REPORTAGE: IL SOGNO (INFRANTO) DEI BALCANI

SARAJEVO OGGI
“Non capi­sco dav­ve­ro per­ché le gran­di tele­vi­sio­ni mon­dia­li sia­no anda­te lag­giù a cer­ca­re imma­gi­ni di mor­te. Non han­no capi­to nul­la. In guer­ra, la vera imma­gi­ne di Sara­je­vo era la vita.”
Pao­lo Rumiz

 

La stra­da per rag­giun­ge­re Sara­je­vo, anco­ra un po’ bagna­ta per la piog­gia degli ulti­mi gior­ni, ci sci­vo­la sot­to, e sem­bra un fiu­me illu­mi­na­to dai rag­gi del­la luna pie­na. Ci godia­mo le col­li­ne scu­re, e le diste­se di nul­la che cir­con­da­no la E171, la stra­da sta­ta­le a due cor­sie e tan­ti buchi che ci sta por­tan­do da Bel­gra­do a Sara­je­vo. Poi, di col­po, ecco­la. Così, dal nul­la, in fon­do ad una cur­va che por­ta sul fon­do del­la val­le for­ma­ta dal fiu­me Miljac­ka, appa­re la cit­tà. Il car­tel­lo su cui è scrit­to in nero Сарајево ci sfug­ge, ma sia­mo sicu­ri di esse­re nel posto giu­sto. Un enor­me palaz­zo­ne gial­lo, semi distrut­to, ci dà il ben­ve­nu­to nel­la “cit­tà del ripo­so”. Una quin­di­ci­na di anni fa, le foto di que­sto edi­fi­cio more­sco inva­de­va­no le pagi­ne dei gior­na­li. Ora ne riman­go­no por­te chiu­se con assi di legno e due lapi­di: la Biblio­te­ca nazio­na­le e Uni­ver­si­ta­ria di Sara­je­vo è sta­ta uno dei luo­ghi sim­bo­li­ci che l’esercito ser­bo (“i ter­ro­ri­sti” per cita­re la lapi­de sul por­to­ne prin­ci­pa­le) ha mes­so a fer­ro e fuo­co duran­te l’assedio del­la cit­tà, ini­zia­to nel 1992.

E’ gio­ve­dì sera, e la cit­tà che abbia­mo davan­ti non è cer­to quel­la che ti aspet­ti. Abi­tua­ti a rice­ver­ne imma­gi­ni fati­scen­ti, di edi­fi­ci in fiam­me e di mor­te, ci stu­pia­mo ‑for­se inge­nua­men­te- veden­do la gran­de quan­ti­tà di gio­va­ni, ragaz­zi esat­ta­men­te come noi, che bevo­no e bal­la­no in loca­li non mol­to diver­si da quel­li nostra­ni. Sem­bra, ad un pri­mo sguar­do, che tut­ti qui cer­chi­no di lasciar­si il pas­sa­to alle spal­le, come se si fos­se­ro appe­na risve­glia­ti da quel sogno di con­vi­ven­za inte­ret­ni­ca che sem­bra­va pro­met­te­re Sara­je­vo e che si è tra­sfor­ma­to in incu­bo all’inizio degli anni ’90. Così, sot­to lo spes­so velo del buio not­tur­no, Sara­je­vo nascon­de le sue cica­tri­ci. Già duran­te il lun­go asse­dio (1992–1995, il più lun­go del­la sto­ria bel­li­ca moder­na) alcu­ni repor­ter sot­to­li­nea­va­no come la cit­tà pro­vas­se a rima­ne­re viva. Nono­stan­te si tro­vas­se­ro sen­za elet­tri­ci­tà, gas e acqua pota­bi­le, gli abi­tan­ti di Sara­je­vo con­ti­nua­va­no a fre­quen­ta­re i pro­pri luo­ghi di lavo­ro, a pub­bli­ca­re gior­na­li, e tro­va­ro­no le for­ze per sca­va­re un tun­nel di 800 metri, che uni­va la cit­tà all’aereoporto (zona neu­tra­le sot­to il con­trol­lo dell’ Onu) da cui arri­va­va­no gli aiu­ti uma­ni­ta­ri. Que­sto tun­nel, che pro­prio come nel film Under­ground di Emir Kustu­ri­ca par­te dal sog­gior­no di una casa pri­va­ta, fu mol­to pro­ba­bil­men­te la vera sal­vez­za del­la città.

