Onda anomala, maggioranza silenziosa. Macroinsiemi con cui vengono designate, con una buona dose di semplificazione, le due realtà in cui si può scindere il panorama attuale degli studenti universitari, tra impegno contestatore e silente consenso nei confronti dei provvedimenti governativi.A Milano, soprattutto per quanto riguarda l’attivismo, la molteplicità delle parti in campo appare evidente, anche se all’inizio della protesta, quando l’ indignazione era al culmine e l’entusiasmo crescente, la pluralità ideologica passava in secondo piano rispetto alla forza di risucchio dell’Onda.
Alla Statale tutto ha avuto inizio con la convocazione degli Stati Generali d’ Ateneo, il 21 ottobre. Un’ assemblea partecipata, nata in stretto rapporto con il personale lavoratore e di ricerca, che faceva ragionevolmente sperare in un attivo coinvolgimento del nostro ateneo nella protesta nazionale.
Oltre ai discutibili ma mediaticamente rilevanti “fatti di Cadorna”, gli Stati Generali hanno dato origine ad un’ Assemblea stabile, avente il compito di coordinare la mobilitazione, dal cui lavoro sono nate iniziative efficaci come le lezioni in piazza o la recente maratona di lettura e gruppi di lavoro più o meno proficui, che spaziano da progetti ambiziosi ma un po’ utopici come la compilazione di un “Libro Bianco dell’Università”, al più pragmatico gruppo biblioteca.
Esattamente un mese dopo gli Stati Generali infatti, la periodica Assemblea del movimento presenta una situazione radicalmente cambiata. L’ aula è semivuota e gli studenti presenti, seppure uniti dalle rivendicazioni comuni e dalla tenacia che li vede ancora impegnati a un mese di distanza, si rivelano frazionati e impegnati in reciproche recriminazioni. Si susseguono discussioni sul metodo d’azione, su chi debba prendere le decisioni e in che modo ed infine fioccano le proteste sulle modalità di pagamento del treno straordinario per Roma, a cui hanno contribuito C.G.I.L., Rifondazione Comunista e S.U. Di fatto emergono le solite, ancestrali dicotomie e contraddizioni della sinistra italiana, atavicamente incapace di agire compatta in nome di un obbiettivo comune. Dalle frange più legate alla politica istituzionale, preoccupate principalmente di non perdere credibilità attraverso il ricorso a gesti avventanti, si va alle posizioni più ideologicamente estreme, che ci offrono a tratti squarci grotteschi di vita democratica in cui, dalla proposta già non molto diplomatica di “votare a pugno alzato” si arriva alla paradossale idea: “votiamo se votare”, paralizzando o quantomeno rallentando le operazioni decisionali. In mezzo a queste posizioni emblematiche si articolano tutta una serie di collocazioni intermedie, influenzate dalla personale coscienza politica di ognuno, tutte organizzate in modo differente ed ognuna orgogliosamente refrattaria a qualunque passo indietro.
Ad oggi l’unico gruppo che sembra conservare un po’ di verve è la frangia più pura degli Irrappresentabili. Anche a loro giudizio la contestazione ha, per usare un eufemismo, perso intensità, la ragione però viene individuata nell’eccessiva importanza che è stata data dall’Onda alla stampa e ai media, che ora hanno distolto i riflettori dalla protesta. “Le parole d’ordine di incontrollabilità e soprattutto irrappresentabilità sono purtroppo restate degli slogan, non traducendosi nella realtà”, sostengono. La condizione che occorre per rilanciare la protesta, è una sorta di agibilità politica che dovrebbe concretizzarsi in un blocco della didattica di almeno qualche giorno, che permetta al maggior numero possibile di studenti di partecipare alle iniziative del movimento senza l’alternativa di scelta delle lezioni ordinarie. Tutto ciò, naturalmente, dovrà essere organizzato rigorosamente senza alcun appoggio di rappresentanze istituzionali, in nome della solita, immancabile frammentazione della minoranza contestatrice. “Non volendo delegare a nessuno la nostra vita, che coincide con la nostra lotta, non veniteci a parlare di rappresentanza ufficiale degli studenti. Tali rappresentanti sono per noi completamente illegittimi, siano essi di C.L., di A.U. o di S.U.” Viene da chiedersi chi o cosa legittimi l’agire di una minoranza che dovrà per forza di cose realizzare l’agognato blocco della didattica attraverso una qualche forma prevaricatrice.
