Doppio sogno


Da un pae­se inca­pa­ce di sogna­re (“atti­vi­tà” che, come la let­tu­ra, fa solo per­der tem­po e come que­sta è riser­va­ta al cul­tu­ra­me paras­si­ta­rio), final­men­te due film sui sogni. Ci per­do­ne­re­te se tra i tan­ti film pre­sen­ta­ti all’ul­ti­ma edi­zio­ne del­la Mostra di Vene­zia, non ci uni­re­mo al coro di com­men­ti riser­va­ti al qua­si suf­fi­cien­te foto­ro­man­zo Baa­rìa, sfi­la­ta nazio­nal-popo­la­re d’at­to­ri tele­vi­si­vi, fic­tion più lun­ga e costo­sa del­la media. Sareb­be un pec­ca­to spre­ca­re l’occasione se, nono­stan­te nel duca­to di Mila­no si esal­ti­no gli usur­pa­to­ri, c’è anco­ra un’i­so­la in cui qual­che Pro­spe­ro, come nel­la “Tem­pe­sta” di Sha­ke­spea­re, tes­se dei film con la stes­sa pel­li­co­la con cui sono fat­ti i sogni. 

Il cosmo­nau­ta non può cer­to attrar­re gli oscu­ran­ti­sti lega­ti alla die­tro­lo­gia revisionista(così come nel 2003 il deli­zio­so Good­bye Lenin): la vicen­da ruo­ta attor­no a una sezio­ne di bor­ga­ta del P.C.I. in cui, anzi­ché pran­zi a base di bam­bi­ni, si svol­go­no le scher­ma­glie sen­ti­men­ta­li del­la pro­ta­go­ni­sta Lucia­na, fana­ti­ca comu­ni­sta che vor­reb­be anda­re a Mosca. Non se ne pos­so­no però con­di­vi­de­re i sogni: Lucia­na è un poco odio­sa — mal­trat­ta la madre inge­nua, spa­si­ma per un ragaz­zo medio­cre, distrug­ge la sca­to­la coi reper­ti del fra­tel­lo (un ragaz­zo­ne ritar­da­to con la mania dei viag­gi dei cosmo­nau­ti rus­si). Andan­do oltre l’i­deo­lo­gia dei pro­ta­go­ni­sti, asso­lu­tiz­zan­do il film si sco­pre però una com­me­dia sim­pa­ti­ca, nono­stan­te la sem­pli­ci­tà del­la fat­tu­ra. Ancor meglio del film è però il cor­to ani­ma­to che lo pre­ce­de, Sput­nik 5.

La dop­pia ora è sta­to qua­si oscu­ra­to dal­la Cop­pa Vol­pi a Kse­niya Rap­po­port, che ne è pro­ta­go­ni­sta (e dovreb­be tene­re i capel­li lisci). Pre­sen­ta­to soprat­tut­to qua­le espe­ri­men­to (si resta tut­to il film a metà stra­da tra poli­zie­sco, dram­ma e “film oni­ri­co”), è una novi­tà pro­prio per­ché non col­lo­ca­bi­le in un gene­re — sospe­so com’è fra più d’u­no — ma non per la sostan­za, comun­que tra­di­zio­na­le. Gli scar­ti nar­ra­ti­vi e il dop­pio (la rivi­sta con Isa­bel­le Adja­ni nel­la pri­ma inqua­dra­tu­ra può esse­re un riman­do ad Anna / Helen in Pos­ses­sion) non sono del­le novi­tà, ma il film ha un’at­mo­sfe­ra cupa mol­to fun­zio­na­le e gran­de pro­fon­di­tà nel trat­teg­gia­re la psi­co­lo­gia dei per­so­nag­gi. Un film pic­co­lo ma ambi­zio­so, con cui Giu­sep­pe Capo­ton­di mostra del talen­to: lo si aspet­ta con fidu­cia alla pros­si­ma pro­va, con la qua­le, se svi­lup­pas­se anco­ra di più la pro­pria crea­ti­vi­tà, potreb­be rea­liz­za­re una gran­de opera.

Tom­ma­so de Brabant
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