MATTATOIO DARFUR

Nel nostro Pae­se giun­go­no solo fle­bi­li echi dal Sudan. Espres­sio­ni come “ster­mi­nio etni­co” e “geno­ci­dio” acco­sta­ti a que­sto sta­to afri­ca­no, com­pa­io­no spo­ra­di­ca­men­te nei nostri tele­gior­na­li e sui quo­ti­dia­ni, qua­si sem­pre con scar­sa con­te­stua­liz­za­zio­ne. Il 26 feb­bra­io ricor­re­va l’anniversario del­lo scop­pio del con­flit­to in Dar­fur. E’ pas­sa­to pres­so­ché inos­ser­va­to, un gior­no come tan­ti, inglo­ba­to da news e gos­sip sul­la not­te degli Oscar.

LA TERRA DEI FUR
Il Dar­fur (in ara­bo “Pae­se dei Fur”) è una regio­ne che si esten­de ad Ove­st del Sudan, occu­pa­ta per lo più da un vasto alto­pia­no, tra sab­bia, mon­ta­gne e sava­na. Il cuo­re di que­sta regio­ne rap­pre­sen­ta anco­ra l’Africa pro­fon­da, mil­le­na­ria, di sole, sab­bia e vil­lag­gi, non anco­ra rag­giun­ta dal­la fre­ne­sia del pro­gres­so.
In que­sta zona i con­flit­ti han­no ori­gi­ni remo­te e, con­tra­ria­men­te a quan­to mol­ti pen­sa­no, in alcun modo col­le­ga­te a moti­vi reli­gio­si. In real­tà l’intera popo­la­zio­ne è di cre­do musul­ma­no e le osti­li­tà sor­go­no da ragio­ni pret­ta­men­te raz­zia­li. In Afri­ca infat­ti gli scon­tri tra etnie, lega­ti bru­tal­men­te al colo­re del­la pel­le, non sono affat­to rari e tra le gen­ti di stir­pe ara­ba e la popo­la­zio­ne nera spes­so non cor­re buon san­gue. In Dar­fur que­sta osti­li­tà è par­ti­co­lar­men­te acce­sa: i rap­por­ti tra la popo­la­zio­ne nera dei Fur, stan­zia­le ed agri­co­la, e la mino­ran­za ara­ba, noma­de e dedi­ta alla pasto­ri­zia, non sono mai sta­ti di otti­mo vici­na­to e il gover­no loca­le ha fini­to per sfrut­ta­re que­sta riva­li­tà già pro­fon­da e radi­ca­ta, ali­men­ta­ta da due sti­li di vita e due cul­tu­re com­ple­ta­men­te agli antipodi.

26 FEBBRAIO 2003
E’ la data che con­ven­zio­nal­men­te san­ci­sce l’inizio del con­flit­to. Il grup­po auto­pro­cla­ma­to fron­te di Libe­ra­zio­ne del Dar­fur (FLD) riven­di­ca pub­bli­ca­men­te un attac­co com­piu­to mesi pri­ma con­tro il quar­tier gene­ra­le di Golo nel distret­to di Jebel Mar­ra. In real­tà già da qual­che anno si anda­va costi­tuen­do una schie­ra di ribel­li, che ave­va­no dato luo­go ad una serie di attac­chi a sta­zio­ni di poli­zia, avam­po­sti e con­vo­gli mili­ta­ri. Il fron­te ribel­le si era costi­tui­to intor­no al 21 luglio 2001, quan­do i grup­pi Zagha­wa e Fur si incon­tra­ro­no nel vil­lag­gio di Abu Gam­ra e sti­pu­la­ro­no sul Cora­no un vero e pro­prio giu­ra­men­to di col­la­bo­ra­zio­ne reci­pro­ca per difen­der­si dagli attac­chi che già allo­ra veni­va­no per­pe­tra­ti con­tro i loro vil­lag­gi. Dopo il 26 feb­bra­io la rispo­sta dell’esercito del gover­no di Khar­toum non si è fat­ta atten­de­re e col tem­po la stra­te­gia si è arti­co­la­ta sull’azione di tre grup­pi distin­ti: l’Intelligence mili­ta­re, l’aeronautica e le mili­zie Jan­ja­weed, reclu­ta­te tra i pasto­ri noma­di di etnia Bag­ga­ra, di cui il gover­no si era già ser­vi­to in pre­ce­den­za. Que­ste ulti­me furo­no poste al cen­tro del­la nuo­va tat­ti­ca gover­na­ti­va per repri­me­re le rivol­te.
Le mili­zie Jan­ja­weed vol­se­ro subi­to la situa­zio­ne a pro­prio favo­re, age­vo­la­ti dal fat­to che i loro attac­chi era­no (e sono) sostan­zial­men­te rivol­ti con­tro vil­lag­gi iner­mi, con­tro una popo­la­zio­ne, i Fur, che, ad esclu­sio­ne del FLD, è com­po­sta qua­si esclu­si­va­men­te da agri­col­to­ri.
Gli attac­chi si svol­go­no sem­pre alle pri­me luci dell’alba. Duran­te il gior­no i noma­di di etnia Bag­ga­ra svol­go­no la loro atti­vi­tà di pasto­ri, neces­sa­ria al pro­prio sosten­ta­men­to, di not­te diven­ta­no i Jana­ja­weed, i demo­ni a caval­lo. Attac­ca­no un vil­lag­gio appe­na pri­ma del­lo spun­ta­re del gior­no, mas­sa­cran­do gli abi­tan­ti, tal­vol­ta por­tan­do via con loro ragaz­zi e bam­bi­ni.
Mal­gra­do il soste­gno del gover­no (total­men­te di etnia ara­ba, nono­stan­te sia la mino­ran­za del Pae­se), i grup­pi noma­di com­bat­ten­ti non sono ben equi­pag­gia­ti come si potreb­be pen­sa­re. Spes­so il loro arma­men­to si ridu­ce a un caval­lo e un kala­sh­ni­kov. E’ una guer­ra tra pove­ri. Si trat­ta di pic­co­li attac­chi, per quan­to effe­ra­ti, e que­sto ci por­ta al rea­le dram­ma del Dar­fur: la que­stio­ne dei profughi. 

