GROTTESCHERIE: HIRST E LO SQUALO RIPUDIATO

Swim­ming with famous dead shark: così, con un po’ più di una pun­ta d’ironia, The New York Times tito­la (1–11-2006) un arti­co­lo dedi­ca­to al “caso” dell’arte che darà filo da tor­ce­re a cri­ti­ci, esti­ma­to­ri dell’arte e del gos­sip: lo “squa­lo” di Damien Hir­st sta mar­cen­do, e allo­ra lui, il pez­zo da novan­ta dei Bri­tish Young Artists, l’alfiere del con­tem­po­ra­neo, l’asso nel­la mani­ca del­la Saat­chi Gal­le­ry — distri­bu­tri­ce pla­ne­ta­ria di mul­ti­mi­liar­da­ria pac­cot­ti­glia con­tem­po­ra­nea — che fa? Lo restau­ra, è chia­ro; ovve­ro, con uno sci­vo­la­men­to con­cet­tua­le su cui vale la pena sof­fer­mar­si, lo sosti­tui­sce con un altro squa­lo; le due bestio­le, a dire il vero, sono piut­to­sto simi­li – i pesci, si sa, non bril­la­no per espres­si­vi­tà – ma que­sto non ha dis­sua­so cri­ti­ci bac­chet­to­ni e ana­cro­ni­sti­ci nemi­ci del nuo­vo-che-avan­za dal tur­ba­re il son­no del pove­ro Hir­st con il loro bru­sio di dis­sen­so. Ma pro­ce­dia­mo con ordi­ne: nel 1991 il gal­le­ri­sta C. Saat­chi com­mis­sio­na, per la modi­ca cifra di 50.000£, uno squa­lo in for­mal­dei­de al gio­va­ne Hir­st, peral­tro già arci­no­to gra­zie al suo buon­gu­sto ana­to­mi­co per aver espo­sto capre, cavo­li, muc­che e altri ani­ma­li del­la fat­to­ria immer­si – direm­mo imbal­sa­ma­ti, se non fos­se ter­mi­ne così pas­sa­ti­sta – in una solu­zio­ne a base di for­mal­dei­de. Il gal­le­ri­sta lon­di­ne­se è, si sa, uno che ha fiu­to per gli affa­ri, e infat­ti: alla fine del 2004 l’opera – altre­sì det­ta, nostal­gi­ca­men­te, The Phy­si­cal impos­si­bi­li­ty of death in the mind of someo­ne living — vie­ne bat­tu­ta all’asta alla Gago­sian Gal­le­ry per la cifra record di 6,5 milio­ni. Il for­tu­na­to (!) è S. Cohen, US hed­ge found mana­ger e muni­fi­co col­le­zio­ni­sta d’arte, che siste­ma l’opera in casa in atte­sa del­la costru­zio­ne di un museo dedi­ca­to. Ma cosa sareb­be la vita sen­za un piz­zi­co di bri­vi­do: dopo poco lo squa­lo, in bar­ba all’impossibilità fisi­ca del tito­lo, irre­spon­sa­bil­men­te ini­zia a mostra­re segni di cedi­men­to, si defor­ma dall’interno e ini­zia ad ema­na­re un nau­sea­bon­do feto­re, il tut­to gal­leg­gian­te in solu­zio­ne ver­de spe­ran­za. Hir­st non era mai sta­to trop­po con­ten­to del risul­ta­to, di cui, già a suo tem­po, dice­va “Non incu­te­va poi così tan­to timo­re. Pare­va fin­to. Sem­bra­va qua­si non aves­se peso”, il miliar­da­rio, inve­ce, non si cruc­cia­va trop­po — “E’ vero? Non è vero? Sono sta­to attrat­to da tut­to il fat­to­re di rischio” — e anche la fac­cen­da del­la putre­fa­zio­ne, tut­to som­ma­to… Ma que­sto per l’artista è dav­ve­ro trop­po: chia­ma in Austra­lia alcu­ni fisher­man di fidu­cia, fa pesca­re un altro squa­lo, pos­si­bil­men­te con l’aria un po’ più tru­ce, lo cari­ca su un aereo e si rin­chiu­de, arma­to di masche­re, imper­mea­bi­li gial­li, aghi, for­ma­li­na e imbal­sa­ma­to­ri, in un capan­no­ne sper­du­to nel Glou­ce­ster­shi­re, per “restau­ra­re” la sua ope­ra a rit­mo di rap. “Il lavo­ro è lun­go e com­ples­so — dichia­ra Mr. Crim­men, respon­sa­bi­le al Museo di Sto­ria Natu­ra­le e coor­di­na­to­re dell’operazione — a cau­sa del­le dimen­sio­ni del cor­po; cen­ti­na­ia di aghi iniet­ta­no la for­mal­dei­de in pro­fon­di­tà, spe­ran­do di rag­giun­ge­re anche i pun­ti più remo­ti, e la not­te l’opera è lascia­ta a “mari­na­re” in un bagno di for­mal­dei­de” – melius abun­da­re quam defi­ce­re. Vie­ne da chie­der­si qua­le sia il ruo­lo di Hir­st in tut­to que­sto, ma la rispo­sta vien da sé. L’artista, infat­ti, assi­cu­ra che que­sta vol­ta il suc­ces­so è garan­ti­to: “Quan­do lo squa­lo era sta­to mani­po­la­to 15 anni fa ave­va­mo usa­to una tec­ni­ca tut­ta diver­sa..”, e, inter­vi­sta­to da S. Mor­gan, rispon­de così ai cri­ti­ci: “Mi han­no inter­vi­sta­to a pro­po­si­to del­la con­ser­va­zio­ne del­le ope­re e mi han­no det­to che la for­mal­dei­de non era la tec­ni­ca più indi­ca­ta. Pen­sa­no che io l’abbia usa­ta per tra­man­da­re un’opera d’arte alla poste­ri­tà, men­tre in real­tà io la uso per comu­ni­ca­re un’idea”. Dun­que è così, l’artista ha l’idea, la fa rea­liz­za­re da altri, pren­de i sol­di e garan­ti­sce che “show must go on”. Tra l’altro, alcu­ni mali­gni insi­nua­no che l’artista abbia trat­to “ispi­ra­zio­ne” da un altro squa­lo, espo­sto assai pri­ma da E. Saun­ders nel­la vetri­na del suo nego­zio in East Lon­don, ma non è bene ecce­de­re nel­la cat­ti­va fede. Comun­que, la linea di dife­sa, come si evin­ce, è dav­ve­ro mol­to “con­cet­tua­le”, eppu­re non per­sua­de i più, tra cui il con­ser­va­to­re S. Gil­le­spie, che in Keep artists away from their own work sot­to­li­nea la capi­ta­le dif­fe­ren­za tra con­ser­va­zio­ne, restau­ra­zio­ne e sosti­tu­zio­ne, e si inter­ro­ga sul­la lega­li­tà dell’intervento di un arti­sta su ope­re “fini­te”. In poche paro­le, la dia­tri­ba sem­bra ripren­de­re da dove Ben­ja­min l’aveva lascia­ta: dige­ri­ta la vec­chia ripro­du­ci­bi­li­tà tec­ni­ca – che pure con­ti­nua a dare i suoi grat­ta­ca­pi al mer­ca­to dell’arte – ora appro­dia­mo alla sosti­tui­bi­li­tà mate­ria­le. Auten­ti­ci mira­co­li del­le idee, occul­to pote­re del con­cet­to, far pas­sa­re in secon­do pia­no le oltre 20 ton­nel­la­te di un inno­cen­te pescio­ne, pri­va­to del­la vita e ora anche del­la digni­tà di sopram­mo­bi­le per miliar­da­ri. La que­stio­ne è dav­ve­ro spi­no­sa, a trat­ti grot­te­sca, se si pen­sa che il “restau­ro” – le fon­ti sull’identità del finan­zia­to­re sono oscil­lan­ti – avrà un costo sti­ma­bi­le intor­no ai 100.000$. Il mon­do dell’arte se la ghi­gna, le paro­die si spre­ca­no, ma vale la pena di ricor­da­re che l’effetto adver­ti­sing per Hir­st – in que­sto più scal­tro di una vec­chia sou­bret­te – è assi­cu­ra­to. Mira­co­li del con­tem­po­ra­neo, non si può che amar­ne l’eleganza sublime. 

