DIALOGO IN CORSO

a cura di Danie­le Gras­so, Gio­van­ni Cinà e Chia­ra Caprio
OLTRE I MURI
I gio­va­ni musul­ma­ni in Ita­lia tra fede e integrazione
 
Omar Abdel Aziz è un ragaz­zo che non ti aspet­ti. Vent’anni, l’aria seria e l’abbigliamento deci­sa­men­te occi­den­ta­le. Nul­la di stra­no, se non che si trat­ta di un gio­va­ne musul­ma­no, mem­bro atti­vo dell’associazione “Gio­va­ni Musul­ma­ni”. Ma i pre­giu­di­zi e le imma­gi­ni a cui sia­mo abi­tua­ti por­ta­no a cre­de­re che le dif­fe­ren­ze si noti­no già dall’apparenza.
E’ nor­ma­le” spie­ga Omar “la gen­te si aspet­ta che vede­re un musul­ma­no voglia dire vede­re un vec­chio uomo con la bar­ba, che se non fai atten­zio­ne ti fa sal­ta­re in aria. E’ sem­pli­ce­men­te lo ste­reo­ti­po che i mass media fan­no pas­sa­re quotidianamente”.
I “Gio­va­ni Musul­ma­ni” nasco­no nel 2001 dall’ esi­gen­za di quat­tro ragaz­zi, pro­ve­nien­ti da diver­si pae­si ara­bi, di crea­re un luo­go di asso­cia­zio­ne, di scam­bio cul­tu­ra­le e reli­gio­so tra musul­ma­ni. Oggi, dopo sei anni, han­no sedi a Mila­no, Roma, Reg­gio Emi­lia e Bolo­gna, e pre­sto sarà fon­da­to anche un grup­po scout musul­ma­no. I.G.M. di tut­ta Ita­lia si riu­ni­sco­no annual­men­te a livel­lo nazio­na­le per incon­tri, riguar­dan­ti la for­ma­zio­ne reli­gio­sa e la comu­ni­ca­zio­ne del­la pro­pria esi­sten­za socia­le. “Que­sto per noi è un pun­to fon­da­men­ta­le: le imma­gi­ni con cui sia­mo quo­ti­dia­na­men­te eti­chet­ta­ti dai media crea­no nel­la socie­tà in cui cer­chia­mo di vive­re da cit­ta­di­ni nor­ma­li sono degli ste­reo­ti­pi che ci fan­no male” spie­ga Omar “natu­ral­men­te per noi le rispo­ste a que­sti attac­chi media­ti­ci sono nei ver­set­ti del Cora­no. Tra quel­le righe non c’è trac­cia del bino­mio ter­ro­ri­sti­co reli­gio­ne-omi­ci­dio. E tra­mi­te l’associazione abbia­mo tro­va­to un luo­go in cui riscon­tra­re que­sta verità”. 
Ovvia­men­te tra i Gio­va­ni Musul­ma­ni ci sono anche alcu­ne ragaz­ze, atti­ve e libe­re quan­to i loro col­le­ghi maschi. Non tut­te por­ta­no il velo, e cia­scu­na può deci­de­re se man­te­ne­re o meno que­sta tra­di­zio­ne. “Un’ abi­tu­di­ne sba­glia­ta tipi­ca degli occi­den­ta­li è quel­la di con­fon­de­re la reli­gio­ne con la tra­di­zio­ne” spie­ga Omar “nel Cora­no non ci sono pas­si in cui si dica che la don­na deb­ba indos­sa­re il Bur­qa: è espli­ci­to l’ ammo­ni­men­to a coprir­ne il cor­po e le sue for­me, ma non le mani e il vol­to. Quan­do vedo in tele­vi­sio­ne don­ne inte­ra­men­te coper­te dal bur­qa mi chie­do per­chè lo fac­cia­no. La rispo­sta in real­tà è nel­le tra­di­zio­ni del pae­se, e non nei det­ta­mi isla­mi­ci”.
