DUE E TRE QUARTI

Ado­le­scen­ti iste­ri­ci ine­bria­va­no l’aria di mot­ti nata­li­zi. Un bam­bi­no bion­dis­si­mo get­ta un guan­to per ter­ra per poter tira­re meglio il cap­pot­to del­la madre. Fidan­za­ti fac­chi­ni. Una fami­glia di india­ni accom­pa­gna la figlia a cer­ca­re un rega­lo di fidan­za­men­to, for­se. Un bigle lascia la sua trac­cia vici­no ad una ros­sa cabi­na tele­fo­ni­ca e l’anziana padro­na arros­si­sce e sa che dovrà prov­ve­de­re alla vergogna.
Il pri­mo sorso.
Poli­ziot­ti agli ango­li del­le stra­de che non bat­to­no ciglio. Ska­ters. Un ragaz­zo vesti­to ele­gan­te­men­te con i capel­li lun­ghi e bion­di rac­col­ti in una coda con una custo­dia di un sax.
Una ragaz­za pal­li­da con i capel­li neri luci­dis­si­mi rac­col­ti die­tro. Un gio­va­ne che fuma una pipa in stra­da! Bam­bi­ni incol­la­ti alle vetri­ne del Disney Shop.
Un altro sorso.
Una madre che puli­sce con un tova­glio­li­no gli ango­li del­la boc­ca del­la figlia.
Finito.
“Non è cer­to il buon caf­fè che pos­so bere in Ita­lia, ma non si rinun­cia mai ad una sana dose di caf­fei­na allo Star­bucks”. Pen­sa­va, men­tre appal­lot­to­la con entram­be le mani ‑facen­do atten­zio­ne a non far cade­re il “The Times” da sot­to il brac­cio — la taz­za car­ta­cea e la get­ta nel pri­mo cesti­no che trova.
Non odia­va la fol­la, era abi­tua­to ad aver­ne a che fare in pre­pa­ra­zio­ne dei con­cer­ti, ma vole­va dedi­car­si alla let­tu­ra nel par­co. Si river­sa nell’Hyde Park. Inde­ci­so se sede­re su una sedia bian­ca di fron­te alla ten­so­strut­tu­ra con il pal­co o divi­de­re una pan­chi­na con qual­che sen­za tet­to, si diri­ge altro­ve. Apre il gior­na­le e lo ada­gia sull’erba, vici­no ad un laghetto.
Si pas­sa una mano fra i capel­li e apre la car­tel­let­ta di pelle.
“Trop­pe scar­tof­fie!” Ride com­pia­ciu­to del­la con­fu­sio­ne che si por­ta appres­so: è il miglior alle­na­men­to per man­te­ne­re l’equilibrio in tut­to quel­lo che fa.
L’aveva sfo­glia­to un paio di vol­te. La pri­ma il pome­rig­gio stes­so in cui l’aveva tro­va­to, abban­do­na­to o dimen­ti­ca­to nell’erba postic­cia su quel grat­ta­cie­lo di Mila­no. Si era però limi­ta­to ad ammi­rar­ne incan­ta­to la cal­li­gra­fia e non sape­va se fos­se giu­sto o no leg­ger­ne il con­te­nu­to. La secon­da quand’era in aero­por­to, ma l’aveva richiu­so subi­to per­ché inten­de­va cele­bra­re il rito del­la let­tu­ra da solo e in silenzio.
Lo tene­va sul pal­mo del­la mano. Era di for­ma ret­tan­go­la­re e piut­to­sto allun­ga­to in ver­ti­ca­le. Ave­va una coper­ti­na mar­ro­ne rigida.
Lo apre.
Sul­la pri­ma pagi­na due sigle in inchio­stro dora­to, scrit­te a mano con una cal­li­gra­fia otto­cen­te­sca ” I. D. “. Poco più sot­to un sot­to­ti­to­lo: ” l’abaco del­la cifra mne­mo­ni­ca del­le mie espe­rien­ze mute “.
Eva Dol­ce
catsonthetales.splinder.com
Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

1 Commento su DUE E TRE QUARTI

  1. è un bel rac­con­to: sin­te­ti­co, sot­ti­le, argu­to, pie­no di acu­me. insom­ma: tan­ti agget­ti­vi, tut­ti posi­ti­vi. cri­ti­che? ben poche. com­pli­men­ti? tanti.

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.