Del: 15 Luglio 2007 Di: Redazione Commenti: 1
Adolescenti isterici inebriavano l’aria di motti natalizi. Un bambino biondissimo getta un guanto per terra per poter tirare meglio il cappotto della madre. Fidanzati facchini. Una famiglia di indiani accompagna la figlia a cercare un regalo di fidanzamento, forse. Un bigle lascia la sua traccia vicino ad una rossa cabina telefonica e l’anziana padrona arrossisce e sa che dovrà provvedere alla vergogna.
Il primo sorso.
Poliziotti agli angoli delle strade che non battono ciglio. Skaters. Un ragazzo vestito elegantemente con i capelli lunghi e biondi raccolti in una coda con una custodia di un sax.
Una ragazza pallida con i capelli neri lucidissimi raccolti dietro. Un giovane che fuma una pipa in strada! Bambini incollati alle vetrine del Disney Shop.
Un altro sorso.
Una madre che pulisce con un tovagliolino gli angoli della bocca della figlia.
Finito.
“Non è certo il buon caffè che posso bere in Italia, ma non si rinuncia mai ad una sana dose di caffeina allo Starbucks”. Pensava, mentre appallottola con entrambe le mani -facendo attenzione a non far cadere il “The Times” da sotto il braccio – la tazza cartacea e la getta nel primo cestino che trova.
Non odiava la folla, era abituato ad averne a che fare in preparazione dei concerti, ma voleva dedicarsi alla lettura nel parco. Si riversa nell’Hyde Park. Indeciso se sedere su una sedia bianca di fronte alla tensostruttura con il palco o dividere una panchina con qualche senza tetto, si dirige altrove. Apre il giornale e lo adagia sull’erba, vicino ad un laghetto.
Si passa una mano fra i capelli e apre la cartelletta di pelle.
“Troppe scartoffie!” Ride compiaciuto della confusione che si porta appresso: è il miglior allenamento per mantenere l’equilibrio in tutto quello che fa.
L’aveva sfogliato un paio di volte. La prima il pomeriggio stesso in cui l’aveva trovato, abbandonato o dimenticato nell’erba posticcia su quel grattacielo di Milano. Si era però limitato ad ammirarne incantato la calligrafia e non sapeva se fosse giusto o no leggerne il contenuto. La seconda quand’era in aeroporto, ma l’aveva richiuso subito perché intendeva celebrare il rito della lettura da solo e in silenzio.
Lo teneva sul palmo della mano. Era di forma rettangolare e piuttosto allungato in verticale. Aveva una copertina marrone rigida.
Lo apre.
Sulla prima pagina due sigle in inchiostro dorato, scritte a mano con una calligrafia ottocentesca ” I. D. “. Poco più sotto un sottotitolo: ” l’abaco della cifra mnemonica delle mie esperienze mute “.
Eva Dolce
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