Del: 29 Gennaio 2009 Di: Redazione Commenti: 0

Dopo anni di costante monitoraggio delle acque del Lambro, per la prima volta nel 2007 si è registrato un significativo calo dell’inquinamento. In nessuna delle stazioni si raggiunge più il livello 5, il più grave, per cui fino a qualche anno fa il Lambro era considerato un fiume morto, per l’assenza di “ampie porzioni delle comunità biologiche normalmente associate al fiume in condizioni inalterate”.

É quanto emerge dagli ultimi dati forniti da ARPA Lombardia, Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, che monitora l’inquinamento delle acque lombarde servendosi di parametri chimici e biologici. I risultati più critici (livello 4, scadente) si registrano nelle stazioni più urbanizzate, in primo luogo la provincia di Milano, dove però il funzionamento dei depuratori in città e i controlli sugli scarichi effettuati dalle autorità producono i primi benefici.
E anche alla foce la situazione è migliorata: per la prima volta l’ IBE (Indice Biotico Esteso, che misura la qualità biologica dell’acqua) raggiunge il livello 3, sufficiente, nell’ultima stazione a Orio Litta. Ma ancora oggi qui il corso del fiume è un serpentone molto scuro che si infila nelle acque più chiare e scorrevoli del Po, tanto che è visibile una riga nera di demarcazione, quasi che il Po tentasse di arginare il torbido proveniente dal Lambro. Alcuni pescatori raccontano di pesci macchiati, oppure ricoperti di funghi. Il letto del fiume è intriso di plastiche sfilacciate.
Dal 2005 intanto, quando sono entrati in funzione i depuratori di Milano (Nosedo, San Rocco e Peschiera Borromeo), tutte le acque della città vengono finalmente scaricate in fiume regolarmente, dopo che per trenta anni (nel 1976 la legge Merli stabilì che ogni città dovesse dotarsi di depuratore) nessun progetto elaborato dalle varie Giunte milanesi è stato mai realizzato, mentre i nostri scarichi casalinghi inquinavano le acque del Lambro fino a compromettere oggi l’integrità del fondo.

Arriva il censimento.

Entro pochi anni sarà realizzato, anche per il Lambro, il censimento di tutti gli scarichi in fiume. Lo conferma Mario Clerici, dirigente della Regione Lombardia e promotore del Contratto di Fiume Lambro, “uno strumento che permetterà ai Comuni che aderiranno di superare la frammentazione delle politiche ambientali attraverso la nozione di bacino del fiume, che comprende tutti i territori litorali”. Il censimento favorirà il perseguimento dei comportamenti illeciti. Per legge infatti le Province rilasciano l’autorizzazione a scaricare in fiume solo entro certi limiti quantitativi, che sono più incisivi per le sostanze pericolose. Ma spesso i controlli sono molto difficili, ammette il Commissario di polizia provinciale Gennaro Caravella, che opera nel territorio di Monza: “in un caso, dopo un controllo risultato negativo, ci siamo resi conto solo successivamente che in realtà l’industria aveva differenziato gli scarichi, per cui sotto un condotto sano, a qualche metro di profondità, era installato un altro condotto che raccoglieva le sostanze più inquinanti oltre i limiti consentiti”. Evidentemente costa di meno nascondere un condotto abusivo che smaltire lecitamente le sostanze inquinanti in eccesso. Mentre “in altri casi è bastato diluire gli scarichi. In questo modo i limiti venivano rispettati”. Spesso la presenza di scarichi anomali è rivelata anche da indizi posteriori, come accade d’estate, quando le morie di pesci sono più frequenti: “capita d’estate che, quando il letto del fiume è quasi secco e arriva una piena improvvisa, si verificano vaste morie di pesci. Dalle analisi successive emerge allora che si tratta di ipossia dovuta all’eccessiva presenza di saponi e detergenti industriali”.
Il Contratto di Fiume dovrà servire anche a prevenire i disastri naturali. Per limitare i danni provocati dalle piene “occorre coordinare gli interventi oltre i confini comunali perchè spesso un’ esondazione a valle può essere contrastata costruendo un’opera idraulica a monte. E bisognerà incidere sulle politiche di sviluppo perchè non si può riversare acqua nei fiumi dagli scarichi e intanto restringere gli argini”. A distanza di sei anni dall’alluvione di Monza che causò l’esondazione del Lambro in città, i ricordi dei cumuli di fango e di rifiuti solidi riversati per le strade convinceranno i Comuni del Lambro ad aderire?

