UNO

Tam­bu­rel­la fre­ne­ti­ca­men­te i pol­pa­strel­li del­la mano sini­stra sul­la scri­va­nia, sguar­do fer­mo sul moni­tor.
Il tito­lo del­la rela­zio­ne e un ini­zio accen­na­to.
Can­cel­la tut­to.
Scri­ve in bel­la gra­fia “tor­no subi­to” e attac­ca l’avviso sul pri­mo moni­tor che tro­va, ma non si accor­ge che il foglio cade sul pavi­men­to. Aria, mi ser­ve aria, pen­sa, men­tre allen­ta la cra­vat­ta e sbot­to­na il pri­mo in alto del­la cami­cia. Sale a pas­so velo­ce le sca­le, ascol­ta il tic­chet­ta­re dei tac­chi. Toglie le for­ci­ne dai capel­li per far­li river­sa­re brio­si ed ener­gi­ci sul­le spal­le. Allun­ga il brac­cio per spin­ge­re il mani­glio­ne anti­pa­ni­co. Si tro­va in cima all’edificio ades­so. Toglie le scar­pe e affon­da i pie­di nel pra­to postic­cio del grat­ta­cie­lo. Sie­de sul­la fred­da pan­chi­na. Get­ta uno sguar­do al pavi­men­to. Non può fare a meno di sor­ri­de­re. Chiu­de gli occhi. Ricor­da di quan­do, die­ci anni pri­ma, cion­do­la­va dal melo del­la casci­na, poco distan­te da casa sua. Ado­ra­va affon­da­re i den­ti fra quel suc­co­so ver­de…
Si ritro­va la cra­vat­ta in mano: l’abbandona poi per ter­ra, con leg­ge­rez­za. Con­ta con la voce i metri qua­dra­ti del ter­raz­zo… 10 20 30… e paral­le­la­men­te la sua men­te vol­ge alla con­ta dei gio­chi infan­ti­li che era soli­ta fare nel­la “Curt dal fräs”…
Si alza. Per­cor­re con len­tez­za il ter­raz­zo. Si sti­rac­chia. Abbrac­cia la rin­ghie­ra e osser­va dall’alto le auto scor­re­re.
E sen­te ruscel­li, i pas­si velo­ci di due per­so­ne che van­no allo stes­so rit­mo, la pel­le che tra­spi­ra, il cal­do esti­vo e l’odore del­la ter­ra del bosco. Tor­na ver­so la pan­chi­na. Rac­co­glie la cra­vat­ta e come da copio­ne la risi­ste­ma. Non dimen­ti­chia­mo­ci del bot­to­ne, che oltrag­gio sareb­be! Cer­ca in un taschi­no del­la giac­ca inter­na altre for­ci­ne ma estrae un libel­lo che non ricor­da­va di aver por­ta­to die­tro. Toglie il tap­pi­no del­la pen­na che tie­ne sem­pre nel taschi­no. Fa qual­che anno­ta­zio­ne.
Un nuo­vo mes­sag­gio. Pren­de svo­glia­ta­men­te in mano il cel­lu­la­re ma si ritro­va ad allar­ga­re un sor­ri­so alla let­tu­ra del rice­vu­to.
“La stan­no aspet­tan­do in uffi­cio!”.
Vira lo sguar­do ver­so la por­ta ma il con­tat­to con il fred­do pavi­men­to le ricor­da del­le scar­pe.
Le cat­tu­ra, per poi spa­ri­re in un deda­lo di sca­le, e poi di docu­men­ti di uffi­cio, e poi di car­tel­le e poi di col­le­ghi e poi di riu­nio­ni, e di avvi­si,…
Un soli­ta­rio e buio rin­ca­sa­re. “Puoi rime­dia­re al cigo­lio del­la por­ta ma non al sen­so di fred­do quan­do entri nel tuo appar­ta­men­to” pen­sa, men­tre cer­ca con avi­di­tà il ter­mo­sta­to.
Tre bre­vi tele­fo­na­te si sus­se­guo­no fra di loro, tut­te sop­pres­se con un gen­ti­le rin­gra­zia­men­to da par­te sua.
Come da copio­ne appa­rec­chia per due, ben­ché la con­sa­pe­vo­lez­za di esse­re sola non è mai appan­na­ta. Abi­tu­di­ne? For­se. Nostal­gia? Dico­no gli altri.
Cer­ca nel­le stan­ze il con­vi­ta­to che lei si aspet­ta di ritro­va­re, ma come ogni sera, da qual­che tem­po, si ritro­va sedu­ta sul­la sedia del­la sua poco illu­mi­na­ta cuci­na, smar­ri­ta fra le came­re di un ana­cro­ni­smo.
Sti­rac­chia le brac­cia, le allun­ga, per poi stro­pic­ciar­si sul tavo­lo, guan­cia con­tro la tova­glia. Amba le pal­pe­bre.
Un improv­vi­so col­po sul­le gam­be la fa sob­bal­za­re, così come un impre­vi­sto ven­to può sor­pren­de­re del­le per­sia­ne non bloc­ca­te.
Un afo­no gat­to non ha altri modi per richia­ma­re l’attenzione altrui se non con un feli­no bal­zo sul­le gam­be del­la padro­na!
Acca­rez­za dol­ce­men­te il cor­po dell’animale. In quel vene­ra­to silen­zio, si fa corag­gio la tie­pi­da voce di lei:
“ven­ti­set­te anni…ventisette anni… E lui non si sarà nean­che ricor­da­to…”.
Vor­reb­be fare la soli­ta bre­ve anno­ta­zio­ne sul suo libel­lo, ma non lo tro­va. Chis­sà dove sarà fini­to, in quel disor­di­ne che si por­ta sem­pre appresso…
Eva Dol­ce
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