“LA RABBIA” di Pasolini e Guareschi

Ma lei non sa cos’è un uomo medio? E’ un mostro, un peri­co­lo­so delin­quen­te, con­for­mi­sta, raz­zi­sta, schia­vi­sta, qua­lun­qui­sta. Que­sto face­va dire Paso­li­ni a Orson Wel­les in “La ricot­ta”, per mol­ti la sua ope­ra più riu­sci­ta. Ciò nono­stan­te l’anno seguen­te, il 1963, il regi­sta accet­tò di gira­re un film con quell’umorista che dell’uomo medio e dei suoi pen­sie­ri più medio­cri era incar­na­zio­ne e sim­bo­lo: Gio­van­ni­no Gua­re­schi. Il film si inti­to­la­va “La Rab­bia”, e pre­ve­de­va all’inizio il solo inter­ven­to di Paso­li­ni. Subi­to dopo però, for­se per par con­di­cio o for­se per cal­co­lo com­mer­cia­le,
il pro­dut­to­re Gasto­ne Fer­ret­ti deci­se di affian­ca­re al poe­ta di Casar­sa il crea­to­re di Pep­po­ne e Don Camil­lo.
Il film diven­ne quin­di un disti­co, costrin­gen­do Paso­li­ni a taglia­re una ven­ti­na di minu­ti già pre­di­spo­sti. Per que­sto moti­vo Giu­sep­pe Ber­to­luc­ci, fra­tel­lo del regi­sta Ber­nar­do, ha rea­liz­za­to ben qua­ran­ta­cin­que anni dopo quel fram­men­to man­can­te, seguen­do con zelo la sce­neg­gia­tu­ra. Eli­mi­na­ta poi la par­te di Gua­re­schi ha rico­strui­to in modo filo­lo­gi­ca­men­te inec­ce­pi­bi­le l’originale mai gira­to.
L’opera rico­strui­ta, pre­sen­ta­ta alla Mostra del Cine­ma di Vene­zia, ha susci­ta­to non poche recri­mi­na­zio­ni: l’esclusione del­la par­te di Gua­re­schi è par­sa ad alcu­ni, infat­ti, il soli­to atto di sno­bi­smo di cer­ti intel­let­tua­li di sini­stra.
Sen­za adden­trar­si in tedio­se pole­mi­che, biso­gna pre­ci­sa­re che all’epoca la pel­li­co­la fu un flop: riti­ra­ta dal­la distri­bu­zio­ne dopo pochi gior­ni, fu con­si­de­ra­ta subi­to ecces­si­va­men­te stra­nian­te per lo spet­ta­to­re, sbal­lot­ta­to dall’idealismo pro­gres­si­sta e sogna­to­re di Paso­li­ni al rea­zio­na­rio qua­lun­qui­smo di Gua­re­schi, con ecces­si fazio­si per entram­bi. Tut­ti e due gli auto­ri infat­ti, com­pon­go­no la loro par­te con fram­men­ti di cine­gior­na­li dell’epoca, com­men­tan­do imma­gi­ni simi­li in modo anti­te­ti­co.
Paso­li­ni affi­da a Rena­to Gut­tu­so le sue paro­le, com­men­ta­te dal­lo strug­gen­te Ada­gio di Albi­no­ni e dal­la let­tu­ra da par­te di Bas­sa­ni di alcu­ne sue poe­sie. Si par­la, in bre­vi sequen­ze, dei pro­ble­mi di allo­ra e di sem­pre: il raz­zi­smo, la liber­tà, la dit­ta­tu­ra, il con­su­mi­smo.
Gen­te di colo­re, è nel­la spe­ran­za che la gen­te non ha colo­re,(…) gen­te di colo­re, è nel­la vit­to­ria che l’unico colo­re è il colo­re dell’uomo. Sia­mo in tem­po di deco­lo­niz­za­zio­ne, e Paso­li­ni si schie­ra come sem­pre dal­la par­te degli ulti­mi, mentre le imma­gi­ni descri­vo­no la fre­sca indi­pen­den­za dell’Algeria.
Il regi­sta dà un taglio anco­ra più pole­mi­co quan­do mostra le ridi­co­le fan­fa­re dell’incoronazione del­la regi­na Eli­sa­bet­ta, con il con­sue­to corol­la­rio di pic­co­le ipo­cri­sie bor­ghe­si. L’oscurità del­la coscien­za non richie­de dio ben­sì le sue sta­tue, e men­tre vedia­mo la fol­la radu­na­ta al fune­ra­le di Pio XII, la voce fuo­ri cam­po si chie­de se mai avre­mo un papa figlio del ter­zo mon­do.