Cascina Gazzera: bonifica possibile?
Una superficie interessata di 50000 mq, 170000 tonnellate di rifiuti e altrettanti di terreni contaminati. Per Studio Tedesi, che sta curando la bonifica del sito,”il costo delle operazioni è stato valutato in 150 milioni di euro. Una cifra che rende la bonifica di Cerro la più importante in assoluto in tutto il panorama nazionale”.
Quando nel lontano 1962 iniziò lo smaltimento illecito di melme acide, lo scenario del Lambro, in quel tratto di Cerro al Lambro, a sud di Milano, era diverso: le melme depositate sulla sponda destra nel tempo hanno deviato il corso del fiume, creando un’ansa maggiore a sinistra di circa 50 metri.

Ma ancora dieci anni fa i Comuni dell’area temporeggiavano invece di avviare i lavori, chiedendo in cambio di poter scavare una cava per recuperare i costi della bonifica. Poi i danni derivanti dallo sversamento illecito si sono rivelati molto più gravi, sono state rinvenute sostanze tossiche e i costi sono saliti alle stelle. Quando nel 1999 la Regione stanziò finalmente i fondi, Cerro era già censito fra i siti contaminati d’interesse nazionale (SIN). Ecco le previsioni riferite da Studio Telesi, oggi che i lavori sono fermi: “Ad oggi sono in corso gli interventi di messa in sicurezza, cioè la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti (melme acide e croste bituminose). I tempi per la conclusione sono previsti in circa 2 anni; quelli per la bonifica dei terreni non sono ipotizzabili a causa dell’enorme mole di terreni inquinati”.
Dal lato opposto del fiume, nel territorio di San Zenone, sono visibili i cantieri che si spingono fin dentro le acque attraverso scavi artificiali. Gli abitanti della comunità che sorge proprio di fronte a Cascina Gazzera confermano che fino a qualche mese il traffico di ruspe era intenso e frequente, mentre ora sembra tutto fermo.
Dario Augello
INQUINAMENTO: COME SI MISURA?
La Carta Europea dell’Acqua, stilata nel 1968 dal Consiglio d’Europa, riporta al primo punto: “Non c’è vita senz’acqua. La disponibilità di acqua dolce non è inesauribile. E’ indispensabile preservarla, controllarla e, se possibile, accrescerla”. La tutela delle risorse idriche e la prevenzione dell’inquinamento delle acque costituisce uno dei principi cardine su cui si fonda la politica ambientale dell’Unione Europea. L’attività di monitoraggio delle acque compete alle Regioni che operano mediante le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA).
In questo quadro, esistono norme precise per valutare la qualità dei fiumi e dei loro ecosistemi. Dopo aver prelevato un campione di acqua, si eseguono le analisi chimiche e biologiche che rivelano la presenza di sostanze inquinanti di origine industriale o urbana. I principali metodi si basano sull’analisi di specifici organismi nel corpo idrico. Infatti fra molti enti unicellulari esistono specie più sensibili che non sopportano l’inquinamento di origine organica (scarichi fognari, liquami zootecnici e fertilizzanti). Per questo motivo la loro presenza è sintomo della buona qualità delle acque. Molto utilizzato per studiare gli ecosistemi idrici sotto un il profilo biologico è l’Indice Biotico, che si basa sull’analisi dei macroinvertebrati, gli organismi di taglia millimetrica e visibili ad occhio nudo che vivono sul fondo dei fiumi.
Complessivamente, ogni corso d’acqua deve essere caratterizzato da tre sistemi di analisi. Il primo è il L.I.M., livello di inquinamento dei macrodescrittori, che valuta e classifica il livello di inquinamento chimico. Il secondo è l’I.B.E., l’Indice Biotico Esteso, che misura la qualità biologica dei corsi d’acqua, ed infine il S.E.C.A. cioè lo Stato Ecologico dei Corsi d’Acqua. Quest’ultimo, calcolato con l’integrazione degli indici IBE e LIM, classifica lo stato dei corsi d’acqua in cinque livelli di qualità: elevato, buono, sufficiente, scadente, pessimo.
Il Lambro si posiziona nel 2007 al quarto livello. Scadente.
Denis Trivellato

