“Io, prigioniera della mia Teheran”

INTERVISTA A MARINA NEMAT
Mari­na Nemat, scrit­tri­ce ira­nia­na dete­nu­ta ai tem­pi del­la rivo­lu­zio­ne komei­ni­sta, ha rice­vu­to il Pre­mio “Human Digni­ty” dal Par­la­men­to Europeo.
Ira­nia­na cri­stia­na orto­dos­sa, fu arre­sta­ta dai guar­dia­ni del­la rivo­lu­zio­ne quan­do ave­va solo 16 anni. Era il 1982. Era­no i tem­pi del­la rivo­lu­zio­ne isla­mi­ca dell’Ayatollah Kho­mei­ni. Mari­na non era un’attivista poli­ti­ca. L’unica sua col­pa fu quel­la di aver alza­to la mano duran­te una lezio­ne di mate­ma­ti­ca per chie­de­re all’insegnante di non fare pro­pa­gan­da poli­ti­ca. Mari­na fu tor­tu­ra­ta, con­dan­na­ta a mor­te e rin­chiu­sa nel­la pri­gio­ne di Evin, a sud di Tehe­ran, nota per il suo brac­cio del­la mor­te desti­na­to ai pri­gio­nie­ri poli­ti­ci con­dan­na­ti alla pena capi­ta­le. Una del­le guar­die che la inter­ro­ga­ro­no, Ali, si inva­ghì di lei. La sua sen­ten­za fu ridot­ta all’er­ga­sto­lo ma, in cam­bio, la guar­dia la costrin­se a spo­sar­lo e a con­ver­tir­si all’I­slam. Così, per due anni rima­se in pri­gio­ne come moglie del suo aguz­zi­no. Quan­do Ali ven­ne ucci­so da altri rivo­lu­zio­na­ri suoi riva­li nel 1984, fu libe­ra­ta. Non fece mai paro­la del matri­mo­nio e di tut­to ciò che era acca­du­to a Evin.Sposò il ragaz­zo di cui era inna­mo­ra­ta pri­ma di entra­re in pri­gio­ne e con lui si tra­sfe­rì a Toron­to, in Cana­da. Ave­va 26 anni. 
In tut­to que­sto tem­po Mari­na ha cer­ca­to di dimen­ti­ca­re l’I­ran, ma oggi, a distan­za di vent’anni, le cose non sono affat­to cam­bia­te nel suo pae­se. La mor­te del­la madre, nel 2000, e del­la gior­na­li­sta ira­nia­na-cana­de­se, Zaga­ra Kaze­mi, arre­sta­ta per aver scat­ta­to nel 2003 foto­gra­fie del­la pri­gio­ne di Evin, han­no segna­to una svol­ta. L’autrice ha tro­va­to la for­za di fis­sa­re su car­ta il ricor­do, inde­le­bi­le, dei suoi due anni, due mesi e dodi­ci gior­ni tra­scor­si in quel­la pri­gio­ne. Per se stes­sa e per tut­ti quel­li che han­no vis­su­to lo stes­so dram­ma. “Pri­gio­nie­ra di Tehe­ran” pub­bli­ca­to da Cai­ro edi­to­re, è la sua sto­ria. Un rac­con­to luci­do, com­mo­ven­te e auto­bio­gra­fi­co di chi è riu­sci­to a ritor­na­re dal­la mor­te alla vita.
L’abbiamo incon­tra­ta a Mila­no, pres­so il Palaz­zo Stel­li­ne, dove ha rice­vu­to il Pre­mio “Human Digni­ty” con­fe­ri­to­le dall’On. Mario Mau­ro, Vice Pre­si­den­te del Par­la­men­to Euro­peo, per la sua testi­mo­nian­za atti­va e il suo impe­gno nel­la dife­sa dei dirit­ti umani. 
Un libro dif­fi­ci­le. Una scel­ta dif­fi­ci­le quel­la di rac­con­ta­re. La sua ami­ca Pari­sa che, come lei, ha vis­su­to gli orro­ri del­la deten­zio­ne, dopo alcu­ne chiac­chie­ra­te ha deci­so che non vole­va più ricor­da­re. Per­ché, inve­ce, lei ha scel­to di scri­ve­re?
Non è sta­ta una deci­sio­ne pre­sa razio­nal­men­te ma l’esito natu­ra­le di un pro­ces­so. È arri­va­to un momen­to in cui non riu­sci­vo più ad anda­re avan­ti, a vive­re con que­sto pesan­te segre­to. Per anni tut­ti quel­li che mi cir­con­da­va­no ave­va­no deci­so di igno­ra­re il fat­to che io aves­si tra­scor­so più di due anni nel­la pri­gio­ne di Evin. Tut­ti ave­va­no cer­ca­to di dimen­ti­ca­re, di pro­se­gui­re con la pro­pria vita ed io, per così dire, sono sta­ta al gio­co. Però ad un cer­to pun­to ho dovu­to affron­ta­re il mio pas­sa­to, non riu­sci­vo più a dor­mi­re, a sor­ri­de­re. I ricor­di si era­no fat­ti inso­ste­ni­bi­li e sof­fo­can­ti. Ho dovu­to affron­ta­re il fat­to che io fos­si soprav­vis­su­ta men­tre mol­ti altri era­no morti. 
