UNO E MEZZO

L’acre odo­re di ver­ni­ce comin­cia­va a dar­gli alla testa.
Si pas­sa una mano fra i capel­li men­tre cer­ca avi­da­men­te di deci­fra­re l’ora dal pen­do­lo del­la hall. Qua­ran­ta­sei minu­ti di atte­sa e nes­su­no anco­ra sem­bra esser­si fat­to vivo per veni­re a prenderlo.
Fa stret­ching con le brac­cia per poi por­tar­si il pol­so destro sot­to al naso. Il tic­chet­tio dell’orologio sem­bra infa­sti­dir­lo anco­ra di più dell’odore di ver­ni­ce.
Si alza dal diva­net­to del­la hall e si diri­ge sbuf­fan­do ver­so la recep­tion. Appog­gia il gomi­to sini­stro al ban­co­ne e affon­da la mano destra nel­la tasca dei pan­ta­lo­ni.
“Pos­so esser­le d’aiuto?”.
“Sì, vole­vo sape­re se è per­mes­so fuma­re in que­sta stanza”. 
L’addetto vor­reb­be per­met­te­re ai pro­pri musco­li fac­cia­li un’espressione con­trat­ta e stiz­zi­ta ma sa bene quan­to que­sto gene­re di clien­ti fac­cia como­do al pro­prio capo: si limi­ta ad un “no”, facen­do però nota­re che l’entrata dell’hotel non è poi così distante. 
Sor­ri­de e rin­gra­zia, e si diri­ge ver­so l’uscita, come uno sco­la­ret­to al suo­no del­la cam­pa­na.
Sta per siste­mar­si la giac­ca quan­do sco­pre un tie­pi­do inver­no. Un inso­li­to nevi­schio affie­vo­li­sce l’aria Mila­ne­se.
Solo qual­che pas­so per sgran­chir­mi le gam­be.. Mor­mo­ra, men­tre si smar­ri­sce in impro­ba­bi­li elu­cu­bra­zio­ni.
Il far­ra­gi­no­so insie­me di fumet­ti, eva­po­ra poco a poco dal­la sua men­te facen­do però sem­pre spa­zio a nuo­vi pensieri. 
Pas­sa i navi­gli più vol­te. A ridos­so del cana­le si ral­le­gra del­la neve che vie­ne a bus­sa­re indi­stin­ta­men­te sui chio­stri, sui pas­san­ti, sui tet­ti, ma nes­su­no sem­bra voler rispon­de­re al tie­pi­do richia­mo dell’inverno.
Ride dal­la sua stra­te­gi­ca posi­zio­ne: in pie­di, vici­no all’uscita. Alla sua destra un bam­bi­no che gio­ca con la con­den­sa all’interno del tram a lascia­re scrit­te sul vetro. Sor­ri­de e si pas­sa una mano fra i capel­li.
Scen­de ad una fer­ma­ta a caso, per­cor­re una stra­da non cono­sciu­ta e si ritro­va davan­ti ad un grattacielo. 
Non ha fred­do. Se ne aves­se sareb­be entra­to in una qual­sia­si caf­fet­te­ria. Se entra in quell’edifico è per curio­si­tà. Lo fa per l’amore di per­der­si. Ormai ha per­so un appun­ta­men­to impor­tan­tis­si­mo, ha smar­ri­to il sen­so dell’orientamento, ha pre­so un tram sen­za paga­re il bigliet­to: non resta che far­si cac­cia­re da un edi­fi­cio. Nes­su­no sa chi sia e può ripro­va­re l’ebbrezza di sen­tir­si trat­ta­to come un inva­so­re qua­lun­que. Una vol­ta cac­cia­to si sen­ti­rà in dove­re di tor­na­re ai suoi affa­ri.
Entra.
Nes­su­no sem­bra ave­re voglia di notar­lo, tan­to meno di richia­mar­lo per cac­ciar­lo. Sem­bra­no tut­ti pre­si nei loro inu­ti­li e pro­lis­si scartafazzi. 
Il pen­sie­ro di esse­re meno impor­tan­te di un addob­bo nata­li­zio sti­rac­chia un sor­ri­so sul suo volto. 
Spa­lan­ca la por­ta che tro­va al ter­mi­ne del­le sca­le.
Nota un giar­di­no arti­fi­cia­le al cen­tro di que­sto impro­ba­bi­le terrazzo. 
Sie­de sul­la fred­da pan­chi­na e sti­rac­chia le gam­be. Cer­ca il pac­chet­to di siga­ret­te nel­la tasca dei pan­ta­lo­ni, ma gli cade mal­de­stra­men­te ai pie­di. Con fare distrat­to abbas­sa la mano sini­stra per setac­cia­re nel­la fin­ta erba e rac­co­glie­re il pac­chet­to.
Quel­lo che rac­co­glie però è, ina­spet­ta­ta­men­te, un libret­to.
L’umidità lo sta­va rovi­nan­do ma è anco­ra leg­gi­bi­le. La pri­ma cosa che lo col­pi­sce è una gra­fia che sa di antico.
Eva Dol­ce
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