Rokia Traorè: la sirena del Mali

Del­le sire­ne, que­gli splen­di­di e peri­co­lo­si ani­ma­li mito­lo­gi­ci che la tra­di­zio­ne ha tra­man­da­to sino ai gior­ni nostri, la can­tan­te e musi­ci­sta malia­na Rokia Trao­rè ha pres­so­ché tut­to. In pri­mis, una bel­lez­za fisi­ca stor­den­te, che par cela­re un segre­to inaf­fer­ra­bi­le, nel­la sua com­ple­tez­za. Del­le sire­ne, Rokia ha anche una voce divi­na che, ‑c’è da scom­met­ter­ci- sareb­be capa­ce di far nau­fra­ga­re anche i moder­ni mari­nai. Scher­zi a par­te, Rokia è dav­ve­ro un’artista con una mar­cia in più, per­ché non si limi­ta a pro­por­re al pub­bli­co occi­den­ta­le la musi­ca cara alla pro­pria tra­di­zio­ne. A dif­fe­ren­za di quan­to face­va, ad esem­pio, Ali Far­ka Tou­rè, il più gran­de e rim­pian­to chi­tar­ri­sta blues afri­ca­no (che peral­tro ha anche il meri­to di aver sco­per­to la Trao­rè), Rokia non mostra inte­res­se ver­so ope­ra­zio­ni di recu­pe­ro, pro­pria­men­te filo­lo­gi­che. Alla nostra non è suf­fi­cien­te met­te­re insie­me un paio di tam­bu­ri tin­dè e accor­da­re la pro­pria voce agli stru­men­ti a cor­da tipi­ci del Mali. La nostra sire­na fa mol­to di più. La nostra sire­na inven­ta lin­guag­gi, incro­cia gene­ri, fa sin­te­si. Per dir­la meglio: Rokia ha vis­su­to e con­ti­nua a vive­re il feno­me­no del­la glo­ba­liz­za­zio­ne (non solo in ambi­to musi­ca­le), in manie­ra tutt’altro che passiva.

Per lei, ascol­ta­re Machi­ne Gun di Hen­drix o Jam­min’ di Bob Mar­ley non signi­fi­ca subi­re un vero e pro­prio e choc, come era acca­du­to, per esem­pio, in un pae­se come il nostro tra gli anni ’50 e ’60 del seco­lo scor­so. Per la gio­va­ne e sen­si­bi­le arti­sta malia­na, inve­ce, ascol­ta­re Hen­drix o Mar­ley, (ovvia­men­te i due nomi han­no qui una fun­zio­ne pura­men­te meto­ni­mi­ca) non è un’assoluta sco­per­ta. Tale even­to, piut­to­sto, fa subi­to scat­ta­re in lei un mec­ca­ni­smo memo­ra­ti­vo di rico­no­sci­men­to. Si mate­ria­liz­za così un filo ros­so che spro­fon­da le radi­ci nell’infinito e ance­stra­le tem­po dell’Africa. Un’Africa che qui non può che fini­re col coin­ci­de­re con quel­la “Gran­de Madre” da cui tut­to ha avu­to ini­zio. Si è anda­ti lon­ta­ni, for­se trop­po. Tor­nia­mo alla nostra umi­le pre­sen­ta­zio­ne di Rokia Trao­rè. Si dice­va giu­sta­men­te del rap­por­to ete­ro­dos­so che lega Rokia alla tra­di­zio­ne musi­ca­le del Mali, per­ché è inne­ga­bi­le che la ricer­ca che pro­po­ne par­ta ine­qui­vo­ca­bil­men­te dai suo­ni di quel­la sto­ria. Rokia non rin­ne­ga nem­me­no per un atti­mo quei quat­tro quar­ti che anzi eleg­ge a veri e pro­pri pila­stri del­la sua musi­ca. Sem­pli­ce­men­te, la Trao­rè si è accor­ta del­lo straor­di­na­rio viag­gio che il blues e le sue suc­ces­si­ve modi­fi­ca­zio­ni gene­ti­che han­no com­piu­to in giro per il mon­do. La nostra ha stu­dia­to con com­mo­ven­te umil­tà e sin­ce­ra pas­sio­ne per la cono­scen­za la sto­ria del­la musi­ca afro-ame­ri­ca­na ed ora non dimo­stra di cono­sce­re a mena­di­to i frut­ti del­la pian­ta del blues. Nei suoi dischi sem­bra spes­so voler riper­cor­re­re l’itinerario che la cosid­det­ta “musi­ca del dia­vo­lo” ha effet­tua­to, cul­la­to dal­le limac­cio­se del Mis­sis­si­pi: dal­le gigan­te­sche pian­ta­gio­ni dell’Alabama o del­la Geor­gia, alle metro­po­li di Mem­phis e Chicago.

