LA LUNGA NOTTE DI BHOPAL — PARTE II

- 3 dicem­bre 1984 -

L’impianto che domi­na­va la cit­tà di Bho­pal, su cui sven­to­la­va fie­ra la ban­die­ra del­la Union Car­bi­de Cor­po­ra­tion, all’epoca la ter­za socie­tà di pro­dot­ti chi­mi­ci al mon­do, era spe­cia­liz­za­to nel­la pro­du­zio­ne di Sevin, un inno­va­ti­vo pesti­ci­da, la cui ven­di­ta delu­se le aspet­ta­ti­ve. Al momen­to dell’incidente la fab­bri­ca si tro­va­va in con­di­zio­ni di gra­ve degra­do. La mul­ti­na­zio­na­le ame­ri­ca­na ave­va infat­ti deci­so di chiu­de­re la sua sede india­na, costan­te­men­te in per­di­ta. Nel ten­ta­ti­vo di tam­po­na­re que­sta emor­ra­gia di milio­ni di dol­la­ri, era­no sta­ti ope­ra­ti pesan­ti tagli, sia al per­so­na­le che ai siste­mi di sicu­rez­za. La pro­du­zio­ne era fer­ma, quel gior­no di dicem­bre, ma all’interno del­la fab­bri­ca, in appo­si­te vasche di stoc­cag­gio, era­no con­ser­va­te allo sta­to liqui­do deci­ne di ton­nel­la­te di Mic (Methyl Iso- Cya­na­te), iso­cia­na­to di meti­le, una mole­co­la che può pro­vo­ca­re rea­zio­ni di inau­di­ta vio­len­za. Per evi­ta­re esplo­sio­ni il Mic va tenu­to a una tem­pe­ra­tu­ra costan­te di zero gra­di cen­ti­gra­di. La not­te dell’incidente l’isocianato, duran­te un improv­vi­sa­to e mal­de­stro inter­ven­to di puli­zia del­le tuba­tu­re, entrò in con­tat­to con l’acqua, pro­vo­can­do una rea­zio­ne eso­ter­mi­ca. 42 ton­nel­la­te di Mic si disin­te­gra­no in un vor­ti­ce di calo­re, pas­san­do rapi­da­men­te allo sta­to gas­so­so. I siste­mi di sicu­rez­za, come già accen­na­to, era­no sta­ti disat­ti­va­ti. Il siste­ma di refri­ge­ra­zio­ne che avreb­be dovu­to neu­tra­liz­za­re l’agente chi­mi­co, era fuo­ri ser­vi­zio. Il Mic era a tem­pe­ra­tu­ra ambien­te. In caso di fuga di gas, la fab­bri­ca era prov­vi­sta di altri due siste­mi di sicu­rez­za, la tor­re di decon­ta­mi­na­zio­ne, in cui la soda cau­sti­ca avreb­be assor­bi­to e neu­tra­liz­za­to il gas, e anco­ra una tor­re di com­bu­stio­ne, in cui even­tua­li gas sfug­gi­ti alla soda sareb­be­ro sta­ti defi­ni­ti­va­men­te bru­cia­ti. Ma nes­su­no dei due siste­mi poté esse­re uti­liz­za­to. Entram­be le tor­ri era­no sta­te smon­ta­te per inter­ven­ti di manutenzione.

Così, la nube tos­si­ca fuo­riu­scì indi­stur­ba­ta dal­la fab­bri­ca e ser­peg­giò per la cit­tà. La rea­zio­ne chi­mi­ca ave­va por­ta­to alla libe­ra­zio­ne, tra gli altri gas, di aci­do cia­ni­dri­co, che se ina­la­to in for­ti dosi por­ta alla subi­ta­nea mor­te cere­bra­le, bloc­can­do l’azione degli enzi­mi che por­ta­no l’ossigeno dal san­gue al cervello.

Chia­ra Checchini

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