STELLE E STRISCE TRICOLORI

Note di ita­lia­ni­tà a New York

 

Sul­la coper­ti­na del New York Times bril­la il pri­mo pia­no di Mark San­ford, afflit­to. E’ il gover­na­to­re del­la Caro­li­na del Sud ed ha appe­na ammes­so, duran­te un’apposita con­fe­ren­za stam­pa, di aver vio­la­to il tala­mo nuzia­le con una miste­rio­sa don­na argen­ti­na. L’incontro media­ti­co è sta­to defi­ni­to ‘val­le di lacri­me e scu­se’, e gli edi­to­ria­li­sti ame­ri­ca­ni con­cor­da­no nel rite­ne­re il repub­bli­ca­no San­ford defi­ni­ti­va­men­te fuo­ri dal­la cor­sa alla Casa Bian­ca per il 2012. Sem­mai, si discu­te se sia il caso che com­ple­ti il man­da­to come gover­na­to­re del­lo sta­te­rel­lo a nord del­la Geor­gia. Par­lan­do di Ita­lia e Sta­ti Uni­ti di que­sti tem­pi, il para­go­ne non può che sor­ge­re spon­ta­neo, fra un Pae­se in cui un tra­di­men­to coniu­ga­le basta per strac­cia­re una car­rie­ra poli­ti­ca, e un altro in cui ipo­te­si ben più gra­vi non scal­fi­sco­no il pote­re costi­tui­to. Pro­ba­bil­men­te, per­ché da una par­te si discu­te la cre­di­bi­li­tà di un uomo poli­ti­co – tra­la­scian­do i det­ta­gli pru­ri­gi­no­si – men­tre dall’altra si con­su­ma una stuc­che­vo­le cro­na­ca di gos­sip d’alto bor­do. Eppu­re, pri­ma che l’uragano San­ford cata­liz­zas­se l’informazione made in Usa, l’Italia ha aper­to più vol­te gli inser­ti del New York Times: con la noti­zia del­le Noz­ze di Cana del Vero­ne­se, pro­iet­ta­te a Vene­zia in una per­for­man­ce mul­ti­me­dia­le di Peter Gree­na­way, oppu­re per via degli ulti­mi fuo­chi dal pia­ne­ta moda, con foto di Mila­no in pri­mo piano.
La pati­na che, oltre Atlan­ti­co, avvol­ge lo sti­va­le è evi­den­te. L’idea di un Pae­se inte­so come “occa­sio­ne man­ca­ta” per­mea tut­te le con­ver­sa­zio­ni, con chiun­que, di qual­sia­si nazio­na­li­tà e ten­den­za poli­ti­ca. Ma a New York, in tem­pi di glo­ba­liz­za­zio­ne, l’Italia da mac­chiet­ta e fol­klo­re è lon­ta­na. Nes­su­no cre­de più alla bugia dell’ “ita­lia­ni­tà” di “Lit­tle Ita­ly”, quar­tie­re “nazio­na­le” a sud di Man­hat­tan, ridot­to ad una Street più o meno bre­ve, col­ma di tri­co­lo­ri e Lau­ra Pau­si­ni in loop nei turi­sti­cis­si­mi risto­ran­ti di piz­za e pasta. A Nord si disten­do­no le vie del quar­tie­re “Noli­ta” (North Lit­tle Ita­ly: come “Tri­be­ca” è il Trian­gle Below Canal Street, secon­do il logi­co siste­ma ame­ri­ca­no di qua­li­fi­ca­zio­ne dei nei­gh­bo­rhood), e nel cuo­re di Noli­ta c’è il Lulu’s Bar, loun­ge sof­fu­so e a la page, tra­ci­man­te di tren­ten­ni new­yor­ke­si. Lo ha tira­to su cir­ca un anno fa Ste­fa­nia, che dice: “Che doman­da è ‘Se mi sen­to ita­lia­na?’ Io sono Ita­lia­na! Anche se vivo qui da tan­to tem­po.” E lit­tle Ita­ly? “Una bugia. Si trat­ta in mag­gio­ran­za di Ita­lo-Ame­ri­ca­ni. Nel mio loca­le, fre­quen­ta­to per lo più dal­la gen­te del posto, di auten­ti­ca­men­te ita­lia­no c’è il calo­re, la crea­ti­vi­tà, la voglia di appro­fon­di­re.” Ste­fa­nia è arri­va­ta a New York nel 1998 e, secon­do un’impressione comu­ne fra gli euro­pei a con­tat­to con la gran­de mela, la cit­tà le era sem­bra­ta insi­gni­fi­can­te: “All’inizio mi sono det­ta: ‘ma cos’è que­sto luna park sen­za nep­pu­re un bri­cio­lo di sto­ria?’ Poi il suo modo di vive­re ti entra nel­le vene.” Dopo i pri­mi sol­di gua­da­gna­ti, l’idea di sbar­ca­re nel busi­ness del­la risto­ra­zio­ne è sta­ta imme­dia­ta: a New York, la cit­tà che masti­ca sen­za sosta, si regi­stra la più alta den­si­tà di pub, risto­ran­ti e deli­ve­ry al mondo.