Cosa signi­fi­ca­va esse­re cri­stia­na a Tehe­ran duran­te il regi­me?
Pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne, nel perio­do del­lo Scià, non era impor­tan­te la reli­gio­ne che si pro­fes­sa­va. A scuo­la era­va­mo tan­te ragaz­zi­ne di cre­do diver­so e con­vi­ve­va­mo tran­quil­la­men­te. Con la rivo­lu­zio­ne isla­mi­ca le cose sono cam­bia­te. Si è instau­ra­to una leg­ge isla­mi­ca estre­ma e a quel pun­to la reli­gio­ne è diven­ta­ta un pro­ble­ma. Come cri­stia­na, comun­que, sono sem­pre sta­ta un po’ ai mar­gi­ni del­la socie­tà. Anche nel perio­do del­lo Scià ero leg­ger­men­te diver­sa dagli altri e que­sta dif­fe­ren­za l’ho sem­pre avver­ti­ta. Ma non si anda­va in pri­gio­ne per il fat­to di pro­fes­sa­re la reli­gio­ne cri­stia­na, pur­ché si rispet­tas­se la leg­ge isla­mi­ca. Pur­ché non si diven­tas­se, dicia­mo, poli­ti­ci nel pro­prio cre­do. Chia­ra­men­te una vol­ta in pri­gio­ne esse­re cri­stia­na ha rap­pre­sen­ta­to un gran­de svantaggio.
Cosa è cam­bia­to oggi rispet­to a vent’anni fa?
Non ci sono mol­te dif­fe­ren­ze in real­tà. Per un bre­ve perio­do, quel­lo del­la pre­si­den­za di Kata­mi, le cose sem­bra­va­no miglio­ra­te, ma era­no solo cam­bia­men­ti este­ti­ci. La don­na, ad esem­pio, pote­va indos­sa­re un po’ di ros­set­to, e anche se una cioc­ca di capel­li fuo­riu­sci­va dal fou­lard non era impor­tan­te. Però era­no varia­zio­ni mol­to super­fi­cia­li. Oggi con la pre­si­den­za di Ahma­di­ne­jad sia­mo ritor­na­ti a dove era­va­mo con Kho­mei­ni. Sem­pre più don­ne subi­sco­no del­le pres­sio­ni, devo­no indos­sa­re in modo ade­gua­to l’hijab e incon­tra­no gran­di dif­fi­col­tà nel­la loro vita di ogni gior­no. La veri­tà è che fino a quan­do rimar­rà al pote­re un regi­me isla­mi­co non potran­no esser­ci cam­bia­men­ti per gli ira­nia­ni. La demo­cra­zia è qual­co­sa di incon­ci­lia­bi­le con il siste­ma del­la repub­bli­ca isla­mi­ca. Occor­re che il siste­ma cam­bi per­ché ci sia demo­cra­zia. Fino a quan­do ci sarà un lea­der supre­mo, che ha pote­re di veto su qual­sia­si deci­sio­ne del Par­la­men­to, non ci potrà esse­re liber­tà: que­sta è la ricet­ta del­la dit­ta­tu­ra e nient’altro.
In que­sta sto­ria di odio, dolo­re, dispe­ra­zio­ne c’è anche amo­re, ami­ci­zia, resur­re­zio­ne. Ma ad un cer­to pun­to bene e male sem­bra­no con­fon­der­si e com­pe­ne­trar­si. Come ha fat­to alla fine di tut­to a ritro­va­re l’equilibrio e scri­ve­re una sto­ria che è anche di spe­ran­za?
Pen­so di dove­re que­sto mio equi­li­brio al modo in cui sono sta­ta cre­sciu­ta. Mia non­na mi ha edu­ca­ta ai valo­ri cri­stia­ni, dicen­do­mi sem­pre di guar­da­re al nemi­co con il rispet­to dovu­to ad un altro esse­re uma­no, di ama­re, comun­que, il mio pros­si­mo. Que­sti prin­ci­pi sono sta­ti, per così dire, inci­si nel mio ani­mo. Quan­do sono sta­ta impri­gio­na­ta, a 16 anni, ero gio­va­nis­si­ma e non ave­vo avu­to abba­stan­za espe­rien­za per poter pro­va­re odio. Vive­vo alla gior­na­ta e, non aven­do pre­giu­di­zi, se esi­ste­va un mini­mo di bon­tà anche nell’essere più vile e più cru­de­le io riu­sci­vo a tro­var­la. Quel­lo che più mi ha col­pi­to, infat­ti, è sta­to sco­pri­re che la fami­glia di mio mari­to, che per me era sta­to un aguz­zi­no, un tor­tu­ra­to­re, in real­tà era una buo­na fami­glia. È sta­to così che ho dovu­to neces­sa­ria­men­te ricon­ci­lia­re il con­cet­to del bene con quel­lo del male. E’ sta­to lì che ho appre­so che il mon­do non è o bian­co o nero.
