W. RECENSIONE

Lo scor­so 21 novem­bre W. ha aper­to il Tori­no Film Festi­val, tie­pi­da­men­te. Il 17 otto­bre era usci­to negli Sta­ti Uni­ti con incas­si non (con)vincenti, rive­lan­do­si un mez­zo flop. All’inizio di otto­bre Ale­man­no e l’organizzazione del Festi­val del Film di Roma affer­ma­va­no che gli stes­si pro­dut­to­ri non ave­va­no volu­to che il film fos­se pre­sen­ta­to alla mani­fe­sta­zio­ne, pre­fe­ren­do inve­ce il qua­si con­tem­po­ra­neo Festi­val di Lon­dra. Pare anche che Ber­lu­scu­ni stes­so sia sta­to irri­ta­to dal film, pro­ba­bil­men­te a prio­ri. Medu­sa e Rai inol­tre non devo­no aver­ci visto un inve­sti­men­to pro­fi­cuo e nes­su­na del­le due ha deci­so di distri­buir­lo.
E’ inve­ce noti­zia del 28 novem­bre che i dirit­ti per l’Italia sono sta­ti infi­ne acqui­si­ti dal­la semi­sco­no­sciu­ta Dell’Angelo, com­pa­gnia spe­cia­liz­za­ta per­lo­più nell’edizione dvd di film non recen­ti. Anche sen­za chie­der­si dove abbia tro­va­to il capi­ta­le neces­sa­rio, la pri­ma cosa che vie­ne da pen­sa­re è che rele­ga­re il film in qual­che (irrag­giun­gi­bi­le?) lan­da del­la distri­bu­zio­ne sia sta­ta la mos­sa più como­da per quie­ta­re le pole­mi­che, anche se La7 ne ha impa­vi­da­men­te acqui­sta­to i dirit­ti e ha recen­te­men­te man­da­to in onda il film in pri­ma sera­ta.
Con­tro­ver­sie arti­sti­che, eco­no­mi­che o poli­ti­che che sia­no, all’ultimo lavo­ro di Oli­ver Sto­ne è sta­ta data poca visi­bi­li­tà e con­si­de­ra­zio­ne. Que­sto per­ché qual­sia­si giu­di­zio si pos­seg­ga sul­la figu­ra di Geor­ge Wal­ker Bush, stol­to tiran­no o pala­di­no del­la liber­tà, è dif­fi­ci­le tra­scen­der­la per far­si abbrac­cia­re da un film che vuo­le esse­re il ritrat­to di un uomo, di una per­so­na, spiaz­zan­do e bef­fan­do entram­be le fazio­ni. In più l’impossibile tem­pi­smo: trop­po pre­sto per un’adeguato pro­fi­lo bio­gra­fi­co, trop­po tar­di per una denun­cia poli­ti­ca (già por­ta­ta al suc­ces­so quat­tro anni fa da Fah­ren­heit 9/11). W. rimar­rà ana­cro­ni­sti­co anco­ra a lun­go, distan­te da entram­bi que­sti gene­ri cine­ma­to­gra­fi­ci.
Già due vol­te, con JFK e Nixon, Sto­ne ha affre­sca­to i chia­ri e gli scu­ri del rap­por­to (sem­pre gerar­chi­co in favo­re del secon­do) tra pre­si­den­te USA e gover­no, e qua­si ogni suo film è sta­to un ritrat­to sov­ver­si­vo ed ener­gi­co di tur­ba­men­ti, deter­mi­na­zio­ni e sfor­tu­ne di “gran­di” uomi­ni, Ale­xan­der in pri­mis. Adat­tan­do­si al sog­get­to, ecco il risul­ta­to: W. è la sto­ria linea­re di un uomo medio, pri­ma sban­da­to figlio dell’aristocrazia petro­li­fe­ra e poi poli­ti­co non per scel­ta, cata­pul­ta­to in un mon­do e in un pen­sa­re inge­sti­bi­li e più gran­di di lui. I suoi sogni can­di­di da texa­no d.o.c., tra sbron­ze, base­ball e car­ne arro­sti­ta male si addi­co­no al ruo­lo che si ritro­va a rico­pri­re e ne fan­no un impac­cia­to e imba­raz­zan­te indi­vi­duo alla pre­si­den­za degli Sta­ti Uniti.

