Del: 10 Luglio 2009 Di: Redazione Commenti: 1
Chi vi scrive ha atteso il nuovo album di Piers Faccini, un girovago apolide sconosciuto al grande circuito della musica contemporanea che conta, per mesi. Tanti mesi, anzi. Adesso che ci pensa, chi vi scrive ha atteso questo nuovo album per più di un anno. Il disco si chiama Two Grains Of Sand ed è bellissimo. Valutazione partigiana questa, e poco precisa e poco pertinente per chi critica musica o arte. Comunque sia, la scintilla tra lo scrivente e Piers Faccini era nata, ad arte, in occasione dell’ultimo bellissimo (termini imprecisi ritornano) concerto milanese di Ben Harper, nel 2007. Ormai, una vita fa. Piers aveva aperto il concerto con un set molto minimal. Quasi timido. In contrapposizione alla consumata vivacità sprezzante che Super Ben avrebbe poco dopo vomitato su più di dieci mila rock fan in delirio. 

Il giorno dopo chi vi scrive aveva un’intervista col Faccini, quel tizio, sconosciuto al pubblico e massacrato da Ben solo poche ore prima. L’hotel, distinto e pulito in zona centrale profumava di brioche e di quotidiani non ancora aperti. “Il signor Harper non si è ancora fatto vedere”, aveva detto il cameriere con una divisa malinconica. “C’è qui però un signore della band”. Quel “signore della band”, faccia riposata e barba di due giorni, era Piers. Sorridente e affabile stava discutendo fitto con qualcuno. Uno zaino da viaggiatore tra le gambe e una tazza di cappuccio nella destra. Piers, in quella circostanza, convinse chi vi scrive di alcune cose: 1)lui, Piers, è uno dei più grandi cantautori contemporanei 2) “la world music non esiste” 3) si può inventare solo l’etichetta da mettere su un prodotto, ma il prodotto si inventa da solo.
Quel giorno Piers parlò di tantissime cose. Mi disse di quando sceglie di dipingere, invece di suonare, e della necessità della solitudine e del raccoglimento in funzione della creazione. Mi raccontò di come aveva conosciuto la musica tradizionale africana, della sua passione per Skip James, della scoperta di Ali Farka Tourè. Mi confidò di non sentire come “sua” nessuna casa. Lui, padre italiano, madre francese, cresciuto tra Parigi e Londra, con avi in mezza Europa.
Poco dopo aver rilasciato quest’intervista Piers è partito per seguire il tour mondiale di Ben Harper. Ha suonato e suonato, da NYC a Melbourne sino alla Francia e (grazie alla Natura) anche in Italia.

Qualche settimana fa Piers è tornato nel nostro paese. Senza Ben, ma con un discreto tesoro di nuove canzoni nel suo zaino, ha rilasciato nuove interviste e presentato I Due Grani di Sabbia, id est, il nuovo album. Sono canzoni molto poetiche, e sanno tutte d’Africa e d’Europa e di viaggio. Sono bellissime. Valutazioni ancora una volta precise e pertinenti.

Mi permetto di consigliare a tutti gli interessati, infine, la bella intervista a Piers che l’amica Silvia Pelizzon ha realizzato per la rivista Jam in uscita a Maggio. Chi vi scrive si rammarica di non esser riuscito a farlo in maniera oggettiva. Questo scritto è forse considerabile alla stregua di qualche “appunto partigiano”.

Davide Zucchi

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