CALCIO: DA HOOLIGANS A “FRIENDLY FANS”

Se que­sto è ciò che chia­ma­te cal­cio, cos’è per voi una bat­ta­glia?” si chie­de­va scon­cer­ta­to nel 1829 un fran­ce­se che assi­ste­va ad una par­ti­ta di cal­cio ingle­se. La testi­mo­nian­za ci pro­va che la vio­len­za asso­cia­ta al cal­cio non è una “dege­ne­ra­zio­ne” dei nostri gior­ni; comun­que i recen­ti, dram­ma­ti­ci avve­ni­men­ti acca­du­ti in occa­sio­ne del­la par­ti­ta di cal­cio tra Cata­nia e Paler­mo costi­tui­sco­no un’occasione ine­lu­di­bi­le per una rifles­sio­ne sto­ri­ca sul tema del­la tifo­se­ria vio­len­ta, spes­so nota col ter­mi­ne ingle­se hoo­li­ga­ni­sm. Gli hoo­li­gan infat­ti sono nati in Inghil­ter­ra insie­me col gio­co del cal­cio, e per seco­li sono sta­ti un feno­me­no tipi­ca­men­te bri­tan­ni­co. In real­tà lo stes­so gio­co del cal­cio è nato come pra­ti­ca socia­le, più che spor­ti­va, piut­to­sto vio­len­ta: l’iniziale for­ma di gio­co, nota già nel 13° seco­lo, coin­vol­ge­va in bat­ta­glie pres­so­ché pri­ve di rego­le gran par­te dei gio­va­ni maschi di vil­lag­gi vici­ni. Le par­ti­te era­no vis­su­te, più che come occa­sio­ni per com­pie­re pro­dez­ze con la pal­la, come oppor­tu­ni­tà di estrin­se­ca­re anti­chi ran­co­ri, pareg­gia­re con­ti in sospe­so e par­te­ci­pa­re atti­va­men­te alla pra­ti­ca “viri­le” dell’aggressione tri­ba­le. Pre­ce­du­te da for­ti bevu­te, le pri­mi­ti­ve par­ti­te si con­clu­de­va­no spes­so con dan­ni anche gra­vi a per­so­ne e cose. Anti­ca­men­te l’opinione pub­bli­ca era piut­to­sto tol­le­ran­te ver­so que­ste “intem­pe­ran­ze”, ma già all’inizio del 14° seco­lo i com­mer­cian­ti chie­se­ro di pro­teg­ge­re i mer­ca­ti (e dun­que i loro affa­ri) dal­le vio­len­ze che si ori­gi­na­va­no in occa­sio­ne di incon­tri di pal­lo­ne: così que­sto gio­co fu ripe­tu­ta­men­te mes­so al ban­do da edit­ti rea­li fin dal 1314. Evi­den­te­men­te però il cal­cio come for­ma vio­len­ta di com­pe­ti­zio­ne rima­se in uso, e le par­ti­te, che impe­gna­va­no anche un miglia­io di gio­ca­to­ri, con­ti­nua­va­no ad esse­re asso­cia­te a van­da­li­smi di varia gra­vi­tà a dan­no di magaz­zi­ni, cana­li e muli­ni. Nel 19° sec. l’industrializzazione e l’urbanizzazione cir­co­scris­se­ro gli spa­zi depu­ta­ti al gio­co in are­ne man mano più pic­co­le, all’interno del­le qua­li furo­no pre­scrit­te seve­re rego­le di gara: i com­por­ta­men­ti vio­len­ti pre­ce­den­te­men­te pra­ti­ca­ti sul ter­re­no di gio­co furo­no ritua­liz­za­ti, la pra­ti­ca spor­ti­va ven­ne rac­co­man­da­ta come sana alter­na­ti­va al bere alco­li­ci, e il fair play loda­to come carat­te­ri­sti­ca del buon cit­ta­di­no. Una vol­ta limi­ta­ta l’aggressività fisi­ca dei gio­ca­to­ri, si ridus­se anche la vio­len­za degli spet­ta­to­ri, e in que­sta for­ma il gio­co del cal­cio, dive­nu­to “rispet­ta­bi­le”, ven­ne espor­ta­to nel resto dell’Europa e del mon­do. Tut­ta­via, pur se le