La moti­va­zio­ne infat­ti sta nel nascon­de­re del­la don­na la sua par­te più pro­vo­can­te, la stes­sa, per inten­der­ci, che spo­po­la sui gior­na­li e nel­le pub­bli­ci­tà occi­den­ta­li. “Se in Ara­bia Sau­di­ta le don­ne non pos­so­no gui­da­re e in Iran non pos­so­no usci­re, a meno che non sia­no accom­pa­gna­te da fami­lia­ri stret­ti, è una que­stio­ne di tra­di­zio­ne lega­ta al Pae­se” chia­ri­sce Omar “nel caso di que­sti due Pae­si, tra l’altro, il pri­mo non è con­si­de­ra­bi­le come isla­mi­co, poi­chè è solo a mag­gio­ran­za isla­mi­ca, ed è ret­to da una monar­chia asso­lu­ta”. Una for­ma di gover­no che con i mes­sag­gi cora­ni­ci non può coin­ci­de­re: il pro­fe­ta stes­so, agli atti fon­dan­ti dell’Islam, pren­de­va deci­sio­ni per la comu­ni­tà nel­la Sura, un’assemblea demo­cra­ti­ca. Ma alle orec­chie occi­den­ta­liz­za­te risul­ta addi­rit­tu­ra stra­no acco­sta­re le paro­le “demo­cra­zia” e “Islam” all’ inter­no di una fra­se. “Non biso­gna dimen­ti­car­si che in mol­ti casi le dit­ta­tu­re nei pae­si ara­bi sono sta­te soste­nu­te da gover­ni occi­den­ta­li con lo sco­po di rica­var­ne immen­si pro­ven­ti eco­no­mi­ci. Gli isla­mi­ci taglia­go­le spes­so ucci­do­no con lame occi­den­ta­li” affer­ma Omar. Ma il fon­da­men­ta­li­smo esi­ste, sareb­be inu­ti­le negar­lo, tan­to nei pae­si isla­mi­ci quan­to in quel­le per­so­ne che da quei pae­si sono emi­gra­te in occidente.
Come nel caso di Hina, la ragaz­za di Bre­scia ucci­sa dal padre per­ché rifiu­ta­va di met­te­re il velo. “E’ una real­tà con cui si ha a che fare nel­la comu­ni­tà isla­mi­ca, anche se nel mon­do gio­va­ni­le del­la nostra gene­ra­zio­ne, fat­ta di ragaz­zi cre­sciu­ti qui, è dif­fi­ci­le che riman­ga­no retag­gi così for­ti” spie­ga Omar “natu­ral­men­te que­sto è un argo­men­to che trat­tia­mo negli incon­tri dei Gio­va­ni Musul­ma­ni: è fon­da­men­ta­le per noi riu­sci­re ad inter­ve­ni­re al meglio nel­la socie­tà ita­lia­na rima­nen­do però por­ta­to­ri dei valo­ri del­la nostra fede”.
Dun­que, esi­sto­no dif­fe­ren­ti inter­pre­ta­zio­ni all’ inter­no del­le stes­sa dot­tri­na reli­gio­sa. “Infat­ti se i cat­to­li­ci han­no il Papa e le comu­ni­tà ebrai­che un Rab­bi­no capo, le comu­ni­tà isla­mi­che non han­no qual­cu­no che si fac­cia inter­pre­te del mes­sag­gio cora­ni­co a livel­lo uni­ver­sa­le” pro­se­gue Omar “ognu­no dice la sua insom­ma. Que­sto da mag­gio­re liber­tà di inter­pre­ta­zio­ne, natu­ral­men­te con le con­se­guen­ze che ciò com­por­ta, nel bene e nel male”.
Se per uno come lui, che si dichia­ra cit­ta­di­no ita­lia­no di reli­gio­ne isla­mi­ca, que­sto aspet­to rap­pre­sen­ta un con­ti­nuo spun­to rifles­sio­ne, biso­gna vol­ge­re lo sguar­do un po’ più indie­tro e riflet­te­re sul­la con­di­zio­ne del­la gene­ra­zio­ne pre­cen­den­te. “Chi, come mio padre, arri­van­do in Ita­lia più di 20 anni fa dall’ Egit­to, si è ritro­va­to cata­pul­ta­to in una socie­tà in cui è nor­ma­le tro­va­re don­ne semi­nu­de sui car­tel­lo­ni pub­bli­ci­ta­ri ad ogni ango­lo del­la strada…capisci che ci rima­ne!” spie­ga Omar “Di con­se­guen­za spes­so i padri vedo­no l’ impo­si­zio­ne, ad esem­pio, del velo alle figlie come un modo per pro­teg­ger­le dal poter diven­ta­re car­ne da macel­lo di quel mon­do occi­den­ta­le di cui anco­ra non si fida­no. E’ una que­stio­ne mol­to spinosa”.