Defi­ni­bi­le come l’antiDivo, W. è, al con­tra­rio del film di Sor­ren­ti­no (sfa­vil­lan­te e ingor­do di afo­ri­smi e sim­bo­li), un’apologia dell’errore e del­la sem­pli­ci­tà, mite e sen­za giu­di­zi, in cui il Pote­re non è con­ti­nua­men­te intrec­cia­to ai demo­ni inte­rio­ri, ma anzi è qua­si del tut­to tra­la­scia­to a favo­re di qual­co­sa di più sot­ti­le ma imma­nen­te: l’incapacità e la pau­ra riguar­do al giu­di­ca­re, l’affrontare, il deci­de­re.
Il sogno mai sva­ni­to di diven­ta­re alle­na­to­re di base­ball, rap­pre­sen­ta­to dal veder­si con­ti­nua­men­te al cen­tro di uno sta­dio vuo­to, l’essere rag­gi­ra­to dal pro­prio stes­so entou­ra­ge sen­za però mai accor­ger­se­ne e poi la cor­ruc­cia­ta delu­sio­ne di non aver tro­va­to l’atomica di Sad­dam, tut­to indi­ca una fisio­lo­gi­ca pro­pen­sio­ne al fal­li­men­to. E’ la sto­ria dell’ ina­de­gua­ta, dol­ce medio­cri­tà di un uomo che ha anco­ra pro­spet­ti­ve da bam­bi­no e che non è mai giun­to alla fine dell’adolescenza, anco­ra oggi sot­to il gra­va­me di un padre agli occhi del qua­le voler bril­la­re, un patriar­ca mor­bo­sa­men­te rin­ne­ga­to ed osan­na­to insie­me, anche men­tre gli rin­fac­cia la sua inet­ti­tu­di­ne. Que­sta è la chia­ve: un geni­to­re ammi­ra­to ed ele­gan­te­men­te riu­sci­to nel­la vita, nuo­vo Gor­don Gek­ko pre­so come dio e come eter­no oriz­zon­te, che diven­ta eter­na incon­clu­den­za, soprat­tut­to quan­do l’omonimia (nel­la noto­rie­tà) è com­ple­ta, ad ecce­zio­ne di quel­la “W” che è appun­to il tito­lo del film.
Simi­la­re a The wea­ther man con Nicho­las Cage e Toro sca­te­na­to incra­vat­ta­to, que­sta è la vicen­da di un uomo che deve accet­ta­re i pro­pri limi­ti. L’interpretazione di Josh Bro­lin, oltre­ché acca­de­mi­ca­men­te per­fet­ta, è in per­fet­to equi­li­brio tra il fan­ciul­le­sco e il rusti­co, con uno sguar­do pri­ma da cane impau­ri­to, poi da fie­ro (di non si sa bene cosa) cow­boy. Lon­ta­no dal­la rit­mi­ca sen­za fre­ni del­la mag­gior par­te dei suoi capo­la­vo­ri pre­ce­den­ti, Oli­ver Sto­ne inqua­dra e met­te in sce­na, come un mon­do dai codi­ci net­ti e isti­tu­zio­na­liz­za­ti, sce­vri di iro­nia, stan­ze del pote­re e vita del “clas­si­co ame­ri­ca­no”, esat­ta­men­te come noti­zia­ri, cine­ma e tele­vi­sio­ne ce li han­no fat­ti cono­sce­re, sen­za sba­va­tu­re o fran­gen­ti scan­da­lo­si. Il pro­ta­go­ni­sta sto­na visi­bil­men­te (o meglio: è l’unico ad ave­re una musi­ca), attor­nia­to da atto­ri com­pri­ma­ri scel­ti in base a un’estremo mime­ti­smo con i loro cor­ri­spet­ti­vi rea­li e cala­ti in un inter­pre­ta­re ato­no, spo­glio e con­ci­so, una sor­ta di mani­chi­ni tra i qua­li Bush non può che risul­ta­re buf­fa­men­te uma­no, ridi­co­la­men­te vivo. E solo. Que­sto pen­sie­ro sull’ex pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti è ovvia­men­te distan­te da gran par­te del­la real­tà e dal­le con­se­guen­ze che que­sta inet­ti­tu­di­ne ha pro­vo­ca­to, ma poco deve impor­ta­re. Sim­pa­tia, pena, tene­rez­za, com­mo­zio­ne e, volen­do, rifles­sio­ne sono suf­fi­cien­ti: ecco un nuo­vo anti­e­roe. E che Geor­ge W. Bush, quel­lo vero, sia anche lui un uomo è for­se il mes­sag­gio che alcu­ni han­no volu­to cen­su­ra­re.
«Qual­co­sa ho sba­glia­to… Ma non so bene che cosa» è una fra­se che vale per tutti. 

Ales­san­dro Tavola
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