MAN ON THE MOON

Die­tro que­ste poche paro­le che non sono nem­me­no una fra­se c’è l’imbocco di una stra­da che pro­ce­de su tre sen­tie­ri solo appa­ren­te­men­te diver­si. Il pri­mo è una can­zo­ne dei R.E.M., il secon­do un film di Milos For­man e l’ultimo è Andy Kau­f­man, quell’uomo sul­la luna cui il grup­po di Micheal Sti­pe dedi­ca la fac­cia più ele­gia­ca di quel dia­man­te opa­co che fu “Auto­ma­tic for the Peo­ple” del 1992. Andy Kau­f­man è sta­to un, se non il più, genia­le inter­pre­te del­la comi­ci­tà con­tem­po­ra­nea; mor­to pre­ma­tu­ra­men­te nel 1984 a 35 anni è sta­to for­se l’ultimo vero inter­pre­te di quell’avanguardia vici­na a Dada e Flu­xus che anco­ra pro­va­va a sor­pren­de­re e shoc­ka­re pri­ma di far ride­re. Per que­sto Andy mal­vo­len­tie­ri si defi­ni­va un comi­co.”Io non so far ride­re” era una del­le sue fra­si ricor­ren­ti; basa­va le sue per­for­man­ces sull’illusione e lo sber­lef­fo, pote­va sta­re ore su di un pal­co­sce­ni­co a dor­mi­re in un sac­co a pelo o a leg­ge­re per inte­ro “Il Gran­de Gatsby” e infi­ne lan­ciar­si in una appas­sio­na­ta imi­ta­zio­ne di Elvis Pre­sley. Kau­f­man face­va rego­lar­men­te scan­da­lo con le sue ini­zia­ti­ve, tra le più ecla­tan­ti la crea­zio­ne del”Pri­mo tor­neo di Wre­stling Inter­ge­ne­re”, in cui il comi­co ha sfi­da­to e scon­fit­to sul ring oltre 400 don­ne, aiz­za­te a com­bat­te­re con insul­ti e pro­vo­ca­zio­ni ses­si­ste; e l’interpretazione di Tony Clif­ton (a lun­go rite­nu­to una per­so­na rea­le e distin­ta da Andy) e di nume­ro­se altre masche­re e tra­ve­sti­men­ti. Non era faci­le intra­ve­de­re in quell’uomo istrio­ni­co, iste­ri­co e asso­lu­ta­men­te irri­spet­to­so, la per­so­na buo­na che fon­da­men­tal­men­te era: devo­to alla medi­ta­zio­ne tra­scen­den­ta­le e con­vin­to del­la natu­ra illu­so­ria del mon­do, dove diven­ta rea­le tut­to ciò che si rie­sce a far cre­de­re tale.
Di que­sto par­la appun­to “Man on the Moon” dei R.E.M., di tut­te quel­le imma­gi­ni che sono soli­de real­tà del comu­ne patri­mo­nio uma­no ma che han­no lo stes­so poten­zia­le illu­so­rio di Andy che can­ta a Las Vegas con i baf­fo­ni e si fa chia­ma­re Tony Clif­ton; e che pos­so­no esse­re una mela che cade sul­la testa di New­ton o Neil Arm­strong che cam­mi­na sul­la luna (If You belie­ve They Put a Man on the Moon…). Da sem­pre Sti­pe e soci sono fans di Andy e si può dire che musi­cal­men­te ne abbia­no ono­ra­to l’indole can­gian­te ed irre­quie­ta cam­bian­do sti­le e regi­stro da un album all’altro man­te­nen­do comun­que la loro per­so­na­li­tà; emble­ma­ti­ca in que­sto sen­so “Shi­ny Hap­py Peo­ple” di “Out of Time”: can­zo­ne pop spen­sie­ra­ta in super­fi­cie ma intri­sa di una malin­co­nia pro­fon­da visi­bi­le negli occhi di Mike nel video­clip. Depres­sio­ne masche­ra­ta da gaiez­za.
Gra­zie quin­di a Milos For­man e chi per lui ha crea­to la per­fet­ta occa­sio­ne d’incontro nel suo film, ter­zo sen­tie­ro e unio­ne degli altri due: bio­gra­fia di Andy Kau­f­man super­ba­men­te inter­pre­ta­to da Jim Car­rey con colon­na sono­ra dei R.E.M. D’altra par­te cosa meglio del cine­ma può rac­con­ta­re di un uomo la cui ragio­ne di vita e di arte è sem­pre sta­ta l’illusione e il truc­co? Il film è una tra­spo­si­zio­ne piut­to­sto fede­le del­la vita del comi­co, dagli esor­di da bam­bi­no alla mor­te per una rara for­ma di tumo­re pol­mo­na­re, tut­ta­via For­man è per­so­na intel­li­gen­te e con­sa­pe­vo­le di cosa il suo mez­zo può rega­la­re a Andy e che que­sti avreb­be sicu­ra­men­te gra­di­to; mol­ti quin­di i ritoc­chi alla vita “vera” dell’artista di New York. Tra le tan­te la sce­na del fune­ra­le, dove in una chie­sa affol­la­ta Andy intrat­tie­ne anco­ra il suo pub­bli­co da un maxi scher­mo posto pro­prio sopra il suo fere­tro chie­den­do ai pre­sen­ti di can­ta­re pri­ma di con­ge­dar­si con un “Gra­zie e arri­ve­der­ci”. Oppu­re la sequen­za con­clu­si­va, dove in un loca­le, un anno dopo la mor­te di Kau­f­man, fa la sua appa­ri­zio­ne un per­so­nag­gio incap­puc­cia­to che si rive­le­rà esse­re Tony Clif­ton, accom­pa­gna­to dagli occhi com­mos­si, duran­te la sua ver­sio­ne sgan­ghe­ra­ta di “I Will Sur­vi­ve“, di chi ave­va ama­to Andy. Tra di loro c’è anche Bob Zmu­da, suo ami­co e col­la­boa­ra­to­re ma soprat­tut­to inter­pre­te di Tony alter­nan­do­si a Kau­f­man, che com­pa­re per un istan­te in una car­rel­la­ta sui vol­ti del pub­bli­co pro­prio men­tre noi spet­ta­to­ri sia­mo con­vin­ti che ci sia lui su quel pal­co. Que­sto l’omaggio fina­le di Milos For­man al re dell’illusione, per­so­na­le tri­bu­to offer­to dal cine­ma, arte supre­ma del truc­co e dell’inganno, che ci rega­la anco­ra qual­che istan­te di Andy.

Nico­la Spagnuolo

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