IDILLIRIO ALPESTRE — PARTE SECONDA

Vor­rei fischiet­ta­re un moti­vet­to giu­sto per ingan­na­re il silen­zio, qui, sul tet­to d’Europa, tra ghia­io­ni e cie­lo, espo­sto come sono ad una soli­tu­di­ne immen­sa, –e for­tu­na­ta­men­te due ami­ci mi atten­do­no al bivac­co- io, iner­me pro­dot­to del­la socie­tà occi­den­ta­le, inca­pa­ce di cam­mi­na­re not­te­tem­po in un qual­sia­si bosco sen­za rie­vo­ca­re alla men­te, sedu­ta stan­te, tut­to il reper­to­rio di fic­tion hor­ror frui­to negli anni scial­bi dell’adolescenza, ed ecco­mi ora in una splen­di­da gior­na­ta autun­na­le, Calen­dot­to­bre, pavi­do d’una quie­te che volon­ta­ria­men­te sono quas­sù venu­to a cer­ca­re.

Ma non so fischiettare.

Da bam­bi­no invi­dia­vo mio pro­zio, capa­ce di modu­la­re deli­ca­te arie da melo­dram­ma set­te­cen­te­sco con il sem­pli­ce boc­cheg­gio del­le lab­bra e un poco di gio­co del­la lin­gua die­tro l’arcata den­ta­le supe­rio­re, men­tre io, nel ten­ta­ti­vo d’imitarlo, emet­te­vo solo dei sibi­li cacofonici.

Pro­ba­bil­men­te la con­for­ma­zio­ne del mio appa­ra­to fona­to­rio non per­met­te al mio cer­vel­lo di tra­sfor­ma­re l’immagine men­ta­le di una melo­dia nel cor­ri­spet­ti­vo fischiet­ta­to. La tal cosa, al momen­to, gio­ca a mio favo­re, giac­ché mi obbli­ga ad ascol­ta­re il silen­zio, suben­do­ne il discre­to fasci­no, facen­do­mi, gra­zie al cie­lo, abban­do­na­re il pro­po­si­to di comin­cia­re inve­ce a canticchiare.

Tra­mon­to sul­la sce­na. Di pece il pro­fi­lo del­le cime, rapi­do zig­za­ga­re sul­le pun­te. Le mon­ta­gne, den­ti che mor­do­no il cie­lo. L’ombra avan­za da orien­te, già inghiot­te i pos­sen­ti pie­di roc­cio­si del­la val­le, dove il tor­ren­te a pre­ci­pi­zio si get­ta nel bosco d’abeti, lì, dove ho lascia­to la civil­tà. Fra lei e me una deci­na di chi­lo­me­tri di sin­ce­ra natu­ra a far da spartiacque. 

Mi è inter­det­ta alla vista ‑la cosid­det­ta socie­tà civi­le- ma egual­men­te la per­ce­pi­sco, è la che aspet­ta, appiat­ti­ta nel­la bru­ma, la sua mano rugo­sa scon­quas­sa il fon­do­val­le, quel­la mano pec­ca­tri­ce che tan­to amo strin­ge­re, e del­le vol­te, in defla­gra­zio­ni di mise­ri­cor­dia, bacio con l’ardore di un devoto.

Abboz­zo qual­che hai­ku, acer­bi ten­ta­ti­vi poe­ti­ci del tipo: 

Cie­lo del vespro –
Neris­si­me svet­ta­no
Cime nel cielo

..oppu­re…

Tre­mi­la metri
Spi­ra da gole scu­re
Zefi­ro soave

Aria di spi­ri­tua­li­tà. Stra­na asso­cia­zio­ne: Alpi Reti­che, poe­sia orien­ta­le. Cer­ta­men­te sca­tu­ri­ta dal mio amo­re per i fol­li Vaga­bon­di del Dhar­ma , can­ta­ti da Jack.

Jack Duluoz, ricor­di anco­ra lo sguar­do di ghiac­cio del mon­te Hozo­meen capo­vol­to nel­la cor­ni­ce del­la fine­stra del­la tua capan­na di avvi­sta­to­re d’incendi sul Deso­la­tion Peak? Quel Vuo­to immo­bi­le, sopra e sot­to, ed il tran­si­ta­re in ciò-che-è-tut­to? Ram­men­ti le male­di­zio­ni lan­cia­te alla madre Ame­ri­ca dor­mien­te in una lun­ga not­te di stel­le? Ricor­di poi, l’entusiasmo con il qua­le tor­na­sti al mon­do, alla tua Fri­sco, alla tua Cit­tà del Mes­si­co, dopo set­ti­ma­ne di soli­tu­di­ne, cibi in sca­to­la e rimor­si per topi assassinati?