Il gior­no seguen­te, ci acco­glie un cie­lo azzur­ro a chiaz­ze di nuvo­le bian­che. Si respi­ra un’ottima aria, e il ver­de del­le col­li­ne che cir­con­da­no la val­la­ta al cui cen­tro si tro­va la capi­ta­le Bosnia­ca ren­do­no il tut­to qua­si sur­rea­le, mostran­do­ci abi­ta­zio­ni sven­tra­te appog­gia­te su un pae­sag­gio natu­ra­le che ricor­da la Sviz­ze­ra. Lo osser­via­mo dal­lo “Sni­per Alley”, il via­lo­ne prin­ci­pa­le di Sara­je­vo, che uni­sce la par­te indu­stria­le con la par­te vec­chia del­la cit­tà. Il tri­ste sopran­no­me gli fu appiop­pa­to nel 1992: cir­con­da­ta da alti palaz­zi e prin­ci­pa­le arte­ria di pas­sag­gio, fu duran­te l’ asse­dio un for­mi­ca­io di cec­chi­ni. Si rac­con­ta che capi­tas­se spes­so di sen­ti­re l’urlo “Pazi – Snajper!”(Attenzione – cec­chi­no!) a chi, nascon­den­do­si die­tro bloc­chi di cemen­to o cor­ren­do all’ impaz­za­ta, cer­ca­va di rag­giun­ge­re l’ altra par­te del­la cit­tà. Su que­sta stra­da, la cui sto­ria è spes­so diven­ta­ta il livel­lo da supe­ra­re di un qual­che video­gio­co di guer­ra, sono sta­te col­pi­te (secon­do dati uffi­cia­li del 1995) 1030 per­so­ne, e 225 sono rima­ste ucci­se. Se lo Snj­per Alley era infar­ci­to di cec­chi­ni ser­bi (si anni­da­va­no tra i tet­ti del­le case, del­le chie­se e del­le moschee, ma anche tra le barac­che), buo­na par­te del­la zona est del­la cit­tà era cospar­sa da anti-cec­chi­ni bosnia­ci. Spes­so ragaz­zi sen­za divi­sa o carat­te­ri distin­ti­vi par­ti­co­la­ri, assol­da­ti per sta­na­re i tira­to­ri ser­bi facen­do il loro stes­so mestie­re. Da que­sta posi­zio­ne, nel­la par­te est del­lo Sna­j­per Alley, si vedo­no in lon­ta­nan­za gli alti palaz­zo­ni di Grba­vi­ca, quar­tie­re che, per la mag­gio­ran­za ser­ba del­la sua com­po­si­zio­ne etni­ca, fu ber­sa­glio duran­te la guer­ra. Dal ‘95 fu asse­gna­to all’ etnia croa­to-musu­la­na, con con­se­guen­te depo­po­la­zio­ne ser­ba, e nei pia­ni alti degli edi­fi­ci si vedo­no anco­ra gli squar­ci dei bazoo­ka. Oggi, da quel­la zona, c’è una splen­di­da vista a nord, ver­so la col­li­na di Kose­vo, su cui tro­neg­gia l’antenna radio-tele­vi­si­va del­la cit­tà. Ai suoi pie­di una diste­sa di miglia­ia di pun­ti­ni bian­chi: il più gran­de cimi­te­ro musul­ma­no del­la cit­tà. Immer­gen­do­si ver­so la par­te vec­chia del­la cit­tà, pas­san­do davan­ti alla cat­te­dra­le di San Vin­cen­zo, si giun­ge in un tem­pio ebrai­co. Gira­to l’angolo ed entra­ti nel­la piaz­za prin­ci­pa­le, la gran­de Moschea di Gazi Husrev Bey (restau­ra­ta dopo la guer­ra gra­zie a fon­di dona­ti dal gover­no Sau­di­ta) com­ple­ta la lista degli edi­fi­ci sacri del­le quat­tro prin­ci­pa­li reli­gio­ni mono­tei­ste pre­sen­ti nell’arco di tre isolati.

