Qualcosa si muove

La recen­te mani­fe­sta­zio­ne a favo­re del­la liber­tà di stam­pa può esse­re vista sot­to dif­fe­ren­ti ango­la­tu­re. Dal pun­to di vista stret­ta­men­te poli­ti­co è il segno che c’è anco­ra una par­te d’I­ta­lia che non è dispo­sta a lasciar­si gui­da­re da una for­za per­ver­sa. C’è anco­ra una par­te del pae­se che ha voglia di dire la sua espri­men­do­si libe­ra­men­te e, se occor­re, con­te­sta­re un siste­ma che non gli pia­ce, espres­sio­ne di un pote­re omo­lo­gan­te che vor­reb­be anni­chi­li­re le coscien­ze e ridur­re l’uo­mo a sem­pli­ce suddito-compratore.

E lo fa con uno dei pochi mez­zi rima­sti a sua dispo­si­zio­ne, il più anti­co e sem­pli­ce di tut­ti: la piaz­za. In una fase del­la sto­ria nazio­na­le in cui chi si ade­gua al siste­ma poli­ti­co-media­ti­co domi­nan­te ha facol­tà di dif­fa­ma­re, minac­cia­re, ricat­ta­re sen­za gran­di pate­mi di dover rispon­de­re del­le con­se­guen­ze e chi si oppo­ne è ves­sa­to fino allo sco­ra­men­to, scen­de­re in piaz­za acqui­sta il valo­re sim­bo­li­co di stru­men­to di comu­ni­ca­zio­ne e di riap­pro­pria­zio­ne iden­ti­ta­ria che l’au­to­ri­tà non può con­tra­sta­re, se non con la vio­len­za fisi­ca (e, ahi­noi, sono anco­ra fre­schi nel­la memo­ria gli epi­so­di di vio­len­za di pochi mesi fa a piaz­za Navona…).

A que­sto pro­po­si­to, chi può dimen­ti­ca­re il valo­re sim­bo­li­co (e non solo) del­lo scen­de­re in piaz­za del­le madri dei desa­pe­re­ci­dos argen­ti­ni, le madres de Pla­za de Majo? Un umi­le pugno di don­ne che con il loro quo­ti­dia­no mani­fe­sta­re nel­la piaz­za anti­stan­te la sede del gover­no e la loro ope­ra di con­tro­in­for­ma­zio­ne, sono sta­te una peren­ne spi­na nel fian­co per il regi­me al pote­re tra gli anni 70′ e 80′ del seco­lo appe­na con­clu­so. All’i­ni­zio le chia­ma­va­no le paz­ze e nes­su­no attri­bui­va loro alcu­na impor­tan­za sul pia­no poli­ti­co. Poi si sono orga­niz­za­te, han­no comin­cia­to a viag­gia­re, a far­si cono­sce­re all’e­ste­ro, a sta­bi­li­re una rete di con­tat­ti, riu­scen­do infi­ne a por­ta­re alla cono­scen­za dei media inter­na­zio­na­li ciò che la dit­ta­tu­ra di Vide­la e dei suoi segua­ci sta­va per­pe­tuan­do e, quin­di, faci­li­tan­do­ne la cadu­ta finale.

Cer­to, il caso del­l’I­ta­lia è ben dif­fe­ren­te rispet­to a quel­lo del­l’Ar­gen­ti­na di tren­t’an­ni fa. Innan­zi­tut­to per­ché, ovvia­men­te, qui non ci tro­via­mo di fron­te ad una san­gui­na­ria dit­ta­tu­ra. Tut­ta­via, il ten­ta­ti­vo di con­di­zio­na­re l’in­for­ma­zio­ne e rap­pre­sen­ta­re la real­tà in modo mono­li­ti­co e uni­di­re­zio­na­le appa­re evi­den­te anche da noi e rischia di pro­vo­ca­re, tra le altre cose, l’i­so­la­men­to inter­na­zio­na­le del­la nazio­ne. Per esem­pio, ponia­mo­ci que­sta doman­da: sarà dav­ve­ro un caso se nel­le sue recen­ti visi­te in Euro­pa (ecce­zion fat­ta per il G8 de l’A­qui­la) il neoe­let­to pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti Barack Oba­ma non ha mai pen­sa­to di far visi­ta nel nostro pae­se? Pro­ba­bil­men­te no, a mag­gior ragio­ne se si con­si­de­ra il fat­to che lo stes­so Oba­ma ha più vol­te affer­ma­to che l’I­ta­lia è il pae­se al mon­do che ama di più, USA a parte.