Alla qua­le però un’ asso­cia­zio­ne come i Gio­va­ni Musul­ma­ni cer­ca di dare una rispo­sta indub­bia­men­te posi­ti­va, ponen­do­si soprat­tut­to come pun­to di par­ten­za per il man­te­ni­men­to e l’applicazione del­la fede isla­mi­ca nel­la socie­tà in cui vivo­no, un’attività che ha por­ta­to anche a con­ver­sio­ni, come quel­le dei cir­ca ven­ti ragaz­zi mila­ne­si che sono pas­sa­ti dal­la reli­gio­ne cri­stia­na all’Islam.
Ma il pen­sie­ro cor­re anche alla situa­zio­ne inter­na­zio­na­le, e in par­ti­co­la­re alla guer­ra nei ter­ri­to­ri pale­sti­ne­si. “Natu­ral­men­te noi sof­fria­mo ogni gior­no per quel­lo che acca­de in quei ter­ri­to­ri, ma biso­gna fare atten­zio­ne a non cade­re in faci­li equi­vo­ci sul con­flit­to” pro­se­gue Omar “E’ peri­co­lo­so con­si­de­rar­lo una que­stio­ne pura­men­te reli­gio­sa, trat­tan­do­si in real­tà di uno scon­tro tra il popo­lo Pale­sti­ne­se e quel­lo Israe­lia­no. Noi cer­chia­mo di dimo­stra­re che non c’è odio tra le due reli­gio­ni, come abbia­mo fat­to qual­che anno fa, con un incon­tro con l’ U.G.E.I. (Unio­ne Gio­va­ni Ebrei Ita­lia­ni) al Castel­lo Sfor­ze­sco. Sen­za mor­ti né feriti”.
Col­la­bo­ra­zio­ne con le asso­cia­zio­ni ebrai­che, ma non anco­ra con quel­le cat­to­li­che. Omar però assi­cu­ra che l’unica ragio­ne è la man­can­za di occa­sio­ni. “In real­tà io, fre­quen­tan­do l’Università Cat­to­li­ca, sono quo­ti­dia­na­men­te in con­tat­to con loro, ma in alcu­ni casi, come per una mia col­la­bo­ra­zio­ne con il gior­na­li­no uni­ver­si­ta­rio, mi sono sem­bra­ti trop­po impo­sta­ti e poco dispo­sti ad allar­ga­re i pro­pri orizzonti”.
L’auspicio è che le pro­ve di sin­to­niz­za­zio­ne non si esau­ri­sca­no qui.
Danie­le Grasso
DALL’UGEI A KIDMA
Ecco chi sono i gio­va­ni ebrei italiani
Nono­stan­te la pre­sen­za discre­ta e poco visi­bi­le, esi­sto­no ben ven­tu­no comu­ni­tà ebrai­che in Ita­lia, cia­scu­na gui­da­ta da un rab­bi­na­to auto­no­mo. I grup­pi sono poi riu­ni­ti nell’Unione del­le Comu­ni­tà Ebrai­che Ita­lia­ne (UCEI), che ha il com­pi­to fon­da­men­ta­le di rap­pre­sen­tar­li a livel­lo nazio­na­le, anche se, dal pun­to di vista reli­gio­so, non esi­ste un orga­no cen­tra­le che li indi­riz­zi in modo uni­ta­rio, ma l’interpretazione del rab­bi­no capo è quel­la in cui si rico­no­sce la comu­ni­tà a lui sottoposta.
Le atti­vi­tà del mon­do ebrai­co han­no anche una rami­fi­ca­zio­ne gio­va­ni­le, indi­pen­den­te da quel­la degli adulti.