Per que­sto libro ha rice­vu­to il pre­mio “Human Digni­ty” del Par­la­men­to Euro­peo. È un pas­so avan­ti per­ché si comin­ci a apri­re gli occhi sugli orro­ri del­la tiran­nia. Eppu­re anco­ra oggi gior­na­li­sti in Iran ven­go­no con­dan­na­ti per rea­ti d’opinione. Gli ulti­mi reso­con­ti ci par­la­no del­la mor­te del­la foto­re­por­ter ira­nia­no-cana­de­se Zaha­ra Kaze­mi e del­la con­dan­na, nel Kur­di­stan ira­nia­no, alla pena capi­ta­le per due gior­na­li­sti cur­di. Si trat­ta, quin­di, anco­ra di cen­su­ra?
Si, cer­to, si par­la di cen­su­ra poli­ti­ca ma anche di for­te omer­tà. Quan­do io ero in pri­gio­ne non c’era alcu­na rea­zio­ne. Pra­ti­ca­men­te era­no miglia­ia i tee­na­ger di 16/17 anni impri­gio­na­ti in Iran, ma nes­su­no ne par­la­va. Addi­rit­tu­ra io mi chie­de­vo se ci fos­se qual­cu­no che sapes­se o si pre­oc­cu­pas­se di que­sta situa­zio­ne. Ma dopo 25 anni di silen­zio oggi qual­cu­no final­men­te sta ascol­tan­do. Que­sto è posi­ti­vo. Il Par­la­men­to Euro­peo ha fat­to un pas­so avan­ti, appro­van­do una riso­lu­zio­ne in cui si rico­no­sce che tut­te le mino­ran­ze reli­gio­se stan­no affron­tan­do del­le dif­fi­col­tà: le per­so­ne ven­go­no ucci­se, tor­tu­ra­te in nome del pro­prio cre­do. Un’atroce tor­tu­ra fisi­ca, che lascia segni visi­bi­li, ma anche e soprat­tut­to una tor­tu­ra psi­co­lo­gi­ca che logo­ra dentro.
Cosa può fare la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le?
Sicu­ra­men­te non spe­di­re eser­ci­ti in Iran o in altri Pae­si del Medio Orien­te. Sap­pia­mo che la sto­ria si muo­ve len­ta­men­te e non si pos­so­no risol­ve­re i pro­ble­mi dell’Iran in un gior­no. La cul­tu­ra medio­rien­ta­le è estre­ma­men­te com­ples­sa e la Comu­ni­tà Inter­na­zio­na­le deve pro­se­gui­re il dia­lo­go, deve con­ti­nua­re a par­la­re del­la vio­la­zio­ne dei dirit­ti uma­ni. Inol­tre, i gover­ni occi­den­ta­li dovreb­be­ro eser­ci­ta­re del­le pres­sio­ni sul gover­no dell’Iran per­ché ven­ga­no rila­scia­ti i pri­gio­nie­ri. Oggi c’è anche inter­net, uno stru­men­to estre­ma­men­te poten­te per par­te­ci­pa­re a que­sto tipo di discus­sio­ni facen­do sen­ti­re la pro­pria voce. È un modo per mostra­re sen­si­bi­li­tà e avvia­re un dibat­ti­to inter­na­zio­na­le con la pos­si­bi­li­tà di scam­bia­re idee e opi­nio­ni con cit­ta­di­ni ira­nia­ni. E’ neces­sa­rio ricor­da­re che il 70% del­la popo­la­zio­ne ira­nia­na ha meno di 30 anni, quin­di sus­si­sto­no spe­ran­ze effet­ti­ve di cam­bia­men­to. Biso­gna aspet­ta­re che i cit­ta­di­ni ira­nia­ni tro­vi­no la loro via ver­so la demo­cra­zia quan­do ne saran­no pron­ti.
Viven­do in nord Ame­ri­ca, cono­scen­do la real­tà di que­sto pae­se, tro­vo distur­ban­te il fat­to che la gen­te si con­cen­tri di più su quel­li che sono i pro­ble­mi di Brit­ney Spears piut­to­sto che del­le vite per­du­te nel­le guer­re in Asia o Afri­ca, o si con­cen­tri di più sul­le avven­tu­re di Paris Hil­ton, piut­to­sto che sul­le vit­ti­me dell’AIDS nel ter­zo mon­do. Dob­bia­mo ren­der­ci con­to che la cul­tu­ra popo­la­re deve ride­fi­nir­si, deve cam­bia­re le pro­prie prio­ri­tà per­ché, come dice­va giu­sta­men­te lei, le atro­ci­tà ven­go­no tutt’ora com­mes­se a livel­lo mon­dia­le. Biso­gna chie­der­si se è nor­ma­le per un esse­re uma­no igno­ra­re. Se le vere neces­si­tà del pia­ne­ta ven­go­no rico­no­sciu­te è neces­sa­rio poi assu­mer­se­ne tut­te le respon­sa­bi­li­tà. E que­sto, si sa, non è cer­to faci­le anzi è mol­to scomodo.

Sil­via Valenti

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