THE DEVIL ON MY ROAD

In the seventh hour, in the seventh day… Le radi­ci sono gelo­sa­men­te con­ser­va­te nell’Africa nera. Quel­la pove­ra e dispe­ra­ta. Lì nasco­no bam­bi­ni sen­za futu­ro. Già sie­ro­po­si­ti­vi. Già con­dan­na­ti. Eppu­re i figli di quest’Africa non sono poi così diver­si dai loro ante­na­ti ridot­ti in schia­vi­tù e con­dot­ti a for­za fin nel­le Ame­ri­che. Se doves­se­ro chie­der­mi di spie­ga­re cosa sia il blues, di rap­pre­sen­tar­lo, sep­pur in modo span­no­me­tri­co, andrei con mol­ta sem­pli­ci­tà alla ricer­ca di una foto­gra­fia di un bim­bo afri­ca­no. Sce­glie­rei un pri­mo pia­no. Gli occhio­ni pron­ti ad abbrac­cia­re tut­to intor­no. Il vuo­to. La deso­la­zio­ne. Tut­to ciò mi pare in vero stri­den­te. Inten­do dire, asso­cia­re un gene­re musi­ca­le, quin­di un qual­co­sa di mol­to vici­no ad un’idea gene­ri­ca di sva­go e diver­ti­men­to, con la più gran­de tra­ge­dia uma­na a noi con­tem­po­ra­nea, può sem­bra­re stram­pa­la­to. Tan­to più se si riflet­te sul fat­to che la gran par­te del­la musi­ca che ascol­tia­mo in que­sto nostro occi­den­te glo­ba­liz­zan­te deri­va in ulti­ma ana­li­si dall’Africa. Rock, Jazz, Metal e vor­rei dire musi­ca elet­tro­ni­ca non sono che i frut­ti del­la mede­si­ma pian­ta. È il blues. Un gene­re musi­ca­le nato negli sta­ti meri­dio­na­li degli Sta­ti Uni­ti, con una lun­ga fase di gesta­zio­ne, indi­vi­dua­bi­le tra il 18^ seco­lo e gli ini­zi del 900. Qui cen­ti­na­ia di miglia­ia di uomi­ni e don­ne di ori­gi­ne afri­ca­na vive­va­no in con­di­zio­ni di schia­vi­tù. Uni­ca con­ces­sio­ne dei bian­chi lan­do­w­ners il can­to, uti­liz­za­to per accom­pa­gna­re il lavo­ro. Il tra­scor­re­re dei decen­ni intan­to con­tri­bui­va a miglio­ra­re, anche se con mil­le ritro­sie e rap­pre­sa­glie dei bian­chi pro­prie­ta­ri ter­rie­ri, la con­di­zio­ne degli schia­vi. Il pri­mo bar­lu­me di spe­ran­za sem­brò poter giun­ge­re dal­la fede cat­to­li­ca. I can­ti di lavo­ro, det­ti shou­ters, fil­tra­ti da ideo­lo­gia “sacra”, e venu­ti a con­tat­to con la musi­ca euro­col­ta di matri­ce bian­ca die­de­ro vita al gospel. Il blues rima­se inve­ce lega­to ad una matri­ce più ter­re­na. Acca­de spes­so, addi­rit­tu­ra, di imbat­ter­si in bra­ni blues di argo­men­to sca­bro­so, come l’amore ero­ti­co, l’alcool, l’oscuro sim­bo­li­smo o la vio­len­za. I musi­co­lo­gi spie­ga­no que­sta ten­den­za come una natu­ra­le con­se­guen­za “con­ser­va­ti­va” all’imposizione del­la reli­gio­ne cat­to­li­ca. La malin­co­nia per la casa per­du­ta, la soli­tu­di­ne, l’abbandono, la tri­stez­za e il nichi­li­smo si ergo­no a pre­sen­za costan­te e carat­te­riz­zan­te dell’intero gene­re. Ango­scia, timo­ri, pene d’amore. Argo­men­ti che han­no trat­ta­to tut­ti i blue­smen pas­sa­ti alla sto­ria, da Robert John­son, che secon­do la leg­gen­da ven­det­te l’anima al dia­vo­lo in cam­bio del talen­to, a Skip James. Da Mud­dy Waters, che ha elet­tri­fi­ca­to il blues, dan­do­gli una dimen­sio­ne più urba­na e moder­na a John Lee Hoo­ker (che ha reci­ta­to la par­te di sé stes­so nel film Blues Bro­thers). Gli anni 60 furo­no una vera e pro­pria risco­per­ta del blues. Alcu­ne rock­star, come Jimi Hen­drix, Janis Joplin o Eric Clap­ton coro­na­ro­no il loro sogno di suo­na­re coi vec­chi mae­stri blues del Del­ta del Mis­sis­si­pi, dopo aver trat­to ben più di qual­che ispi­ra­zio­ne. Tut­to l’occidente bene­fi­cia, alme­no musi­cal­men­te, dell’eredità del blues e, per esten­sio­ne, dell’Africa inte­ra. For­se l’argomento “musi­ca­le” non è quel­lo più for­te da uti­liz­za­re per con­vin­ce­re un poten­zia­le inter­lo­cu­to­re del­la neces­si­tà di mobi­li­ta­zio­ne per il miglio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni di vita nei pae­si afri­ca­ni, ma può, di cer­to, aiutare.

Davi­de Zucchi

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.