L’ABBANDONO DEI VILLAGGI
Con­tra­ria­men­te ad un altro luo­go comu­ne mol­to dif­fu­so, quan­do si par­la di ster­mi­no, o addi­rit­tu­ra di geno­ci­dio per la popo­la­zio­ne Fur, non si pen­sa prin­ci­pal­men­te alle vit­ti­me diret­te degli attac­chi.
Il vero dram­ma che il Pae­se sta affron­tan­do è la que­stio­ne dei pro­fu­ghi, anco­ra oggi ben lon­ta­na da una solu­zio­ne.
Gli abi­tan­ti dei vil­lag­gi, come rea­zio­ne ai con­ti­nui attac­chi, pri­vi di mez­zi per difen­der­si, ini­zia­ro­no a migra­re ver­so le cit­tà, dove si sen­ti­va­no più pro­tet­ti. Il loro nume­ro rag­giun­se subi­to dimen­sio­ni impres­sio­nan­ti. Furo­no orga­niz­za­ti cen­tri di acco­glien­za, total­men­te ina­de­gua­ti a fron­teg­gia­re la situa­zio­ne, per man­can­za di mez­zi e per le con­di­zio­ni ambien­ta­li e cli­ma­ti­che sfa­vo­re­vo­li. Con­di­zio­ni sani­ta­rie ine­si­sten­ti (in un cam­po pro­fu­ghi non si può cer­to ave­re un siste­ma fogna­rio), 50 gra­di di tem­pe­ra­tu­ra, nien­te acqua e un’enorme con­cen­tra­zio­ne uma­na non pote­va­no che por­ta­re ad una dif­fu­sio­ne capil­la­re di un gran nume­ro di malat­tie come il cole­ra, cau­sa prin­ci­pa­le di mor­ta­li­tà per i bam­bi­ni dar­fu­ria­ni. Nono­stan­te l’emergenza sani­ta­ria e le scar­sis­si­me pos­si­bi­li­tà di soprav­vi­ven­za i pro­fu­ghi, ter­ro­riz­za­ti, si rifiu­ta­no cate­go­ri­ca­men­te di fare ritor­no ai pro­pri vil­lag­gi, crean­do il pro­ble­ma del loro man­te­ni­men­to. Costret­ti ad abban­do­na­re la microe­co­no­mia rura­le dei loro vil­lag­gi, nei cam­pi di acco­glien­za essi dipen­do­no inte­ra­men­te dal­le for­me di aiu­to pro­ve­nien­ti da orga­niz­za­zio­ni come l’ONU, una solu­zio­ne che non può che esse­re tem­po­ra­nea.
In real­tà il loro ritor­no è osta­co­la­to in par­te anche dall’azione gover­na­ti­va che ha vara­to del­le leg­gi sul­la rioc­cu­pa­zio­ne dei vil­lag­gi abban­do­na­ti, impe­den­do di fat­to il ritor­no degli abi­tan­ti ori­gi­na­ri.
Col pre­te­sto di difen­der­si dai grup­pi ribel­li, il gover­no di Khar­toum (una repub­bli­ca pre­si­den­zia­le ret­ta però da una giun­ta mili­ta­re) ha sostan­zial­men­te appog­gia­to un siste­ma­ti­co geno­ci­dio, par­zial­men­te già in cor­so, attua­to da par­te di un’etnia nume­ri­ca­men­te infe­rio­re ma rap­pre­sen­ta­ta al gover­no, nei con­fron­ti del­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne. La mino­ran­za ara­ba d’altra par­te, sen­te di agi­re in vir­tù di una supe­rio­ri­tà raz­zia­le aper­ta­men­te con­cla­ma­ta e pro­cla­ma­ta uffi­cial­men­te già nel 1987. Una supe­rio­ri­tà che cam­peg­gia addi­rit­tu­ra sui tele­scher­mi, vei­co­lan­ti pub­bli­ci­tà di cre­me schia­ren­ti per la pel­le, spe­cu­lar­men­te a ciò che avvie­ne sui nostri nel­la bel­la sta­gio­ne con le cre­me abbron­zan­ti.
Una nota par­ti­co­lar­men­te ama­ra meri­ta il fat­to che, nell’intolleranza cul­tu­ra­le, vie­ne inve­ce lar­ga­men­te tol­le­ra­ta una del­le pra­ti­che più agghiac­cian­ti anco­ra dif­fu­se in alcu­ni sta­ti afri­ca­ni.
Il 90% del­le don­ne del Dar­fur subi­sce anco­ra l’infibulazione, nono­stan­te la leg­gi la vie­ti espres­sa­men­te e pre­ve­da seve­re pena­li per chi la pra­ti­ca. La muti­la­zio­ne dei geni­ta­li fem­mi­ni­li è dif­fu­sa in tut­to il Pae­se, indi­pen­den­te­men­te dal ceto socia­le e nul­la di con­cre­to vie­ne fat­to dal­la popo­la­zio­ne ara­ba per estir­pa­re que­sta pratica.

