac­cia­to nel bau­le di via Cae­ta­ni, così si offre pathos alla foto di Fran­co Zec­chin, il qua­le immor­ta­la il fune­ra­le di Pep­pi­no Impa­sta­to, gio­va­ne paler­mi­ta­no, mili­tan­te comu­ni­sta, ucci­so dal­la mafia. Gli anni ’90 segna­no l’inizio del­la fine. Si chiu­de un epo­ca ed il capi­to­lo che si apre appa­re tut­tog­gi nebu­lo­so. I nuo­vi media, i dispo­si­ti­vi digi­ta­li, han­no sper­so­na­liz­za­to il foto­gior­na­li­smo, fino a ren­der­lo mero spec­chio del­lo show, moda­io­lo e, come dice Eco, ipno­tiz­zan­te. La real­tà che l’immagine dovreb­be rap­pre­sen­ta­re vie­ne scal­za­ta dal­lo “spet­ta­co­lo” del­la foto ma, soprat­tut­to, del­lo spet­ta­co­lo del­la vita stes­sa. E così l’ultima sezio­ne del­la mostra si fis­sa su Mila­no cit­tà “invi­si­bi­le”, (invi­si­bi­le è dive­nu­ta la ric­chez­za che si pro­du­ce, il lavo­ro che la gene­ra) emble­ma gra­zie alle sue “situa­zio­ni flus­so”, qua­si impos­si­bi­li da cri­stal­liz­za­re. La moda, gli uffi­ci, le peri­fe­rie, l’immigrazione sono solo scheg­ge che si foto­gra­fa­no, sen­za che la nar­ra­zio­ne rie­sca, come in pas­sa­to, a rian­no­da­re i lac­ci di real­tà e imma­gi­ne, ormai distan­ti e per­du­ti nel mare infi­ni­to del­la comunicazione.

Gre­go­rio Romeo

 

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