Il cul­mi­ne dell’opera è la poe­sia dedi­ca­ta alla bel­lez­za, ulti­mo resto del pas­sa­to e pri­ma anti­ci­pa­zio­ne del futu­ro. Bel­lez­za subli­ma­ta in Mari­lyn Mon­roe: tu sorel­li­na più pic­co­la, quel­la bel­lez­za l’avevi addos­so umil­men­te, e la tua ani­ma di figlia di pic­co­la gen­te, non ha mai sapu­to di aver­la, per­ché altri­men­ti non sareb­be sta­ta bel­lez­za. E’ solo nel­la bel­lez­za pura, sem­pli­ce, la pos­si­bi­le rispo­sta alla rab­bia: è pos­si­bi­le che Mari­lyn, la pic­co­la Mari­lyn, ci abbia indi­ca­to la stra­da?.
Qui fini­sce, in un’atmosfera oni­ri­ca e affa­sci­nan­te, l’opera restau­ra­ta, men­tre per lo spet­ta­to­re del ’63 era inve­ce il tur­no di esse­re cata­pul­ta­to nell’ oppo­sto mon­do ideo­lo­gi­co di Gua­re­schi, da Paso­li­ni defi­ni­to addi­rit­tu­ra pre­lo­gi­co. Amo­re di chia­rez­za o fazio­si­tà poli­ti­ca? Clau­dio Lol­li descri­ve­va la bor­ghe­sia come sem­pre lì fis­sa a scru­ta­re un oriz­zon­te che si fer­ma al tet­to. Si può esse­re d’accordo o no, ma sicu­ra­men­te lo sguar­do di Gua­re­schi non va mol­to più lon­ta­no.
Nel suo caso la rab­bia per la con­tem­po­ra­nei­tà non pare rivol­ta ver­so un futu­ro miglio­re, ma piut­to­sto ver­so la più gret­ta restau­ra­zio­ne. Il pro­ces­so di Norim­ber­ga è con­si­de­ra­to una ven­det­ta ille­git­ti­ma, vie­ne disprez­za­to Ken­ne­dy, si rim­pian­go­no gli impe­ri colo­nia­li, e allo schi­fo per gli omo­ses­sua­li si alter­na quel­lo per le don­ne che van­no in giro scol­lac­cia­te. La regi­na Eli­sa­bet­ta che bal­la con un prin­ci­pe afri­ca­no vie­ne com­men­ta­ta con disgu­sto dicen­do “Una regi­na d’Inghilterra, una duches­sa di Kent, bal­la­re con un negro!”; men­tre una ragaz­za bian­ca che dona un fio­re a un nero susci­ta l’illuminato com­men­to: “Guar­da­te ragaz­ze bian­che che implo­ra­no dai negri un sor­ri­so!”.
Vie­ne da chie­der­si se chi ha depre­ca­to l’esclusione a Vene­zia di que­sto deli­rio da vec­chio com­mer­cian­te abbia real­men­te guar­da­to l’opera ori­gi­na­le.
Eppu­re è pro­prio oggi che l’opera va vista e fat­ta vede­re nel­la sua inte­rez­za.
All’epoca, pri­ma che il tem­po potes­se erger­si a giu­di­ce, le tesi pote­va­no appa­ri­re il sem­pli­ce frut­to di pun­ti di vista con­trap­po­sti. Da un lato il comu­ni­sta, for­se un po’ trop­po sogna­to­re; dall’altro il con­ser­va­to­re, a vol­te un tan­ti­no esa­ge­ra­to.
Ma è oggi che qual­sia­si spet­ta­to­re, anche il più nar­co­tiz­za­to dal­le tele­vi­sio­ni, non può non coglie­re il sapo­re di con­tro­ri­for­ma che tra­su­da dall’opera di Gua­re­schi, spe­cial­men­te se con­trap­po­sto alla scot­tan­te attua­li­tà del­la par­te di Paso­li­ni.
Ma è dav­ve­ro col­pa dell’umorista roma­gno­lo se la sua par­te ha subi­to così tan­to l’usura del tem­po? Non cre­do. Le sue argo­men­ta­zio­ni sono le stes­se che il pen­sie­ro rea­zio­na­rio di allo­ra (oggi lo si chia­me­reb­be teo­con) pro­po­ne­va su lar­ga sca­la. E’ pro­prio quel modo di intende­re il mon­do, pro­iet­ta­to ana­cro­ni­sti­ca­men­te ver­so il pas­sa­to, che por­ta ad un pen­sie­ro che nasce già vec­chio. Chi difen­de una tesi con il solo argo­men­to del­la tra­di­zio­ne, del­la con­sue­tu­di­ne, si tro­va ine­vi­ta­bil­men­te ad esse­re pre­sto un relit­to, a vol­te grot­te­sco.
Pia­ce pen­sa­re che fra cinquant’anni, le regi­stra­zio­ni di cer­ti dibat­ti­ti dei gior­ni nostri su omo­ses­sua­li­tà e immi­gra­zio­ne, faran­no ver­sa­re qual­che lacri­ma di rab­bia impo­ten­te allo spet­ta­to­re. Le stes­se che ver­sa oggi chi guar­da lo spez­zo­ne di Guareschi.

Filip­po Ber­na­sco­ni

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