Il fronte della “classe di giovani vincente” sposta l’attenzione dalla riforma, focalizzandola, oltre che sulle malefatte dei baroni, sull’ evidenza che il sistema universitario versava già in condizioni pessime ben prima dei nuovi interventi legislativi. Vengono ragionevolmente e coerentemente esposti alcuni dei principali problemi che affliggono le nostre università: dalla carenza degli alloggi per studenti alla necessità di efficaci sistemi di valutazione di merito per corsi e docenti. L’ impressione è che si miri a focalizzarsi sulla pagliuzza per non vedere la trave. Come è possibile lamentarsi della mancanza di alloggi senza chiedersi in che modo meno soldi a disposizione dovrebbero contribuire a risolvere il problema?
Resta da analizzare la posizione del terzo polo della rappresentanza studentesca in Statale. L’opinione di Obbiettivo Studenti è rimasta a lungo sottotono. Significativo però è stato l’incontro Università: da dove ripartire, dell’ 11 novembre, al quale è intervenuto anche il Rettore. Oltre alle solite constatazioni sullo stato attuale dell’università, emerge l’assoluto rifiuto a qualsiasi forma di blocco della didattica e la netta opposizione ad ogni attività che possa in qualche modo inficiare il normale svolgimento delle attività di studio e apprendimento.
Quanto ad una presa di posizione netta nei confronti della Finanziaria Tremonti, dobbiamo accontentarci di alcuni stralci di discorso che, se interpretati con buon senso, lasciano trapelare una certa preoccupazione per le sorti dell’università italiana, oltre che un po’ di perplessità nei confronti della logica governativa: “proprio quando un paese attraversa un periodo di crisi l’investimento in ricerca e istruzione è l’unica cosa sensata da fare per porre le basi di una ripresa, che prima ancora di essere economica deve essere culturale”. E ancora: “Un Paese sta in piedi solo nella misura in cui è capace di investire nell’educazione dei propri giovani. Meglio andare in giro nudi che perdere la capacità di educare”. In questo forse siamo d’accordo tutti, anche una parte della cosiddetta maggioranza silenziosa.
Ma le discussioni di metodo hanno sempre il sopravvento.

Settembre 2008: come più volte è stato sottolineato, non senza una certa malizia, la protesta contro la finanziaria estiva del ministro Tremonti vede la partecipazione in buona misura anche del corpo docente: chi si è apertamente schierato, chi ha dato il proprio diretto contributo, chi ha visto di buon’occhio la rinnovata coscienza, da parte degli studenti, nei confronti dei problemi più seri e complessi dell’Università. Ma pur partendo dal casus belli della 133, perché questa volta anche i professori – e qualche rettore – hanno voluto farsi tanto coinvolgere? È stata davvero una tattica per strumentalizzare la protesta studentesca? Per rispondere a queste domande dovremmo prima considerarne un’altra: chi sono, oggi, i professori universitari?
L’attuale sistema docente si può identificare nella forma 3+1. Tre sono le categorie in cui si inseriscono i professori strutturati: professori ordinari (I fascia, la più alta), associati (II fascia), e ricercatori. Uno è l’insieme magmatico, residuale, essenziale e invisibile dei non strutturati. Sono, a grandi linee, quelli che chiamiamo indiscriminatamente assistenti, e comprendono dottorandi, assegnisti, docenti a contratto, cultori della materia e borsisti vari.
