LOUISE-MICHEL: La crisi economica? Basta eliminare la “Causa”…

“Le don­ne, quan­do vale la pena di com­bat­te­re, non si tira­no indie­tro. Il vec­chio lie­vi­to del­la rivol­ta che è in fon­do al cuo­re di tut­te fer­men­ta rapi­da­men­te” (Loui­se Michel).
Non c’è azio­ne rivo­lu­zio­na­ria nel­le ope­ra­ie improv­vi­sa­men­te disoc­cu­pa­te di un pae­si­no del­la Picar­dia che deci­do­no di assol­da­re un sica­rio per ucci­de­re il capo, eppu­re la sov­ver­sio­ne del gesto è indi­scu­ti­bi­le quan­to natu­ra­le. Riu­ni­te al tavo­lo di un caf­fè deci­do­no di met­te­re in comu­ne la mise­ra liqui­da­zio­ne, ma inve­ce di apri­re la soli­ta piz­ze­ria scel­go­no, su pro­po­sta del­la taci­tur­na Loui­se ( Yolan­de Moreau), di paga­re uno stram­pa­la­to quan­to impro­ba­bi­le kil­ler, Michel (Bou­li Lan­ners) per ucci­de­re il padro­ne. Ha ini­zio un viag­gio grot­te­sco e sur­rea­le che por­te­rà la cor­pu­len­ta Loui­se e il pastic­cio­ne Michel alla ricer­ca del vero respon­sa­bi­le (ma non sarà faci­le indi­vi­duar­lo) sem­pre più in alto nel­la gerar­chia, fino alla sco­per­ta che cau­sa di tut­ti i mali è un fon­do mone­ta­rio, e allo­ra si rico­min­ce­rà tut­to da capo, come in una cate­na di Sant Anto­nio che sem­bra non dover fini­re mai.
La sto­ria semi-seria di come un pugno di impie­ga­te sia­no diven­ta­te com­mit­ten­ti di una stra­ge di fun­zio­na­ri ha un’impronta anar­chi­ca che si ritro­va anche nel tito­lo: il nome dei due eroi/antieroi è infat­ti quel­lo dell’anarchica fran­ce­se dell’Ottocento Loui­se Michel. Anar­chi­che sono anche le scel­te dei due regi­sti, per esem­pio nell’uso dell’identità ses­sua­le dei pro­ta­go­ni­sti: entram­bi il con­tra­rio di quel­lo che dico­no di esse­re. Il ribal­ta­men­to ses­sua­le è, infat­ti, al tem­po stes­so dimo­stra­zio­ne del­la fol­lia del­le rego­le socia­li (entram­bi cam­bia­no ses­so per tro­va­re un lavo­ro) e tas­sel­lo di un caos più gene­ra­le, cui appar­ten­go­no anche ele­men­ti come il non saper né leg­ge­re né scri­ve­re, un par­ti­co­la­re che nel mon­do con­tem­po­ra­neo signi­fi­ca emar­gi­na­zio­ne sociale.
Sul­lo sfon­do la reces­sio­ne eco­no­mi­ca, che por­ta alla ricer­ca di cibo nei modi più impro­ba­bi­li (Loui­se met­te trap­po­le sul davan­za­le per cat­tu­ra­re i pic­cio­ni), e il gio­co per­ver­so che inne­sca nel­la dif­fu­sio­ne del­le respon­sa­bi­li­tà, ren­den­do irre­pe­ri­bi­le il vero respon­sa­bi­le del­le male­fat­te. Esem­pla­re in tal sen­so è l’atteggiamento di Michel che, per eli­mi­na­re i suoi obiet­ti­vi, ingag­gia un paio di mala­ti ter­mi­na­li per svol­ge­re gli omicidi.
Il tut­to è sor­ret­to da uno spi­ri­to sur­rea­le e irrea­li­sta che, attra­ver­so la mes­sa in sce­na, defor­ma la real­tà e la pie­ga a un fan­toz­zia­no sen­so dell’umorismo. L’utilizzo di inqua­dra­tu­re fis­se e fron­ta­li, carat­te­riz­za­te dal­la sem­pli­ci­tà dei pae­sag­gi e dal­le geo­me­trie, dan­no for­za e spes­so­re all’intreccio e ai per­so­nag­gi, che a vol­te man­ca­no di quel­la leg­ge­rez­za che la com­me­dia come gene­re neces­si­te­reb­be, anche se decli­na­ta al nero.
Il film dei regi­sti Benoît Delé­pi­ne e Gusta­ve Ker­vern può pia­ce­re o non pia­ce­re, ma di cer­to non lascia indif­fe­ren­ti, un con­cen­tra­to di fol­lia desta­bi­liz­zan­te, che a suo modo diver­te e tur­ba. Sen­za dub­bio un film fuo­ri di testa, stra­lu­na­to e pro­vo­ca­to­rio a cui var­reb­be la pena con­ce­de­re una possibilità.
Miche­la Giupponi
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