Intan­to, però, Hir­st tra­di­sce – sci­vo­lo­ne di sti­le – la sua pura voca­zio­ne con­cet­tua­le con una dichia­ra­zio­ne che fa riflet­te­re: per il futu­ro dell’opera – la secon­da, l’unico vero, nuo­vo ori­gi­na­le – l’artista non pare pre­oc­cu­pa­to, ma dichia­ra “fin­chè io sarò vivo, sarò sod­di­sfat­to. E’ garan­ti­ta 200 anni. Sod­di­sfat­ti o rim­bor­sa­ti”. Il che equi­va­le a dire che l’arte e gli squa­li saran­no anche un con­cet­to, ma il dena­ro no. E se poi, dicia­mo tra 100 anni, il dan­neg­gia­to vor­rà avva­ler­si del­la garan­zia, gli occor­re­rà un bel po’ di fan­ta­sia per indi­riz­za­re la sua pro­te­sta, dato che Hir­st, sep­pur a fati­ca, sta ormai entran­do nell’età adul­ta. E già vie­ne da chie­der­si; e il pri­mo squa­lo, qua­le sarà il suo desti­no di ripu­dia­to dell’arte? Hir­st lo allon­ta­ne­rà dal bino­mio occhio-cuo­re, oppu­re se lo ter­rà in can­ti­na, pro­va incon­fes­sa­bi­le di un erro­re di gio­ven­tù? Inu­ti­le com­men­ta­re oltre, l’arte con­tem­po­ra­nea è così bel­la, e biso­gna, biso­gna pro­prio cre­der­ci cie­ca­men­te. Anche per­ché, a pen­sar­ci trop­po, si rischia di dubi­ta­re e di pec­ca­re di mali­zia, il che sareb­be mol­to demodé…

Vivia­na Birolli

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