QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE?

I pri­mi di giu­gno a Viter­bo si è con­su­ma­ta una sto­ria di ordi­na­ria intol­le­ran­za. For­se non così ordi­na­ria, dato che il gesto di discri­mi­na­zio­ne pro­vie­ne da chi pre­di­ca la tol­le­ran­za come valore.
Il caso del ragaz­zo rima­sto para­liz­za­to a due mesi dal matri­mo­nio e che deci­de di pro­ce­de­re ugual­men­te, sen­za nem­me­no riman­da­re le noz­ze, è già com­mo­ven­te. La tra­ma però si colo­ra di tri­sti tin­te dic­ken­sia­ne quan­do la gio­va­ne cop­pia si tro­va davan­ti un osta­co­lo impre­vi­sto: “Que­sto matri­mo­nio non s’ha da fare”, dice il vesco­vo di Viter­bo. La moti­va­zio­ne? Il ragaz­zo non è più in gra­do di far­si ono­re per­pe­tran­do la spe­cie. La sen­si­bi­li­tà col­let­ti­va rima­ne tur­ba­ta, men­tre la Curia si difen­de soste­nen­do che si è trat­ta­to di una deci­sio­ne obbli­ga­ta, con­for­me ai det­ta­mi del magi­ste­ro cat­to­li­co. Que­sto arroc­ca­men­to dot­tri­na­le, oltre a dan­neg­gia­re la cop­pia, rischia di ripor­ta­re in auge il cru­de­le con­cet­to di malat­tia e defor­mi­tà per­ce­pi­te come col­pa e, soprat­tut­to, non cor­ri­spon­de al sen­ti­re dei fede­li, sem­pre più incli­ni ad un cat­to­li­ce­si­mo “libe­ral”, se non cri­ti­co. Lo stra­po­te­re del­la Chie­sa è indub­bio, for­te anche del gran nume­ro di fede­li su cui dice di con­ta­re. Ammet­tia­mo pure che la men­ta­li­tà ita­lia­na sia ine­vi­ta­bil­men­te intri­sa di cat­to­li­ce­si­mo, ammet­tia­mo che il novan­ta per­cen­to del­la popo­la­zio­ne ita­lia­na sia, tal­vol­ta suo mal­gra­do, bat­tez­za­ta; mi chie­do però quan­ti si sen­ta­no real­men­te rap­pre­sen­ta­ti da un’istituzione reli­gio­sa così arroc­ca­ta nel­la dife­sa del dirit­to divi­no da nega­re un estre­mo atto di pie­tà (pen­so al caso di Wel­by), o un signi­fi­ca­ti­vo gesto di vici­nan­za a dei gio­va­ni che han­no già sof­fer­to mol­to? Ai cat­to­li­ci l’ardua sentenza. 

Lau­ra Carli
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