NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI ’80 N°7

L’ultima vol­ta che ci sia­mo visti, inten­do che ave­te let­to que­sta rubri­ca, era Nata­le. Vi imma­gi­no sedu­ti sul­la pol­tro­na, con il golf nuo­vo già spor­co di zuc­che­ro a velo del pan­do­ro, men­tre leg­ge­te la rubri­ca del vostro affe­zio­na­tis­si­mo. Mi dico­no sia un otti­mo eupep­ti­co, come il Dige­sti­vo Anto­net­to, che a metà degli anni ottan­ta van­ta­va come testi­mo­nial un Nico­la Ari­glia­no sor­pren­den­te­men­te gio­va­ni­le, con­fron­ta­to a quel­lo che si pre­sen­tò pochi anni fa al Festi­val di San­re­mo (quel­lo sem­bra­va Gio­van­ni di Aldo Gio­van­ni e Gia­co­mo tra­ve­sti­to da vec­chio). L’Arigliano suo­na­va un moti­vet­to al pia­no: da sot­to ad un trat­to spun­ta­va una moret­to­na-ric­cio­lo­na in tubi­no pail­let­ta­to ros­so acce­so a mostra­re la sca­to­la del pro­dot­to. E’ fin trop­po faci­le iro­niz­za­re sul­la sco­mo­da posi­zio­ne del­la ragaz­za, che veni­va pale­se­men­te pena­liz­za­ta dal­la scel­ta regi­sti­ca: è pur vero che se da sot­to il pia­no fos­se spun­ta­to un gio­va­not­to, sareb­be sta­to, al tem­po, for­se peg­gio. Duran­te le lun­ghe vacan­ze che noi uni­ver­si­ta­ri dob­bia­mo pur­trop­po sop­por­ta­re, ho visto l’ame­ri­can drim der sor Muc­ci­no. L’America rea­ga­nia­na fa da sfon­do alla vicen­da che, in poche paro­le, descri­ve decli­no e asce­sa di Will “che figo!” Smith. La ricer­ca di un lavo­ro che ti con­sen­ta di fare sol­di a stra­fot­te­re, ma sem­pre con sti­le: un po’ alla Fon­zie, ma con meno don­ne intor­no. L’attore ico­na di que­sto gene­re di film è il magni­fi­co, ecce­zio­na­le e sfor­tu­na­to Michael J. Fox: il pic­co­let­to che ini­zian­do dal tele­film Casa Kea­ton del 1982, rag­giun­se il suc­ces­so con Ritor­no al futu­ro, ma si con­sa­crò nei ruo­li del­lo yup­py che dal nien­te arri­va, attra­ver­so tra­vol­gen­te impe­gno, osti­na­zio­ne e movi­men­to di let­ti, alla ric­chez­za più tra­boc­can­te. In que­sta sede desi­de­ro ricor­da­re soprat­tut­to Il segre­to del mio suc­ces­so del 1987, nel qua­le un gio­va­ne Fox par­te da un pae­si­no del Kan­sas per la Gran­de Mela in cer­ca di for­tu­na negli affa­ri. Rico­pre nell’azienda del­lo zio il ruo­lo di fat­to­ri­no, ma ben pre­sto gra­zie ad una viva­ci­tà incon­trol­la­bi­le, e ad una sim­pa­tia con­ta­gio­sa, si por­te­rà a let­to la zia. Segna­te­ve­lo: se vole­te far­vi vostra zia, ricor­da­te­vi, viva­ci­tà e sim­pa­tia sem­bra­no le armi giu­ste. Ma non si fer­me­rà solo a que­sto: il pic­co­lo mago del­la finan­za, occu­pan­do abu­si­va­men­te la pol­tro­na di un diri­gen­te, sca­le­rà la mul­ti­na­zio­na­le del cor­nu­to zio. Il mec­ca­ni­smo nel qua­le Michael J. Fox eccel­le è il seguen­te: da homo novus tut­to­fa­re, con le armi del­la volon­tà e dell’ironia, divie­ne gran­de trom­ba­to­re, da qui a pos­se­de­re una mul­ti­na­zio­na­le il pas­so è bre­vis­si­mo. Un pub­bli­co anni ottan­ta lo capi­sce imme­dia­ta­men­te e lo segue. Poi soprag­giun­se­ro gli anni novan­ta, la Guer­ra del Gol­fo, i demo­cra­ti­ci al pote­re, e l’arrivismo di Fox era un model­lo supe­ra­to: Moni­ca Lewin­sky, tut­to­fa­re del­la casa Bian­ca, pro­vò con le stes­se armi la sca­la­ta, ma non le ho andò altret­tan­to bene. For­se in que­sta rubri­ca oggi si è par­la­to trop­po di gen­te sot­to a tavo­li o pianoforti.

Fabri­zio Aurilia

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