La situa­zio­ne cui l’in­for­ma­zio­ne ita­lia­na vor­reb­be esse­re por­ta­ta sem­bra para­go­na­bi­le, per alcu­ni aspet­ti, a quel­la di cer­te fami­glie in cui un padre auto­ri­ta­rio ritie­ne (maga­ri in com­ple­ta buo­na fede) di poter impor­re il pro­prio pen­sie­ro all’in­te­ro nucleo fami­lia­re, con­si­de­ran­do­ne i mem­bri un sem­pli­ce pro­lun­ga­men­to di se stes­so e non del­le enti­tà sepa­ra­te, auto­no­me, con il pro­prio dirit­to ad esi­ste­re, ad espri­mer­si in modo ori­gi­na­le, ad affer­mar­si dif­fe­ren­zian­do­si. Cer­te fami­glie nel­le qua­li non cir­co­la­no le idee, ci si sen­te ripe­te­re sem­pre gli stes­si teo­re­mi, si offre una ed una sola vali­da inter­pre­ta­zio­ne del­la real­tà, quel­la del capo­fa­mi­glia, e chi la con­te­sta è con­si­de­ra­to alla stre­gua di un tra­di­to­re del lega­me di paren­te­la. Ma in un mon­do sem­pre più inter­con­nes­so, dove è in atto un’i­bri­da­zio­ne cul­tu­ra­le sen­za pre­ce­den­ti, nel qua­le l’im­mi­gra­zio­ne trans­na­zio­na­le è già una real­tà con­so­li­da­ta ed il pro­ble­ma, da decen­ni, non è più se accet­ta­re o meno i flus­si migra­to­ri ma sem­mai come fare a con­vi­ve­re con tali flus­si di uomi­ni, e quin­di di idee, pos­sia­mo dav­ve­ro imma­gi­na­re che un siste­ma infor­ma­ti­vo asfit­ti­co pos­sa reg­ge­re l’im­pat­to di tali tendenze?

L’I­ta­lia cui si vor­reb­be dar vita è un pae­se chiu­so in se stes­so, inca­pa­ce di guar­da­re ogget­ti­va­men­te ai cam­bia­men­ti nei qua­li è coin­vol­to e, sopra­tut­to, di guar­dar­si dal­l’e­ster­no, quin­di pri­vo di autoi­ro­nia, timo­ro­so del con­fron­to con la dif­fe­ren­za, sia essa incar­na­ta dal­l’im­mi­gra­to, dal­l’av­ver­sa­rio poli­ti­co, dal noma­de, dal­le don­ne, o sem­pli­ce­men­te da chi ha il “corag­gio” di ester­na­re una sua ori­gi­na­le e dif­for­me inter­pre­ta­zio­ne del mondo.

Ma che impor­tan­za può ave­re la liber­tà di stam­pa, e, più in gene­ra­le, di espres­sio­ne, in una demo­cra­zia? Ha quel­la fon­da­men­ta­le impor­tan­za in quan­to stru­men­to di costru­zio­ne iden­ti­ta­ria capa­ce di dare for­ma alle pas­sio­ni; è inol­tre uno dei mez­zi attra­ver­so i qua­li pren­de cor­po la dia­let­ti­ca poli­ti­ca non­ché uno dei cana­li tra­mi­te cui avvie­ne l’in­con­tro-scon­tro con l’alterità.

Così, osta­co­lan­do­la o, peg­gio, impe­den­do­la, si vor­reb­be non rico­no­sce­re all’al­tro il dirit­to di esi­ste­re, ren­den­do­lo un sem­pli­ce ogget­to, e rea­liz­za­re ciò che andreb­be nomi­na­to per quel­lo che è, ovve­ro una vera per­ver­sio­ne. La per­ver­sio­ne, illu­so­ria, di rei­fi­ca­re l’al­tro e per­ciò poter­lo dominare.

Luca Ric­ci

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