Gad Laza­rov, vice pre­si­den­te dell’Unione Gio­va­ni Ebrei d’Italia e respon­sa­bi­le dei rap­por­ti con World Union Jewish Stu­den­ts e Euro­pean Union Jewish Stu­den­ts, è uno di quei gio­va­ni ebrei ita­lia­ni che si impe­gna a svi­lup­pa­re e far cono­sce­re la pro­pria real­tà, pro­prio attra­ver­so la costi­tu­zio­ne di alcu­ni nuclei di rife­ri­men­to, come l’UGEI stes­sa. Dopo l’esperienza in Hasho­mer Hatzair e Benè Haki­va, due asso­cia­zio­ni che s’ispirano allo scou­ti­smo, una più lai­ca ed una più reli­gio­sa, il pas­sag­gio ad un impe­gno più for­te è venu­to da sé. Pri­ma con la par­te­ci­pa­zio­ne a Kid­ma (con­ti­nua­zio­ne di Hasho­mer Hatzair per i più gran­di), suc­ces­si­va­men­te con l’adesione all’UGEI. “L’UGEI è un’emanazione diret­ta dell’Unione del­le comu­ni­tà, da cui rice­ve gran par­te dei finan­zia­men­ti, ma nono­stan­te que­sto gode di mol­ta auto­no­mia” spie­ga Gad “non sia­mo tenu­ti a segui­re ogni diret­ti­va, anzi, ci è capi­ta­to più vol­te di tro­var­ci in con­tra­sto, anche attra­ver­so arti­co­li, come quel­li appar­si su Hati­k­va, il gior­na­le dei Gio­va­ni Ebrei d’Italia”. Natu­ral­men­te entram­be le asso­cia­zio­ni han­no una linea ben definita.
“Sia per l’UGEI che per Kid­ma il richia­mo allo sta­to di Israe­le è for­te. Chia­ra­men­te entram­be sono per la pace, demo­cra­ti­che” pro­se­gue Gad “se però l’UGEI è apo­li­ti­ca e apar­ti­ti­ca, Kid­ma è più lega­ta alla sini­stra ita­lia­na. Que­sto non signi­fi­ca che l’UGEI non fac­cia poli­ti­ca, ma aven­do una strut­tu­ra elet­ti­va cam­bia­no i ver­ti­ci e cam­bia­no di con­se­guen­za anche gli orien­ta­men­ti. Que­sta rap­pre­sen­ta­ti­vi­tà chia­ra­men­te ti dà più auto­ri­tà. UGEI è più rivol­ta alle isti­tu­zio­ni, Kid­ma lavo­ra su un altro livel­lo. Potrem­mo vede­re l’UGEI come un gover­no e Kid­ma come un par­ti­to”.
Per quan­to riguar­da gli sco­pi pri­ma­ri del­le asso­cia­zio­ni, entram­be per­se­guo­no una dop­pia fina­li­tà. Una inter­na, vol­ta alla costru­zio­ne e al man­te­ni­men­to di una comu­ni­tà coi suoi inte­res­si, ed una ester­na che mira alla sen­si­bi­liz­za­zio­ne cul­tu­ra­le. “L’attività di entram­be le asso­cia­zio­ni è cul­tu­ra­le-poli­ti­ca: orga­niz­za­zio­ne di incon­tri, con­fe­ren­ze stam­pa alla Came­ra, dibat­ti­ti, cam­pa­gne di sen­si­bi­liz­za­zio­ne” spie­ga Gad “inol­tre dia­mo la pos­si­bi­li­tà ad ogni ebreo, dal più lai­co al più osser­van­te, di par­te­ci­pa­re alle nostre ini­zia­ti­ve, attra­ver­so pic­co­le atten­zio­ni, come il non orga­niz­za­re atti­vi­tà il saba­to o distri­bui­re cibo kosher”. I temi affron­ta­ti rispec­chia­no la real­tà che li cir­con­da, e sono quel­li più scot­tan­ti: dal­la fecon­da­zio­ne arti­fi­cia­le alla cri­si del Dar­fur, fino all’antisemitismo e all’islamofobia, pas­san­do per il rap­por­to tra reli­gio­ne e ses­sua­li­tà. Gli even­ti che orga­niz­za­no si rivol­go­no a tut­ti e vedo­no spes­so la par­te­ci­pa­zio­ne di per­so­nag­gi di rilie­vo, come i par­la­men­ta­ri Pie­ro Fas­si­no, Gian­fran­co Fini e Danie­le Capez­zo­ne, oltre a tan­ti espo­nen­ti del­le mag­gio­ri reli­gio­ni. Ma un posto impor­tan­te è occu­pa­to cer­ta­men­te dal­la Gior­na­ta del­la Memo­ria, arric­chi­ta però da testi­mo­nian­ze diver­se, come quel­le di Rom soprav­vis­su­ti ai cam­pi e di per­so­ne scam­pa­te ai geno­ci­di in Ruan­da, per non limi­tar­si alla com­me­mo­ra­zio­ne di una tra­ge­dia ebrai­ca, ma cer­ca­re di pro­iet­tar­si nel futu­ro, in un’ottica pro­po­si­ti­va. L’occasione por­ta anche a con­sta­ta­re che ogni vol­ta si spe­ra che non acca­da mai più, e inve­ce le sto­rie si ripe­to­no.“Come si è visto anche nel caso recen­te di quel rume­no a Roma, il rischio è sem­pre quel­lo di discri­mi­na­re tut­ta una comu­ni­tà” affer­ma Gad.
