DIALOGO NEL BUIO

L’essenziale è invi­si­bi­le a gli occhi. Così affer­ma­va nel “Pic­co­lo prin­ci­pe” Antoi­ne de Saint-Exu­pé­ry. Non occor­ro­no, infat­ti, per per­ce­pi­re quel­le linee invi­si­bi­li chia­ma­te emo­zio­ni e sen­ti­men­ti.
Ma se la vista è un sen­so fon­da­men­ta­le, pro­ba­bil­men­te quel­lo su cui oggi l’uomo fa più affi­da­men­to, in via Viva­io le cose van­no un po’ diver­sa­men­te: nel 2005 l’Istituto dei Cie­chi di Mila­no ha alle­sti­to una mostra-iti­ne­ra­rio per cono­sce­re e capi­re i meto­di e gli espe­dien­ti uti­liz­za­ti da un non veden­te nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Come? Por­tan­do il visi­ta­to­re nel­la tota­le assen­za di luce.
C’è chi la pau­ra del buio l’ha supe­ra­ta da tem­po, chi si muo­ve bene nell’oscurità degli ambien­ti cono­sciu­ti. Ma non tut­ti i gior­ni si rima­ne nell’oscurità tota­le. Qui si impa­ra a conoscerla.

La visi­ta dura poco più di un’ora e cer­ca di ricrea­re esem­pi comu­ni di vita quo­ti­dia­na: una pas­seg­gia­ta nel par­co, il traf­fi­co cit­ta­di­no, gli spo­sta­men­ti in casa, una gita al lago. Non sono richie­ste par­ti­co­la­ri abi­li­tà, solo il desi­de­rio di met­ter­si in gio­co, con l’ausilio di una gui­da non veden­te, un basto­ne per ave­re il sen­so del­la misu­ra e i restan­ti quat­tro sen­si.
All’inizio una gui­da spe­cia­liz­za­ta, dopo aver pre­sen­ta­to bre­ve­men­te la mostra, cer­ca di aiu­ta­re il visi­ta­to­re a pren­de­re dime­sti­chez­za con il luo­go. Il pas­sag­gio al buio tota­le infat­ti non è imme­dia­to: luci sem­pre più sof­fu­se accom­pa­gna­no il visi­ta­to­re fino al vero ini­zio del­la mostra.
Il tut­to par­te come un gio­co, una sor­ta di mosca cie­ca ordi­na­ria e abu­sa­ta duran­te l’infanzia, ma pre­sto si tra­sfor­ma in una nuo­va pro­va da spe­ri­men­ta­re: tat­to e udi­to, odo­ra­to e gusto, sem­bra­no risve­gliar­si dopo un lun­go letar­go, e con essi anche la con­sa­pe­vo­lez­za si desta e fa capi­re quan­to poco sap­pia­mo per­ce­pi­re ad occhi chiu­si. Dopo un lun­go vaga­re in ambien­ti sco­no­sciu­ti ogni pas­so com­piu­to ha qua­si il sapo­re di un trionfo.