Al ban­co­ne del Lulu’s un altro esem­pio di Ita­lia all’estero beve il suo cock­tail rosa. E’ Caro­li­na – Carol per Ena, l’amica cali­for­nia­na alle sue spal­le che fini­sce, sor­ri­den­do, lo shot di tequi­la – nata e cre­sciu­ta in Abruz­zo, ora a New York per lavo­ra­re nel set­to­re del desi­gn d’interni. La nuo­va gene­ra­zio­ne di ita­lia­ni negli Sta­tes è, con­tem­po­ra­nea­men­te, più ita­lia­na e più inte­gra­ta di quel­la pre­ce­den­te. Le don­ne sem­bra­no capa­ci di adat­tar­si meglio degli uomi­ni ai cam­bia­men­ti di sti­le di vita e men­ta­li­tà. “Fac­cio un lavo­ro che mi pia­ce e soprat­tut­to vivo in una cit­tà uni­ca – spie­ga Caro­li­na – Sem­pli­ce­men­te, pos­so fare tut­to quel­lo che voglio, quan­do voglio.” Il suo uffi­cio è in alto, den­tro qual­che grat­ta­cie­lo a due pas­si da Union Squa­re, una del­le zone più “euro­pee” e rilas­sa­te di Man­hat­tan, dove le tor­ri aggres­si­ve lascia­no il posto a palaz­zi ori­gi­na­li e meno evi­den­ti, e le vie si rim­pic­cio­li­sco­no, facen­do qua­si dimen­ti­ca­re la gra­ta che taglia New York in rigo­ro­sis­si­me stra­de oriz­zon­ta­li e verticali.
A Noli­ta, nel Vil­la­ge, a Chel­sea, l’Italia si tro­va anche nel­le code. Per arri­va­re, ad esem­pio, nel­la pen­thou­se di un alber­go con pisci­na in cima – alfi­ne di gusta­re un tra­di­zio­na­le “ape­ri­ti­vo tri­co­lo­re” cele­bra­to da un grup­po face­book – la fila in atte­sa par­la in ita­lia­no di mar­ke­ting, e la festa repli­ca gli hap­py hour bril­lan­ti e super­fi­cia­li del­la “Mila­no bene”. Ma anche per ascol­ta­re Jova­not­ti – impe­gna­to in un lun­go tour esti­vo fra Man­hat­tan e Broo­klyn con la sua band inter­na­zio­na­le – la coda cian­cian­te di jazz tra­boc­ca da un inti­mo loca­le d’essai e, con un po’ di for­tu­na, è pos­si­bi­le assi­ste­re al con­cer­to accan­to a Fabio Volo, new­yor­ke­se d’adozione, che beve sere­na­men­te una bir­ra. Nel­la par­te media­na di Man­hat­tan scin­til­la­no i grat­ta­cie­li e le inse­gne di uno dei sim­bo­li del­la cit­tà, Times Squa­re. Il nome del­la “piaz­za” (il cui con­cet­to, in real­tà, varia mol­to fra vec­chia Euro­pa e Nuo­vo Mon­do) deri­va dal gior­na­le che l’ha resa cele­bre, il New York Times. La nuo­va sede del più auto­re­vo­le quo­ti­dia­no sta­tu­ni­ten­se svet­ta ora sull’ottava stra­da, a due pas­si dal­la piaz­za, e la fir­ma del suo pro­get­to tra­spa­ren­te e soste­ni­bi­le è di Ren­zo Pia­no, inte­ra­men­te italiana.
“Ma biso­gna esse­re rea­li­sti – avver­te Anto­nio Car­luc­ci, cor­ri­spon­den­te da New York per L’Espresso – poli­ti­ca­men­te il nostro Pae­se non con­ta nul­la, e anche per quel che riguar­da moda, sti­le e arte, i media ame­ri­ca­ni con­ce­do­no mol­to meno spa­zio all’Italia rispet­to al pas­sa­to. Chi oggi, da Ita­lia­no, rie­sce ad emer­ge­re a New York nel mon­do del busi­ness o del­la crea­ti­vi­tà lo fa con le pro­prie for­ze, sen­za alcun soste­gno poli­ti­co o del­la comu­ni­tà d’origine, il cui sen­so è mol­to dilui­to. Del resto, se la pri­ma immi­gra­zio­ne era deter­mi­na­ta dal­la fame, ora le cose sono mol­to cam­bia­te…”. Ora, esse­re ita­lia­ni a New York equi­va­le più a meno ad esse­re ita­lia­ni dovun­que nel mondo.
Tut­ta­via, le cifre di una sto­ria di immi­gra­zio­ne non si can­cel­la­no, e i tra­scor­si di un popo­lo che ha lascia­to il segno nel dna mul­ti­cul­tu­ra­le degli sta­ti uni­ti sono anco­ra evi­den­ti. Washing­ton Squa­re – luo­go di risto­ro nel cen­tro di Man­hat­tan – è dedi­ca­ta al leg­gen­da­rio pri­mo pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti. Eppu­re, davan­ti la gran­de fon­ta­na cen­tra­le, cam­peg­gia una fie­ra sta­tua di “Giu­sep­pe Gari­bal­di eroe ita­lia­no”, men­tre nel­la vasca illu­mi­na­ta di not­te, gli zam­pil­lii ven­go­no inter­rot­ti dal­le turi­ste che, immer­gen­do­si in acqua, richia­ma­no vaga­men­te una sce­na fel­li­nia­na. Insom­ma, sen­za sfor­zar­si trop­po, ci si può sen­ti­re a casa anche a New York. E’ que­sto il segre­to del­la cit­tà del­le città. 

Gre­go­rio Romeo

Foto­gra­fie: Fede­ri­ca Storaci
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