Fon­da­men­ta­le è sta­to anche l’incontro con i Gio­va­ni Musul­ma­ni. “Que­sti incon­tri con i gio­va­ni musul­ma­ni sono mol­to impor­tan­ti dal pun­to di vista del gesto, si impa­ra­no tan­te cose sul­le usan­ze, si capi­sco­no gli sti­li di vita. Abbia­mo fat­to anche un tor­neo di cal­cio inter­re­li­gio­so con loro” spie­ga Gad “Non cre­do però che ser­va­no ad isti­tui­re un dia­lo­go su altri livel­li. Il pro­ble­ma è che loro voglio­no con­fron­tar­si su un pia­no teo­lo­gi­co, men­tre a noi inte­res­sa il pia­no poli­ti­co e cul­tu­ra­le. Il fat­to di esse­re ebreo non impli­ca l’essere orto­dos­si o buo­ni cono­sci­to­ri dei testi sacri”. Tut­ta­via se per gli ebrei la tra­smis­sio­ne per nasci­ta del­la fede ha con­tri­bui­to a crea­re un’unità iden­ti­ta­ria mol­to for­te, lo stes­so sem­bra non esse­re avve­nu­to nel mon­do musul­ma­no. “La comu­ni­tà isla­mi­ca è fram­men­ta­ta” aggiun­ge Gad “anche le moschee di Mila­no sono a vol­te in disac­cor­do tra loro. Per esem­pio chi fre­quen­ta la moschea di Segra­te non rico­no­sce chi va nel­la moschea di Via Pado­va, ed entram­bi voglio­no dif­fe­ren­ziar­si da chi fre­quen­ta quel­la di Via­le Jen­ner. Se aves­se­ro un solo rap­pre­sen­tan­te elet­to sareb­be più faci­le far sen­ti­re la loro voce. C’è anche da dire che la comu­ni­tà ebrai­ca vive in Ita­lia dal 70 a.C., sono 2000 anni e più, men­tre la comu­ni­tà isla­mi­ca ha una pre­sen­za con­si­de­re­vo­le in Ita­lia solo da 15/20 anni”.

La fram­men­ta­zio­ne del mon­do isla­mi­co però, non è solo un pro­ble­ma mila­ne­se. Alla luce del recen­te accor­do di Anna­po­lis tra Olmert e Abu Mazen, per l’avvio di nego­zia­ti tra pale­sti­ne­si e israe­lia­ni, la que­stio­ne si fa impor­tan­te. ” Pur­trop­po anche a livel­lo inter­na­zio­na­le non c’è una posi­zio­ne uni­vo­ca nel­la par­te isla­mi­ca” affer­ma Gad “le diver­se fazio­ni si scon­tra­no tra loro, con il risul­ta­to che non si può otte­ne­re la pace e i pale­sti­ne­si sono discri­mi­na­ti dagli stes­si ara­bi. In Liba­no i pale­sti­ne­si non pos­so­no eser­ci­ta­re 71 mestie­ri”. Per que­sto Gad auspi­ca un cam­bia­men­to anche sul fron­te musul­ma­no. “L’unione del­le comu­ni­tà dovreb­be esse­re adot­ta­ta anche dai musul­ma­ni” spie­ga “fin­chè non faran­no un’opera di media­zio­ne tra di loro e non par­le­ran­no con un’unica voce non potran­no far vale­re le loro ragioni”. Un altro fat­to­re fon­da­men­ta­le è l’unione dell’esercito. Infat­ti con le mili­zie sepa­ra­te sarà impos­si­bi­le rista­bi­li­re l’ordine e, di con­se­guen­za, il con­trol­lo poli­ti­co sul ter­ri­to­rio. “in ogni caso Anna­po­lis è solo un pri­mo pas­so, anche se ci sono sta­te del­le aper­tu­re impor­tan­ti” affer­ma Gad “biso­gne­reb­be però che si rico­no­sces­se a Israe­le alme­no l’esistenza di fat­to, se non di dirit­to. Se non rico­no­sco­no Israe­le come inter­lo­cu­to­re, la trat­ta­ti­va non può anda­re avanti”.
