INTERVISTA AD ANDREA FRAZZETTA

Nasce a Lec­ce, si lau­rea in archi­tet­tu­ra a Mila­no, ma subi­to posa la mati­ta e va a foto­gra­fa­re l’Africa e l’America del Sud. Andrea Fraz­zet­ta ha 29 anni ed è sta­to insi­gni­to del Pre­mio Canon 2006 – rico­no­sci­men­to di pre­sti­gio per gio­va­ni talen­ti — per il miglior pro­get­to foto­gra­fi­co. Rap­pre­sen­ta­to in Ita­lia e all’estero dall’agenzia Gra­zia Neri, ha espo­sto il pro­prio lavo­ro su rivi­ste come D di Repub­bli­ca, Inter­na­zio­na­le, Domus, Finan­cial Times, Cour­rier Inter­na­tio­nal. Nell’ultima mostra, alle­sti­ta recen­te­men­te a Mila­no, Fraz­zet­ta con le sue foto ha rac­con­ta­to la vita quo­ti­dia­na del Con­go met­ten­do in luce le pro­spet­ti­ve di cam­bia­men­to del pae­se, come gli scat­ti che docu­men­ta­no l’attività di Radio Oka­pi, un’emittente libe­ra a gran­de dif­fu­sio­ne. Ma pri­ma del foto­re­por­ta­ge c’era uno architetto.

In che modo lo stu­dio dell’architettura ha influen­za­to la tua foto­gra­fia?
Quel­lo dell’architetto che pro­get­ta è un lavo­ro affi­ne al mestie­re del foto­re­por­ter che costrui­sce una sto­ria. Inol­tre io stu­dia­vo pro­get­ta­zio­ne archi­tet­to­ni­ca e ciò ha avu­to influen­za nel­lo stu­dio sul­la com­po­si­zio­ne degli spa­zi. Tro­vo inte­res­san­te usa­re le rego­le gra­fi­che per sfrut­ta­re il gio­co di super­fi­ci. Un vez­zo geo­me­tri­co può ser­vi­re a sot­to­li­nea­re il contenuto.

Per­ché foto­gra­fa­re il Con­go?
Per­ché ti met­te alla pro­va. È dif­fi­ci­lis­si­mo lavo­ra­re lì. Non si può foto­gra­fa­re in stra­da, per ogni cosa ci sono tra­fi­le par­ti­co­la­ri. Sono pas­sa­to per cin­que con­trol­li in aero­por­to. Fun­zio­na così: tu ini­zi a con­ta­re le ban­co­no­te, quan­do l’addetto comin­cia a chiu­de­re la bor­sa vuol dire che hai rag­giun­to la quan­ti­tà di sol­di neces­sa­ri.
Fino­ra hai lavo­ra­to soprat­tut­to in Suda­me­ri­ca e Suda­fri­ca, per­ché sce­gli pae­si che tra le carat­te­ri­sti­che prin­ci­pa­li han­no la pover­tà del­la popo­la­zio­ne? Vor­rei tan­to foto­gra­fa­re Islan­da e Nor­ve­gia; il pro­ble­ma è che in Perù ci vado con 1500 euro, a Oslo non mi baste­reb­be­ro nean­che per una set­ti­ma­na. E poi, in que­sti pae­si del sud, sei age­vo­la­to dal­la pre­sen­za del­le Orga­niz­za­zio­ni non gover­na­ti­ve alle qua­li ti puoi affian­ca­re. Ma è tra i miei desi­de­ri anda­re anche nei pae­si nordici.

Tu hai affer­ma­to che davan­ti a una foto vai subi­to a guar­da­re i bor­di. Che suc­ce­de attor­no a una foto?
Spes­so quel­lo che con­ta nel­la foto­gra­fia è ciò che vie­ne esclu­so. Mi piac­cio­no le foto che ti lascia­no insod­di­sfat­to. La foto fun­zio­na quan­do la sto­ria non muo­re lì, ti fa venir voglia di sape­re che c’era attor­no. Le foto che mi piac­cio­no di più sono quel­le dove si sen­te l’esclusione di qual­co­sa, ad esem­pio in una foto che ho scat­ta­to in Con­go. Ho immor­ta­la­to del­le don­ne di una set­ta che, in rapi­men­to esta­ti­co, pre­ga­no. Ciò che non si vede nel­la foto­gra­fia è che tutt’attorno sta­va suc­ce­den­do un putiferio.

Foto in bian­co e nero o a colo­ri?
Le agen­zie sele­zio­na­no foto­gra­fi che lavo­ra­no a colo­ri. A me pia­ce di più il colo­re. Quan­do a Lui­gi Ghir­ri chie­de­va­no per­ché foto­gra­fas­se a colo­ri lui rispon­de­va: «Per­ché vedo a colo­ri». La foto in bian­co e in nero sem­bra più accat­ti­van­te per­ché fa vede­re la real­tà come non è. È come fare silen­zio attorno.

Il tuo foto­gra­fo pre­fe­ri­to?
Pao­lo Pel­le­grin è un mostro. Mi pia­ce per la capa­ci­tà e il lin­guag­gio che usa. Lui è un esem­pio di dedi­zio­ne e volon­tà che ora ha tro­va­to il giu­sto scenario.

Libro di foto da rega­la­re?
The Ame­ri­cans di Robert Frank. Bellissimo.

Pro­fes­sio­ni­sti o dilet­tan­ti, oggi tut­ti foto­gra­fa­no. Ma si pos­so­no chia­ma­re foto­gra­fi?
Non ho nes­sun pre­con­cet­to nei con­fron­ti del­la demo­cra­tiz­za­zio­ne dell’uso del­la foto. Se uno ha urgen­za di dire qual­co­sa se ne deve infi­schia­re del­le rego­le sco­la­sti­che. A vol­te il nodo del­la tec­ni­ca nascon­de la man­can­za d’idee. La tec­ni­ca è solo uno stru­men­to. Ci sono arti­sti che fan­no foto sba­glia­te, ma il mes­sag­gio che devo­no comu­ni­ca­re è tal­men­te urgen­te che van­no comun­que benis­si­mo.
San­gue, guer­ra, imma­gi­ni cruen­te, quan­to sono neces­sa­ri al lavo­ro di un foto­gra­fo? Io, appas­sio­na­to di Cal­vi­no, seguo, per comu­ni­ca­re, l’ideale di “leg­ge­rez­za”. Sono infa­sti­di­to da foto cruen­te. Non ho mai fat­to repor­ta­ge di guer­ra e non voglio fare un lavo­ro dove sia neces­sa­ria una guer­ra. Wer­ner Bischof è riu­sci­to a comu­ni­ca­re la dram­ma­ti­ci­tà del­la guer­ra foto­gra­fan­do il cor­po di un mili­ta­re coper­to da un velo, aven­do il pudo­re di non anda­re a sco­prir­lo. La dif­fe­ren­za è fra uno che sem­pli­fi­ca, e uno che ci met­te rispet­to e poesia.

a cura di Dia­na Garrisi

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.