rego­le spor­ti­ve più seve­re han­no con­te­nu­to il feno­me­no del­lo hoo­li­ga­ni­sm, la dif­fu­sio­ne del cal­cio su sca­la mon­dia­le ha pur­trop­po por­ta­to con sé anche la dif­fu­sio­ne di pra­ti­che di tifo­se­ria vio­len­ta. Le “ritua­li” inva­sio­ni del­le cur­ve dell’opposta tifo­se­ria, gene­ral­men­te più spet­ta­co­la­ri che vio­len­te, alcu­ne vol­te sono sta­te la mic­cia che ha inne­sca­to bat­ta­glie cruen­te: negli anni ’50, in Iugo­sla­via diver­si inci­den­ti han­no coin­vol­to tifo­si arma­ti di mar­tel­li e spran­ghe di fer­ro, e in Tur­chia uno scon­tro tra tifo­se­rie riva­li arma­te di pisto­le e col­tel­li, pro­trat­to­si per gior­ni dopo la fine del­la par­ti­ta, si è con­clu­so con un bilan­cio di 42 mor­ti e cir­ca 600 feri­ti. Qua­li sono le ragio­ni pro­fon­de che ori­gi­na­no simi­li com­por­ta­men­ti? Alcu­ne teo­rie attri­bui­sco­no la respon­sa­bi­li­tà all’identificazione tra aggres­si­vi­tà e viri­li­tà, a caren­ze edu­ca­ti­ve fami­lia­ri e sco­la­sti­che, ad insod­di­sfa­zio­ne e noia deri­van­ti dal­lo svol­ge­re lavo­ri ripe­ti­ti­vi, poco gra­ti­fi­can­ti e non ido­nei ad assi­cu­ra­re pro­spet­ti­ve di miglio­ra­men­to socia­le, a radi­ca­te tra­di­zio­ni di riva­li­tà tra squa­dre, tifo­se­rie, cit­tà e anche fazio­ni poli­ti­che. Alcu­ni socio­lo­gi ipo­tiz­za­no poi che alcu­ni epi­so­di, qua­li ad esem­pio le azio­ni di con­te­ni­men­to e repres­sio­ne attua­te dal­la poli­zia, i ser­vi­zi gior­na­li­sti­ci e tele­vi­si­vi incen­tra­ti sui club del­le oppo­ste tifo­se­rie e gli erro­ri arbi­tra­li, pos­sa­no ave­re un ruo­lo sca­te­nan­te su ani­mi e com­por­ta­men­ti. Nono­stan­te rischi e dif­fi­col­tà, però, tene­re alla squa­dra del cuo­re può dar luo­go, in ado­le­scen­ti e gio­va­ni, a bene­fi­ci effet­ti rela­ti­vi al pro­ces­so di costru­zio­ne dell’identità e alla capa­ci­tà di instau­ra­re lega­mi con un grup­po di rife­ri­men­to. La comu­ne pas­sio­ne spor­ti­va, la cele­bra­zio­ne dei “riti cal­ci­sti­ci” dell’assistere alle par­ti­te e del discu­ter­ne, la pre­pa­ra­zio­ne del­le for­me di inci­ta­men­to alla pro­pria squa­dra (hola, slo­gan, can­ti), i viag­gi con­nes­si con le tra­sfer­te pos­so­no costi­tui­re la base per il sor­ge­re di vere e dura­tu­re ami­ci­zie. E’ dun­que com­pi­to con­giun­to di squa­dre di cal­cio, asso­cia­zio­ni di tifo­si, auto­ri­tà ed edu­ca­to­ri far sì che si dif­fon­da un nuo­vo model­lo di tifo­se­ria, che affon­di le sue radi­ci in una men­ta­li­tà vera­men­te spor­ti­va. E in effet­ti se pro­prio un’associazione di tifo­si bri­tan­ni­ci, la “Tar­tan Army” che rac­co­glie 5000 ade­ren­ti, ha vin­to nel 1992 il pre­mio “Fair Play” dell’UEFA, ci sono buo­ni moti­vi per cre­de­re che la tra­sfor­ma­zio­ne di sup­por­ters da hoo­li­gans in “friend­ly fans” sia pos­si­bi­le e con­cre­ta­men­te realizzabile.

Fla­via Mari­si

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