Con il pre­sup­po­sto che la cono­scen­za sta alla base del­la com­pren­sio­ne, l’impegno fon­da­men­ta­le che que­ste asso­cia­zio­ni por­ta­no avan­ti è quel­lo di dif­fon­de­re la cul­tu­ra ebrai­ca. Non per volon­tà di pro­se­li­ti­smo, ma per costrui­re un vali­do e posi­ti­vo dibat­ti­to inter­cul­tu­ra­le. Ma sem­bra vi sia­no alcu­ni osta­co­li, a par­ti­re dall’insegnamento del­la reli­gio­ne nel­la scuo­la pub­bli­ca. “L’unilateralità nell’educazione reli­gio­sa è una man­can­za del­la cul­tu­ra ita­lia­na” spie­ga Gad “per esem­pio, la reli­gio­ne cat­to­li­ca pre­di­li­ge il nuo­vo testa­men­to al vecchio”.
Negli Sta­ti Uni­ti, c’è una aper­tu­ra mol­to mag­gio­re, frut­to anche di un’operazione cul­tu­ra­le fat­ta da intel­let­tua­li, come scrit­to­ri o regi­sti” pro­se­gue Gad “In Ita­lia, tol­te le gran­di cit­tà, l’educazione è anco­ra for­te­men­te impre­gna­ta di cat­to­li­ce­si­mo. Io sono mol­to favo­re­vo­le all’insegnamento del­la reli­gio­ne cat­to­li­ca, ma nel­le scuo­le biso­gne­reb­be inse­gna­re sto­ria del­le reli­gio­ni, non fare cate­chi­smo. La chie­sa stes­sa dovreb­be fare dei gesti di riav­vi­ci­na­men­to alle altre con­fes­sio­ni reli­gio­se”.
Altro aspet­to che con­fon­de e dimo­stra una medio­cre cono­scen­za del mon­do ebrai­co da par­te degli ita­lia­ni è la dif­fi­col­tà a scin­de­re l’ebreo, colui che pro­fes­sa la reli­gio­ne ebrai­ca, dall’israeliano, la per­so­na che abi­ta nel­lo sta­to d’Israele. “Israe­lia­no ed ebreo sono mol­to diver­si per men­ta­li­tà” spie­ga Gad “gli israe­lia­ni han­no mol­to di più il con­cet­to di lai­ci­tà”. La costru­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni di Israe­le ha por­ta­to a rife­ri­men­ti iden­ti­ta­ri diver­si da quel­li tra­di­zio­na­li, alla pos­si­bi­li­tà di crea­re un mon­do ebrai­co nuo­vo, dove non ci si lascia oppri­me­re, ma si com­bat­te per se stes­si, per difen­de­re la pro­pria fede e i pro­pri valo­ri. Da que­sto pos­so­no nasce­re anche espe­rien­ze impen­sa­bi­li, come i kib­bu­tz. “La par­te­ci­pa­zio­ne è volon­ta­ria e non impo­sta. Ognu­no si espri­me sugli aspet­ti deci­sio­na­li del­la vita del kib­bu­tz” rac­con­ta Gad “si può sce­glie­re se lavo­ra­re la ter­ra, se lavo­ra­re in fab­bri­ca, in cuci­na”. Un ambien­te diver­so, uni­co nel suo gene­re e testi­mo­ne di uno sti­le di vita, attra­ver­so cui mol­ti gio­va­ni, anche non ebrei, pos­so­no così pro­va­re que­sta for­ma di comu­ni­tà e met­ter­si in con­tat­to con uno degli aspet­ti impor­tan­ti del­la cul­tu­ra ebrai­ca e israeliana.

Gio­van­ni Cinà
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