Jack, da te ho impa­ra­to che nel­la deso­la­zio­ne del­la mon­ta­gna l’anima può esse­re inter­ro­ga­ta alla ricer­ca di rispo­ste infi­ni­ta­men­te sin­ce­re, immen­sa­men­te dolo­ro­se, dan­na­ta­men­te importanti.

Ma voglio chie­der­lo a te ora, Jack, dim­mi: la Vita è un pon­te teso tra il nul­la ed il nul­la? È for­se una scin­til­la nel­la not­te, pre­sto inghiot­ti­ta dal buio? È un gri­do dispe­ra­to, nel silen­zio spet­tra­le di una cattedrale-deserto?

Ed il sas­so è fra­na­to dal­la mon­ta­gna nel­lo sca­ri­co di un ghia­io­ne. È piom­ba­to giù, in com­pa­gnia d’un mani­po­lo di suoi simi­li, roto­lan­do e coz­zan­do le teste(appuntite, levi­ga­te, bitor­zo­lu­te) dei com­pa­gni rima­sti a pre­si­dia­re il suo­lo, chi più, chi men saldamente.

Ma pri­ma d’allora era da mil­len­ni par­te d’una cro­da, svet­tan­te con­tro il cie­lo, il ven­to sof­fe­ren­te, e la piog­gia, fin dal gior­no in cui le mon­ta­gne era­no sor­te dal mare e la cro­sta ter­re­stre ave­va inar­ca­to la sua tita­ni­ca schiena.

E que­sto tem­po fu solo un bat­ti­to di ciglia, se para­go­na­to agli eoni tra­scor­si dal momen­to in cui nel­lo spa­zio, la mate­ria espul­sa nel­la defla­gra­zio­ne di qual­che super­no­va, comin­ciò a far comu­nel­la, sospin­ta da quel sen­ti­men­to di soli­da­rie­tà uni­ver­sa­le che è la for­za di gra­vi­tà, for­man­do infi­ne una pal­la incan­de­scen­te, che via via intor­pi­den­do­si, diven­ne il gran­de sas­so sul qua­le cam­mi­nia­mo capovolti.

E pri­ma anco­ra la mate­ria ramin­ga ebbe viag­gia­to nel buio pesto del vuo­to per una doz­zi­na di miglia­ia di milio­ni d’anni, fug­gen­do inti­mo­ri­ta in con­se­guen­za del­lo spa­ven­to­so gran bot­to, nel qua­le e dal qua­le tut­to ebbe prin­ci­pio, quan­do anco­ra l’universo rat­trap­pi­to in sol pun­to infi­ni­te­si­mo stava.

Tut­to, e dico tut­to, per per­met­ter­mi di rag­giun­ge­re que­sto sas­so con­tem­plar­lo, valu­tar­lo una ragio­ne­vo­le sedu­ta, e pog­giar­vi il mio affa­ti­ca­to fon­do­schie­na, bana­liz­zan­do così la sacra­li­tà d’una crea­zio­ne dura­ta tutt’altro che bru­sco­li­ni di tempo.

Ora, nel men­tre medi­to sul­la con­fi­gu­ra­zio­ne assun­ta dal mio sede­re pres­sa­to con­tro la nuda roc­cia, il sole va a get­tar­si defi­ni­ti­va­men­te die­tro la gib­bo­si­tà di una cro­da, tin­gen­do la vol­ta di un viva­ce arancione.

In me una dia­let­ti­ca di sen­sa­zio­ni. Da una par­te il ter­ro­re indi­ci­bi­le per l’infinita indif­fe­ren­za del­le pri­me stel­le del­la sera, osser­va­tri­ci pre­fe­ren­zia­li del­la mia mise­ria. Dall’altra l’immensa fasci­na­zio­ne per il gigan­te­sco edi­fi­cio del­la natu­ra, d’una bel­lez­za tale da far tra­ci­ma­re di gio­ia il cuore.

Anco­ra una vol­ta opto per l’inazione. Il pia­ce­re d’essere una foglia mor­ta, cadu­ta, posa­ta ed obliata.

rac­con­to di Enri­co Gaffuri

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