Quello che più preme a strutturati e non strutturati e che li può avvicinare alla protesta studentesca è la sostanziale trascuratezza con cui le politiche governative guardano all’università. Una noncuranza e una disattenzione che di fatto hanno portato gli atenei al malfunzionamento e alla congestione rispetto al panorama internazionale.
A base del problema anche la mancanza, in Italia, di una lungimiranza progettuale politicamente condivisa su educazione e formazione. Come sostiene Franco Donzelli, docente di Economia a Scienze Politiche, a proposito di governance, del sistema dei reclutamenti e del diritto allo studio, “la struttura universitaria si fonda su leggi precise ed è quindi a livello legislativo che bisogna intervenire per migliorare questi aspetti dell’Università”. Per concludere ci sembra significativo quanto espresso da Elena, dottoranda in Filologia Classica: “Abbiamo bisogno di un motivo per non andarcene”. È una ragione poi tanto diversa da quella degli studenti?
Più di trecento manifestazioni spontanee e organizzate, e oltre duecento tra facoltà e scuole occupate, travolgono quindi il governo e i media come un flutto marino. Infatti il movimento studentesco dell’epoca berlusconiana decide proprio di chiamarsi Onda o Onda Anomala, e si racconta nel libro-manifesto L’esercito del sur: La rivolta degli studenti e le sue vere ragioni. Sfruttando l’anagramma del proprio nome, l’ Onda Studentesca ha fatto anche nascere la figura ribelle e virtuale di Anna Adamolo, Ministro Onda dell’Istruzione, che a suon di “la vostra crisi non la pagheremo noi” promulga la “volontà di tenere aperto il molteplice e il possibile contro l’arroganza di un pensiero contabile” rifiutando la logica del “sanare le difficoltà dell’oggi con le miserie di domani”.
Fa presto il movimento – formato indifferentemente da studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo di scuola e università — a estendersi in tutto il territorio italiano e a coinvolgere la maggior parte degli atenei. Supportato anche dagli studenti in Erasmus nelle varie parti d’Europa, riesce velocemente a mettere in scena numerose forme di portesta: occupazioni di aule e laboratori, lezioni alternative e all’aperto, incontri, dibattiti (a volte estenuanti), assemblee fiume, tavole rotonde.
A Firenze, uno dei più accesi focolai della contestazione, la didattica viene bloccata per quasi un mese e vedono una larghissima partecipazione i due incontri, organizzati dai collettivi studenteschi, con Sabina Guzzanti e Margherita Hack.
Al sud i centri più movimentati sono stati quelli di Napoli e Palermo, mentre Torino e Bologna sono state le fucine per un ambizioso incontro tra studenti e lavoratori, al fine di costruire un fronte comune per la protesta.
Anche Milano si pone a pieno titolo tra le città più ribelli di quest’autunno. L’ingente movimento contestatorio parte dalla riunione degli Stati Generali d’Ateneo, tenutasi il 21 ottobre e arriva a influire sul cammino parlamentare della “riforma” quando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incontra, nell’ateneo statale, una delegazione degli studenti capace di convincerlo a fare pressione sul governo affinchè apra un “confronto concreto” con le parti coinvolte.
Varie sono state anche le manifestazioni nazionali con centinaia di migliaia di partecipanti: quella del 17 ottobre a Roma e Milano, del 30 in moltissime città italiane e del 14 novembre nella capitale.
In difesa dei famigerati decreti sono sorti invece diversi movimenti, portavoce di una non meglio specificata maggioranza silenziosa, la cui consistenza è stata in varie occasioni messa in dubbio.
Ad oggi però, dopo mesi trascorsi a battere sugli scogli, l’Onda pare placarsi nel mare calmo dell’immobilità. Nonostante i continui impegni delle varie forze politiche universitarie, la cresta della protesta non riesce più ad alzarsi e a far parlare di scuola il governo e i media. Già dopo il piccolo passo indietro fatto dall’esecutivo nella prima metà di novembre gli studenti hanno iniziato e dileguarsi lasciando soli i collettivi a dibattere sul metodo e sull’importanza della formazione.




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