Com’è triste Venezia…

“Com’è tri­ste Vene­zia sol­tan­to un anno dopo” can­ta­va Azna­vour, e come di con­sue­to anche la 66esima Mostra del Cine­ma è sta­ta un nostal­gi­co rin­cor­rer­si di rim­pian­ti per mostre pas­sa­te che non tor­ne­ran­no più, pie­ne di film bel­lis­si­mi, prez­zi eco­no­mi­ci, ser­vi­zi effi­cien­ti e con un cli­ma migliore.
La real­tà ovvia­men­te è ben diver­sa e i difet­ti sto­ri­ci del­la mostra sono sem­pre gli stes­si: lun­ghe code, film sele­zio­na­ti che lascia­no per­ples­si, prez­zi fol­li e una pro­gram­ma­zio­ne poco razio­na­le (una sola visio­ne ini­zial­men­te pre­vi­sta per il discus­so Video­cra­cy, men­tre l’improbabile docu­men­ta­rio “Vil­la­lo­bos”, su un dj tede­sco-cile­no veni­va pro­iet­ta­to più vol­te in sale deserte).
Ai difet­ti tra­di­zio­na­li se ne sono aggiun­ti di nuo­vi: il can­tie­re per il nuo­vo palaz­zo del cine­ma che ha tra­sfor­ma­to la mostra in auten­ti­co labi­rin­to o l’invasione di doz­zi­ne e doz­zi­ne di mem­bri del­le for­ze dell’ordine, a vol­te in super­flua tenu­ta anti-som­mos­sa, che dava­no la sen­sa­zio­ne di esse­re nel­la scuo­la Diaz duran­te il G8.
In real­tà, pos­sia­mo dir­lo, la 66esima Mostra è sta­ta più che sod­di­sfa­cen­te: sono aumen­ta­ti sen­si­bil­men­te i bigliet­ti ven­du­ti e gli accre­di­ti per la stam­pa, soprat­tut­to stra­nie­ra. Il nume­ro record di pae­si pre­sen­ti poi, addi­rit­tu­ra 25, ha dato alla ker­mes­se un’atmosfera vera­men­te inter­na­zio­na­le, anche se alcu­ne vol­te la sen­sa­zio­ne è sta­ta che cer­ti film fos­se­ro scel­ti più per meri­ti “etni­ci” che arti­sti­ci. Impa­ga­bi­le per esem­pio la pro­ie­zio­ne del film cin­ga­le­se “Aha­sin Wetei”, con il pub­bli­co in sala pro­ta­go­ni­sta di un eso­do degno dell’Antico Testa­men­to. Per giun­ta l’accoppiata tra Ang Lee, pre­si­den­te del­la giu­ria, e Mar­co Mul­ler, diret­to­re del­la Mostra e noto­ria­men­te fana­ti­co del Sol Levan­te, face­va teme­re un festi­val trop­po orien­ta­to ver­so l’Asia. In real­tà i pur nume­ro­si film orien­ta­li pre­sen­ti era­no spes­so di otti­ma qua­li­tà, come il tai­wa­ne­se “Prin­ce of tears”(vi rispar­mia­mo il tito­lo in mandarino).
Un discor­so a par­te va fat­to per i docu­men­ta­ri pre­sen­ti, vera­men­te tan­tis­si­mi, pro­ba­bil­men­te trop­pi. Innu­me­re­vo­li gli argo­men­ti trat­ta­ti: l’integrazione degli stra­nie­ri, l’amore omo­ses­sua­le, i dj emer­gen­ti, il Tea­tro Pic­co­lo di Mila­no e così via. Oltre a Video­cra­cy di cui par­le­re­mo a par­te, “Capi­ta­li­sm” di Michael Moo­re e “South of the bor­der” di Oli­ver Sto­ne. Ha riscos­so gran­di con­sen­si il godi­bi­lis­si­mo docu­men­ta­rio di Moo­re, che nel cri­ti­ca­re il capi­ta­li­smo ame­ri­ca­no mostran­do­ne aspet­ti fran­ca­men­te grot­te­schi (inim­ma­gi­na­bi­li in Ita­lia), fini­sce per con­te­sta­re il capi­ta­li­smo tout court, lascian­do­ci con un fina­le un po’ con­fu­so. Non ha fat­to inve­ce una bel­la figu­ra la Mostra e il suo pub­bli­co quan­do Cha­vez, pre­sen­te sul­la croi­set­te, è sta­to accla­ma­to come una star. Il film di Sto­ne infat­ti tes­se le lodi dei vari lea­der anti-Bush del Sud Ame­ri­ca, pec­can­do però di una fazio­si­tà che infi­cia quan­to di giu­sto vie­ne detto.