Il non sape­re cosa si tro­ve­rà, con chi ci si scon­tre­rà, pro­vo­ca un sen­so di smar­ri­men­to e suc­ces­si­va­men­te di imme­de­si­ma­zio­ne con chi que­sta real­tà la vive nel quo­ti­dia­no, così diver­sa, e spes­so più com­pli­ca­ta, rispet­to a quel­la cui sia­mo abi­tua­ti.
Lo si nota in par­ti­co­la­re alla fine del­la visi­ta, con­su­man­do un pic­co­lo ape­ri­ti­vo al bar. Par­lan­do si com­men­ta l’esperienza appe­na vis­su­ta insie­me alla pro­pria gui­da, il tut­to rigo­ro­sa­men­te al buio. Qui si impa­ra­no pic­co­li stra­ta­gem­mi per rico­no­sce­re il dena­ro o per non rove­scia­re la bevan­da su nes­su­no. Ma soprat­tut­to si par­la. Il pro­ta­go­ni­sta in tut­to que­sto, infat­ti, non è il buio che avvol­ge e a trat­ti può spa­ven­ta­re: è il dia­lo­go. Sen­za di esso i visi­ta­to­ri — ten­den­zial­men­te i grup­pi sono for­ma­ti da non più di otto per­so­ne per vol­ta — non riu­sci­reb­be­ro a pro­se­gui­re una vol­ta ini­zia­to il viag­gio. L’importanza del­la paro­la aumen­ta note­vol­men­te, tra­sfor­man­do­si in un mez­zo poten­te, capa­ce di eli­mi­na­re gli impe­di­men­ti fisi­ci e carat­te­ria­li che a poco a poco si incon­tra­no: men­tre si pro­se­gue, infat­ti, non solo influen­za ogni nostro sin­go­lo movi­men­to ma allo stes­so tem­po com­bat­te le dif­fi­col­tà dovu­te alla timi­dez­za e l’esitazione. Si impa­ra così a dif­fon­de­re solo l’essenziale: la comu­ni­ca­zio­ne diven­ta per­cet­ti­vi­tà, la con­di­vi­sio­ne con il grup­po necessaria.

La mostra non ha limi­ti di età, aper­ta a gran­di e pic­co­li, alle scuo­le e ai pri­va­ti. L’Istituto dei Cie­chi inol­tre offre mol­te altre ini­zia­ti­ve anche al di fuo­ri del­la mostra: il Café­noir — ape­ri­ti­vi e cene al buio- spet­ta­co­li tea­tra­li e visi­te al museo tat­ti­le, sem­pre nel­la sede di via Viva­io. Mag­gio­ri infor­ma­zio­ni si pos­so­no tro­va­re sul por­ta­le http://www.dialogonelbuio.org/ .
Sen­za dub­bio un meto­do inno­va­ti­vo e effi­ca­ce che dà l’opportunità di com­pren­de­re le dif­fi­col­tà e gli osta­co­li di un non veden­te. Un’esperienza uni­ca nel suo gene­re, che ci ricor­da che “non occor­re guar­da­re per vede­re lontano”.

Lui­sa Mor­ra

L’alfabeto Brail­le ven­ne inven­ta­to nel 1821 dal fran­ce­se Louis Brail­le, dive­nu­to cie­co in gio­ven­tù, per per­met­te­re ai non veden­ti di leg­ge­re. Suc­ces­si­va­men­te, attra­ver­so mac­chi­na­ri più com­ples­si, ven­ne uti­liz­za­to anche per scri­ve­re.
Il siste­ma, mol­to sem­pli­ce, si fon­da su una serie di sim­bo­li com­po­sti da al mas­si­mo sei pun­ti­ni in rilie­vo. Ai 64 carat­te­ri pos­si­bi­li, cor­ri­spon­do­no signi­fi­ca­ti diver­si. Vista la loro limi­ta­tez­za, ad ognu­no pos­so­no cor­ri­spon­de­re più valo­ri, ad esem­pio una let­te­ra, un nume­ro e una nota musi­ca­le.
Ben­chè esi­sta­no soft­ware per con­ver­ti­re un testo dai carat­te­ri lati­ni, il let­to­re non veden­te ha esi­gen­ze par­ti­co­la­ri, leg­gen­do con la mano e non con gli occhi.
Denun­cia però Ceci­lia Trin­ci, respon­sa­bi­le di uno dei due cen­tri spe­cia­liz­za­ti in Ita­lia, sem­pre meno sono gli esper­ti in gra­do di far­lo. Nel suo cen­tro fio­ren­ti­no (l’altro è a Mon­za), ven­go­no pro­dot­te 200 mila pagi­ne all’anno, che basta­no però appe­na a copri­re le richie­ste di testi sco­la­sti­ci.
Se non si inter­ver­rà incen­ti­van­do la for­ma­zio­ne di esper­ti, il rischio è che i mol­ti non veden­ti ita­lia­ni si tro­vi­no anco­ra più al buio.

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