INCHIESTA MASTER — PARTE QUINTA

MASTER COME BENE DI CONSUMO: LA PUBBLICITA’

Che si trat­ti di un pro­sciut­to cru­do affu­mi­ca­to dell’Alto Adi­ge o di un cor­so pro­fes­sio­na­liz­zan­te post-uni­ver­si­ta­rio, comu­ne­men­te chia­ma­to master (non il pro­sciut­to, il cor­so), le stra­te­gie comu­ni­ca­ti­ve del­la pub­bli­ci­tà sareb­be­ro iden­ti­che o mol­to simi­li. È for­se que­sta la con­clu­sio­ne che si può tira­re alla fine del­la ricer­ca, soprat­tut­to per mez­zo di inter­net, su come un master si pre­sen­ti, si pub­bli­ciz­zi e si ren­da appe­ti­bi­le per i futu­ri stu­den­ti-clien­ti. Sap­pia­mo come la rete sia diven­ta­ta via via una cas­sa di riso­nan­za sem­pre più poten­te, e di con­se­guen­za auto­re­vo­le, di cui le azien­de, i pri­va­ti, gli enti pub­bli­ci, si ser­vo­no per vei­co­la­re un pro­dot­to o sem­pli­ce­men­te far­ne pub­bli­ci­tà. Navi­gan­do ci sia­mo tro­va­ti di fron­te a una miria­de di siti che pre­sen­ta­no mol­ti cor­si, uti­liz­zan­do le più dispa­ra­te tec­ni­che pro­mo­zio­na­li: imma­gi­ni, con­te­nu­ti audio e video, pre­sen­ta­zio­ni Flash. La scel­ta di un master dovreb­be pre­scin­de­re dal richia­mo sedut­ti­vo del­la pub­bli­ci­tà. Non è così. Dona­ta Ros­si, diret­to­re dell’agenzia pub­bli­ci­ta­ria Taba­ta Com­mu­ni­ca­tion, ci dice che «la pub­bli­ci­tà non solo è impor­tan­te ma a vol­te potreb­be esse­re qua­si deci­si­va nel­le sue varie for­me». Ed è pro­prio il gra­do di cre­di­bi­li­tà di que­ste for­me del lin­guag­gio pub­bli­ci­ta­rio che spes­so si sot­to­va­lu­ta. Ad esem­pio riguar­do le imma­gi­ni di gio­va­ni fre­schi e dina­mi­ci che cam­peg­gia­no su que­sti siti, lei spie­ga di non sape­re effet­ti­va­men­te quan­to sia­no cre­di­bi­li ma che «è un imma­gi­na­rio ormai fis­sa­to e anche il master vuo­le comu­ni­ca­re un’idea di suc­ces­so e van­tag­gi» e che soprat­tut­to «rife­ren­do­ci all’etica e ai valo­ri di que­sta socie­tà, la rap­pre­sen­ta­zio­ne del vin­cen­te è quel­la. Che que­sta idea pos­sa esse­re mes­sa in discus­sio­ne, è un pro­ble­ma che non riguar­da la pub­bli­ci­tà a meno che non si voglia spin­ge­re un master in No-pro­fit al qua­le si rife­ri­sco­no altri valo­ri». A vol­te, però, il con­tra­sto tra il con­te­nu­to, ovve­ro la cul­tu­ra teo­ri­ca­men­te, e la for­ma, pare trop­po stri­den­te: in un audio su un sito, una voce descri­ve le moda­li­tà di acces­so al master, i rego­la­men­ti, gli estre­mi, men­tre risuo­na I can’t get you out of my head di Kylie Mino­gue. Ma la mis­sio­ne del mar­ke­ting, come sostie­ne Ros­si, è anche quel­la di «stem­pe­ra­re la serio­si­tà del pro­dot­to per avvi­ci­nar­lo al tar­get di rife­ri­men­to che sono i gio­va­ni» anche se «sì con­tra­sti trop­po ardi­ti potreb­be­ro allon­ta­na­re gli inte­res­sa­ti». Si potreb­be dire allo­ra che cer­ti tipi di master, sia­no l’esatta con­giun­zio­ne tra un pro­dot­to “ven­di­bi­le” e uno “sce­gli­bi­le”: per­ché stes­si lin­guag­gi comu­ni­ca­ti­vi pos­so­no allon­ta­na­re o avvi­ci­na­re qual­co­sa che però si è già scel­to; dice sem­pre Ros­si che «in que­sto ambi­to la pub­bli­ci­tà ser­ve per chia­ri­re le idee di chi già comun­que è indi­riz­za­to».

Abbia­mo nota­to che per spon­so­riz­za­re master, soprat­tut­to sul turi­smo (?), sono uti­liz­za­te imma­gi­ni che andreb­be­ro benis­si­mo per la cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria del Club Med o di qual­sia­si altro ope­ra­to­re turi­sti­co: i sur­fi­sti sul mare cobal­to si spre­ca­no, i pano­ra­mi carai­bi­ci con ‘sto fred­do ti stor­di­sco­no. Sem­bra che più che inse­gnar­ti una gestio­ne mana­ge­ria­le del­le loca­li­tà turi­sti­che (cre­do sia que­sto quel­lo che fan­no) ti voglia­no inse­gna­re a goder­te­la que­sta vacan­za. Infat­ti ci vie­ne con­fer­ma­to che «a vol­te il cor­to­cir­cui­to comu­ni­ca­ti­vo del­le imma­gi­ni, la sin­te­si che vor­reb­be­ro otte­ne­re, va a disca­pi­to del­la chia­rez­za e in que­sti casi è neces­sa­rio pre­sta­re atten­zio­ne nel rap­por­to con il tar­get». Ma non è sem­pre così: «altre vol­te inve­ce la cosa è stu­dia­ta per dare un sen­so di leg­ge­rez­za e di allon­ta­na­men­to (pro­prio come in una vacan­za, n.d.r.); anche l’iconografia del­la far­fal­la vie­ne usa­ta per que­sti sco­pi».

Il lavo­ro del­la pub­bli­ci­tà sem­bra quin­di rical­ca­re sche­mi e meto­do­lo­gie simi­li: che si trat­ti di un pro­dot­to “cul­tu­ra­le”, o che l’oggetto da pro­por­re sia di con­su­mo. Cer­to è dif­fi­ci­le sta­bi­li­re, con­si­de­ran­do solo la pub­bli­ci­tà, quan­ta cul­tu­ra ci sia in master piut­to­sto che in altro. Ma l’equazione più pub­bli­ci­tà ugua­le meno qua­li­tà tro­va par­zial­men­te in disac­cor­do la Taba­ta Com­mu­ni­ca­tion: «No, non direi che si pos­sa affer­ma­re que­sto tan­to facil­men­te; è cer­to che il livel­lo del­la pub­bli­ci­tà è sca­du­to, e poi con­si­de­ria­mo che, anche un master, è una cosa che non si ven­de da sola». E poi, per fare un po’ di pub­bli­ci­tà, se sce­glie­te il Master in Eco­no­mia e Manag­ment del Turi­smo di Mon­ta­gna potre­te com­prar­vi ‘sto bene­det­to Pro­sciut­to Cru­do Affu­mi­ca­to dell’Alto Adige.

a cura di Fabri­zio Aurilia

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