L’assenza del capo­la­vo­ro, del film che pri­meg­gias­se net­ta­men­te sugli altri, ha aumen­ta­to la curio­si­tà il gior­no del­le pre­mia­zio­ni. Il film vin­cen­te, l’israeliano “Leba­non”, gira­to tut­to all’interno di un car­rar­ma­to, è la cru­da descri­zio­ne del­la guer­ra in Liba­no. Da alcu­ni è giun­ta la cri­ti­ca di sem­pre: quel­la di una vit­to­ria poli­ti­ca e non arti­sti­ca. Ma per lo stes­so moti­vo si sareb­be cri­ti­ca­ta la vit­to­ria dell’iraniano “Women without men” del­la gio­va­ne Shi­rin Neshat, pre­mia­ta con il leo­ne d’argento alla regia, dove le tema­ti­che attua­lis­si­me sono ele­gan­te­men­te tra­ve­sti­te da roman­zo sto­ri­co. Tra gli altri seri can­di­da­ti alla vit­to­ria fina­le c’era il fran­ce­se “Lour­des”, evi­ta­to ini­zial­men­te da mol­ti (come il sot­to­scrit­to) nel timo­re di vede­re il soli­to pol­pet­to­ne misti­cheg­gian­te. Si è rive­la­to inve­ce un film scet­ti­co e intel­li­gen­te, a trat­ti mol­to emo­zio­nan­te. La sua vit­to­ria, però, avreb­be pro­ba­bil­men­te per­mes­so di aggiun­ge­re l’accusa di “miscre­den­za” a chi con­si­de­ra il festi­val un ricet­ta­co­lo di paras­si­ti a cui chiu­de­re i rubi­net­ti. Per quan­to riguar­da l’altro gran­de esclu­so dai pre­mi, “Baa­ria”, cri­ti­ca­to dagli spet­ta­to­ri alla mostra ben oltre il giu­sto e apprez­za­to dai cri­ti­ci tv ben più del meri­ta­to per lo stes­so moti­vo (ovvia­men­te il suo pro­dut­to­re, mister B.), non è mai sta­to vera­men­te in liz­za per la vit­to­ria: in un’opera senz’altro di valo­re era­no di trop­po sia la dura­ta ecces­si­va sia il fina­le fran­ca­men­te stucchevole.
Discus­sis­si­mo il pre­mio alla miglior attri­ce fem­mi­ni­le, la semi­sco­no­sciu­ta Kse­nia Rap­po­port di “La dop­pia ora” di Giu­sep­pe Capo­ton­di, per mol­ti un po’ algi­da (bel­lis­si­mo inve­ce il film), men­tre ha susci­ta­to lar­ghi con­sen­si la cop­pa Vol­pi a Colin Firth per “A sin­gle man”, da elo­gia­re per aver pro­nun­cia­to, even­to più uni­co che raro per un anglo­sas­so­ne, il discor­so di rin­gra­zia­men­te in ita­lia­no (con effet­ti per la veri­tà un po’ alla Stan­lio e Ollio).
La con­clu­sio­ne non può che esse­re quel­la di ogni festi­val: goder­si i film, quan­do ne vale la pena, e lascia­re agli altri le spe­cu­la­zio­ni intor­no ai premi.


Filip­po Bernasconi
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4 Commenti su Com’è triste Venezia…

  1. Kse­nia Rap­po­port sarà semi­sco­no­ciu­ta solo a chi fre­quen­ta poco il cine­ma d’au­to­re italiano…perchè già ave­va dato pro­va di gran­de attri­ce in “la sco­no­sciu­ta” di Tornatore

  2. Caro Filip­pac­cio, ti spun­ti la suf­fi­cien­za, ma si vede la fret­ta: sul tono lamen­to­so ini­zia­le non mi espri­mo. Video­cra­cy avreb­be meri­ta­to piu’ pro­ie­zio­ni, ma bol­la­re Vil­la­lo­bos come impro­ba­bi­le, mi sem­bra impro­ba­bi­le. Also, Mül­ler è un fan del­la Cina e non del Sol Levan­te… Any­way nobo­dy’s perfect.

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