E’ solo tenen­do a men­te tut­to que­sto che si com­pren­de la pro­fon­da pas­sio­ne, o meglio, la qua­si vene­ra­zio­ne che Rokia nutre per Jimi Hen­drix. E’ solo a que­sto pun­to che si intui­sce la pro­fon­da impor­tan­za ideo­lo­gi­ca che si cela die­tro alla scel­te di can­ta­re ser­ven­do­si degli idio­mi più diver­si. Del resto né l’inglese, né il fran­ce­se, né l’africano, né altre lin­gue, sono la Lin­gua del Mon­do. È piut­to­sto dal loro incon­tro che può nasce­re un frut­to arti­sti­co uni­ver­sal­men­te godi­bi­le. Un frut­to che ogni paio di orec­chie decli­ne­rà in manie­ra diver­sa e che for­se finan­che capi­rà in manie­ra diver­sa. Ma tut­te que­ste diver­si­tà non sono poi così impor­tan­ti, sem­bra sus­sur­rar­ci impli­ci­ta­men­te Rokia, che ormai vive da anni in Fran­cia, dove pro­du­ce e inci­de i pro­pri dischi. Piut­to­sto, tali diver­si­tà pos­so­no dive­ni­re non solo impor­tan­ti, ma anche fun­zio­na­li nel­la pro­spet­ti­va di un arduo ma fasci­no­so supe­ra­men­to del­le stesse.

La musi­ca di Rokia, è una musi­ca del­le mino­ran­ze, una musi­ca di riflus­so. Una musi­ca che il mio­pe orgo­glio auto­ria­le non rie­sce a scal­fi­re. Que­sta musi­ca resti­tui­sce alla col­let­ti­vi­tà del popo­lo afri­ca­no, (in que­sto sen­so più che mai amplia­to) tut­to quel­lo che in seco­li di vite, gio­ie e pati­men­ti è sta­to par­to­ri­to. Nel can­to del­la splen­di­da Rokia c’è dun­que il subli­ma­to sostra­to cul­tu­ra­le di un con­ti­nen­te inte­ro. Il suo lato tra­gi­co, il suo lato comi­co e la loro sin­te­si eti­ca ed este­ti­ca Que­sta sin­te­si altro non è che la con­sa­pe­vo­lez­za dell’esistenza di una “ric­chez­za col­let­ti­va”. Insom­ma, le diver­si­tà sono, secon­do Rokia, moti­vo di imper­di­bi­le ric­chez­za. Nel­la sua musi­ca, che ci pia­ce pre­sen­ta­re come alter­na­ti­va al mon­ta­lia­no “male di vive­re”, così, non pos­so­no non esse­re intra­vi­ste que­ste splen­di­de paro­le del­lo stu­dio­so Albert Jachard: “l’altro, come indi­vi­duo o come grup­po, è pre­zio­so nel­la misu­ra in cui è dis­si­mi­le”. Rokia è dun­que una sire­na moder­na, la cui fun­zio­ne è dia­me­tral­men­te oppo­sta a quel­la che la mito­lo­gia tra­di­zio­na­le affi­da­va a que­sti esse­ri. Più che far per­de­re il sen­no e la via, la Trao­rè sem­bra voler­ci aiu­ta­re ad orien­tar­ci. Dap­pri­ma oscu­ra e poi lumi­no­sa, come una stel­la vespertina.

Davi­de Zucchi

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