L’INTERVENTO INTERNAZIONALE
L’intervento dei con­tin­gen­ti di pace inter­na­zio­na­li si è reso com­pli­ca­to fin dall’inizio, in par­ti­co­la­re per la scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne del gover­no suda­ne­se. Il 31 Ago­sto 2006 si è attua­ta par­zial­men­te una svol­ta: nono­stan­te l’opposizione del gover­no suda­ne­se, il Con­si­glio di Sicu­rez­za del­le Nazio­ni Uni­te ha appro­va­to l’invio di un con­tin­gen­te di ‘caschi blu per sosti­tui­re le trup­pe dell’Unione afri­ca­na, fino a quel momen­to pre­po­ste a vigi­lan­za del con­flit­to. In real­tà l’apporto del­le Nazio­ni Uni­te si è con­fi­gu­ra­to in manie­ra più limi­ta­ta rispet­to ai pia­ni ori­gi­na­ri. All’espressione “geno­ci­dio” si è pre­fe­ri­to “cri­mi­ni con­tro l’umanità” e il deci­si­vo voto del­la Cina per l’invio del con­tin­gen­te è venu­to a man­ca­re a cau­sa degli inte­res­si petro­li­fe­ri nutri­ti dal­la nazio­ne nel­la zona suda­ne­se affac­cia­ta sul Mar Ros­so. Que­sti fat­to­ri han­no note­vol­men­te ridi­men­sio­na­to il ruo­lo dei Caschi Blu che devo­no tut­to­ra sot­to­sta­re par­zial­men­te all’autorità del gover­no di Khartoum.

Secon­do l’ Orga­niz­za­zio­ne Mon­dia­le del­la Sani­tà la guer­ra civi­le ha cau­sa­to, da mar­zo 2003, la mor­te di cir­ca set­tan­ta­mi­la per­so­ne e ha ridot­to più di un milio­ne e otto­cen­to­mi­la indi­vi­dui allo sta­to di pro­fu­ghi, rifu­gia­ti nei cam­pi di acco­glien­za gesti­ti dal­le orga­niz­za­zio­ni uma­ni­ta­rie.
Pek­ka Haa­vi­sto, invia­to del­l’UE in Sudan, ha affer­ma­to che l’e­ser­ci­to suda­ne­se sta “bom­bar­dan­do la popo­la­zio­ne civi­le”.
Tut­to ciò baste­reb­be per fare del Dar­fur una del­le gran­di prio­ri­tà mon­dia­li, e difat­ti già nel 2003 dove­va esse­re il gran­de obbiet­ti­vo inter­na­zio­na­le. Poi è arri­va­to l’Iraq.

Lau­ra Carli

Uno spe­cia­le rin­gra­zia­men­to al dott. Rodol­fo Ros­si per le foto e le pre­zio­se infor­ma­zio­ni fornite. 

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.