IL GRANDE CAPO — LA CAMERA-STYLE DI VON TRIER

Il gran­de capo, pri­ma di esse­re un film (ter­ri­bil­men­te genia­le)e una com­me­dia (ter­ri­bil­men­te gusto­sa), è uno scrit­to di poe­ti­ca. Tut­ti i cine­ma di Von Trier sono pun­ti di con­cet­to e di non ritor­no, asso­li che squar­cia­no la nozio­ne di imma­gi­ne, e di sen­so: pri­ma il deco­strut­ti­vi­smo visio­na­rio (L’elemento del cri­mi­ne, Euro­pa), poi il dog­ma (Le onde del desti­no, Idio­ti), poi il sim­bo­li­smo con­cre­to alla Bec­kett (Dog­vil­le, Man­der­lay).
Ora l’autodenudazione del mestie­re: il regi­sta come mani­po­la­to­re dis­sa­cran­te del mate­ria­le uma­no e del­lo sguar­do del­lo spet­ta­to­re, ma non (più) del mate­ria­le fil­mi­co (Von Trier gira affi­dan­do­si all’ “Auto­ma­vi­sion”: un com­pu­ter met­te a pun­to una sele­zio­ne casua­le di shot).
L’intervento del regi­sta non avvie­ne più sull­la pel­li­co­la, ma attra­ver­so il sadi­co con­tem­pla­re le debo­lez­ze altrui (degli atto­ri, del­lo spet­ta­to­re), spian­do­ne le rea­zio­ni, costrin­gen­do­li ad ammet­te­re la pro­pria ina­de­gua­tez­za e il pro­prio vizio.
E sono pre­ve­di­bi­li allo­ra (anzi per­fet­ta­men­te con­se­quen­zia­li) gli stre­pi­ti scon­cer­ta­ti dell’establishment cri­ti­co dei soli­ti noti, che non com­pren­de, non coglie, non (si) rico­no­sce.
Men­tre Von Trier è già nel pros­si­mo cine­ma, che si fa di nuo­vi con­fi­ni da trac­cia­re per­ché da abbat­te­re, e di imma­gi­ni che non sono sta­te viste nel­lo sguar­do di nessuno.

GIUDIZIO
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Mat­tia Mariotti
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