Di fron­te alla mosche si esten­de la Bar­scar­si­ja, la cit­tà Otto­ma­na, in cui spic­ca­no i mina­re­ti tra i tet­ti bas­si del­le case. Un bru­li­chio di loca­li e di turi­sti si avven­tu­ra­no tra le sue stret­te viuz­ze, che si apro­no sul­la piz­za prin­ci­pa­le. In que­sta zona che pro­fu­ma d’oriente si mesco­la­no alla per­fe­zio­ne le due ani­me del­la cit­tà. Una è quel­la sto­ri­ca e loca­le, dimo­stra­zio­ne empi­ri­ca di pos­si­bi­le con­vi­ven­za tra cul­tu­re e reli­gio­ni diver­se, quel­la dipin­ta da Kustu­ri­ca in cui un pope orto­dos­so si ubria­ca insie­me agli altri invi­ta­ti ad un ban­chet­to di noz­ze musul­ma­no. L’altra, è quel­la di una cit­tà nata dopo la guer­ra, con la pre­sen­za del­la Comu­ni­tà Inter­na­zio­na­le che si con­cre­tiz­za nel­le cen­ti­na­ia di turi­sti che affol­la­no la Ferha­di­ja, la via del­lo shop­ping. Cen­tro del quar­tie­re è la piaz­za con la famo­sa fon­ta­na Sebi­lj, sim­bo­lo del­la cit­tà. Que­sta, come pare tut­te le fon­ta­ne che si tro­vi­no davan­ti alle moschee, fa par­te di in una rete idri­ca paral­le­la a quel­la cit­ta­di­na, che garan­tì la con­ti­nua ero­ga­zio­ne di acqua anche duran­te il perio­do di guer­ra. Da qui, alzan­do la testa, si vedo­no tut­te le mon­ta­gne che cir­con­da­no Sara­je­vo, su alcu­ne del­le qua­li ci sono anco­ra gli impian­ti di risa­li­ta costrui­ti nel 1984, in occa­sio­ne del­le Olim­pia­di inver­na­li. Dopo solo qual­che metro ci ritro­via­mo sper­du­ti nel bazar,con il pas­so scan­di­to dal rumo­re dei mar­tel­let­ti dei vari arti­gia­ni che, mostran­do­li con fie­rez­za, bat­to­no il fer­ro degli dzez­va e del­le taz­zi­ne per ser­vi­re il caf­fè turco.