PARCO LAMBRO: STORIA E MEMORIA DA RIPULIRE

Ratti, sporco e cattivi odori: sono termini che ricorrono descrivendo il polmone verde della zona 3 a est di Milano. Quando si parla del Parco Lambro i commenti non sono mai dei più positivi. Il fiume viene ormai esplicitamente definito una “fogna a cielo aperto” e la colpa non è solo dei rifiuti scaricati nelle acque o degli insufficienti interventi dell’AMSA, ma anche dell’inciviltà di chi lo frequenta: durante i fine settimana si assiste all’occupazione di chi allestisce grigliate e bivacca lasciando una gran quantità di rifiuti. A partire dagli anni ’60 il Lambro ha subito una trasformazione continua. Le persone che vivono in questo quartiere, da Città Studi a Cimiano, da più di quarant’anni, ricordano bene le metamorfosi. Vulcano ha raccolto alcune testimonianze.

“Era un parco bello, vivibile, dove le famiglie portavano i figli a giocare e a fare picnic – ricorda Anna, pensionata di 68 anni – Il fiume non era ancora inquinato e molta gente pescava. Era un ottimo posto dove rilassarsi e trascorrere il fine settimana. C’erano anche due piccoli laghi artificiali alimentati dall’acqua del fiume.” Ora, dei laghi artificiali, non c’è traccia: dagli anni ‘70 il fiume iniziò a presentare i primi segni dell’inquinamento dovuto al boom industriale del periodo precedente. “Già si poteva vedere la schiuma bianca che tuttora caratterizza il Lambro, e l’acqua stagnante che pareva immobile – spiega Giancarlo – Vennero anche installate delle piccole cascate per cercare di ridare corrente e dinamismo al fiume, ma servirono a poco. Con la prima moria dei pesci i laghetti vennero prosciugati così come i piccoli canali che attraversano tutto il parco: portavano fetore ovunque ed erano dannosi sia per la vegetazione che per l’uomo.” In assenza di leggi adeguate che garantissero la salvaguardia dell’ambiente, gli scarichi industriali e urbani proliferarono.
A cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80 il parco fu progressivamente abbandonato, non solo per l’inquinamento dilagante, ma soprattutto per paura di aggressioni e furti: “C’erano sia forze di polizia che volontari, ma sembrava tutto inutile. La gente non si sentiva sicura e non voleva correre inutili rischi andando in un luogo chiaramente pericoloso. Così, il parco venne sempre più trascurato. Dal 1984 qualcosa cambiò: con l’arrivo di Don Mazzi e la sua comunità si iniziò ad offrire assistenza ai giovani tossicodipendenti che frequentavano la zona. Anche il Comune di Milano si mobilitò, mosso probabilmente da una maggiore consapevolezza del degrado che aveva raggiunto vette insostenibili. In pochi anni si ristabilirono decoro e pulizia e vennero inserite numerose strutture che resero di nuovo il parco apprezzabile: rampe per gli skater all’entrata, circolo di scacchi, “percorso della salute” per i più sportivi, campi da calcio, parco giochi, ecc.”.
Ma in questo contesto il fiume non è cambiato. Avvicinandoci alle sponde ritroviamo l’inconfondibile odore di fogna, topi e sporcizia. Il Lambro resta uno dei fiumi più inquinati d’Italia. I cittadini del quartiere non ricordano, in decenni di trasformazioni “urbanistiche”, un reale intervento per migliorare lo status del fiume. Gli argini e il letto sono colmi di sostanze inquinanti, depositatesi negli anni, che non permettono il naturale sviluppo biologico. Tuttavia, il Parco Lambro non è incurabile. Impegno e senso civico sono punti di partenza essenziali per il rilancio. Un recupero necessario, per restituire un pezzo di storia milanese alla memoria dei suoi cittadini.
Luisa Morra
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