Per rag­giun­ge­re la par­te a sud del­la cit­tà pas­sia­mo sul pon­te dove nell’aprile 1995 le trup­pe ser­be spa­ra­ro­no sul­la fol­la che mani­fe­sta­va con­tro la guer­ra, ucci­den­do Sua­da Dil­bro­vic, stu­den­tes­sa croa­ta che vie­ne con­si­de­ra­ta, da par­te bosnia­ca, la pri­ma vit­ti­ma del­la guer­ra. La par­te del­la cit­tà al di là del Miljac­ka por­ta mol­to più del cen­tro i segni del­la guer­ra. Cer­to, qui si vedo­no meno lapi­di sui muri e spun­ta­no dal cemen­to meno “rose di Sara­je­vo” in memo­ria dei cadu­ti, ma risul­ta­no altret­tan­to elo­quen­ti i fori che rico­pro­no i muri del­le case, taglian­do in due le fac­cia­te, e i palaz­zi, qua­si come monu­men­ti lascia­ti anco­ra in mace­rie. Sul muro di una casa che dà sul fiu­me la scrit­ta in ros­so “Ne zabo­ra­vit ei Srebrenica”(“Non dimen­ti­ca­te Sre­bre­ni­ca”) cat­tu­ra la nostra attenzione.
Riat­tra­ver­sa­to il fiu­me, luc­ci­can­te ai rag­gi del sole che si avvia ver­so il tra­mon­to, tor­nia­mo ver­so il cen­tro del­la cit­tà, pas­san­do sul Pon­te Lati­no, che fu tea­tro dell’ assas­si­nio di Fran­ce­sco Fer­di­nan­do per mano di Gavri­lo Prin­cip, il 28 giun­go 1914. Pas­sia­mo sul pon­te in cui la sto­ria del ‘900 ebbe ini­zio, all’interno di una cit­tà in cui nel seco­lo scor­so “sem­bra­va che l’orologio del­la sto­ria non potes­se fare a meno di anda­re a scan­dir­vi i suoi col­pi”. Nel 1995, alme­no all’atto pra­ti­co e dopo miglia­ia di mor­ti, il cer­chio si è chiu­so, il ser­pen­te si mor­de la coda e tut­to tor­na al prin­ci­pio. For­se la Sto­ria dove­va far espia­re a Sara­je­vo la col­pa di esse­re sta­ta il sim­bo­lo di quell’omicidio, ren­den­do­la mar­ti­re dell’ inca­pa­ci­tà di noi euro­pei di impa­ra­re dai nostri errori.

Danie­le Grasso

La Guer­ra Bal­ca­ni­ca in Bosnia:
18.11.1990:
pri­me ele­zio­ni libe­re in Bosnia-Erzegovina.
29.2.1992: refe­ren­dum per l’indipendenza del­la Bosnia, con­te­sta­to dal­la com­po­nen­te ser­ba del­la popo­la­zio­ne che non vi partecipa.
2.3.1992: risul­ta­ti favo­re­vo­li alla sepa­ra­zio­ne dal­la Jugo­sla­via pro­vo­ca­no i pri­mi scon­tri a Sara­je­vo tra musul­ma­ni e ser­bi. La pre­sen­za etni­ca com­po­si­ta (ser­bi, croa­ti e musul­ma­ni) e la mesco­lan­za sul ter­ri­to­rio del­le diver­se com­po­nen­ti pro­vo­ca cruen­ti scon­tri mili­ta­ri in diver­se aree, tra cui quel­la di Bihac e di Sarajevo.
In Bosnia sono così pre­sen­ti tre enti­tà statuali:
‑repub­bli­ca di Bosnia, con pre­si­den­te Aii­ja lzet­be­go­vic (rico­no­sciu­ta in sede Ue e Onu)
‑una repub­bli­ca ser­ba di Bosnia, con pre­si­den­te Rado­van Karadzic(le cui for­ze arma­te sono al coman­do del gene­ra­le Rat­ko Mladic)
‑una repub­bli­ca croa­ta dell’Herzeg-Bosna, con pre­si­den­te Mate Boban, espres­sio­ne dei sepa­ra­ti­smo del­la com­po­nen­te croata
Gen­na­io ‘93: ini­zia l’assedio e il bom­bar­da­men­to di Sara­je­vo da par­te dei ser­bi bosniaci.
18 Marzo1994: l’Onu ottie­ne un accor­do tra ser­bi e musul­ma­ni di Bosnia che por­te­rà alla fine dell’assedio di Sara­ie­vo (lo stes­so Miloše­vić il 13.4.1994 rilan­cia le trat­ta­ti­ve, su sol­le­ci­ta­zio­ne del­la Russia)
4.9.1995: sca­de l’ultimatum del­la Nato ai ser­bo-bosnia­ci per il riti­ro del­le armi pesan­ti dal­le col­li­na attor­no a Sara­je­vo (dal 11.10.1995 la tre­gua sarà effettiva).
21.11.1995: Day­ton (Ohio) i pre­si­den­ti di Bosnia, Croa­zia e Ser­bia si accor­da­no per la pace (il trat­ta­to di pace sarà fir­ma­to a Pari­gi il 14.12.1995).

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.