Hopper a Palazzo Reale

E’ ospi­te pres­so Palaz­zo Rea­le a Mila­no, dal 14 Otto­bre al 31 Gen­na­io, la mostra di Edward Hop­per, l’artista che, nell’America tra le due guer­re, ritras­se le vite comu­ni nasco­ste die­tro le fine­stre e nei caf­fè.
La mostra spa­zia dai pri­mi schiz­zi e auto­ri­trat­ti gio­va­ni­li ai dipin­ti più matu­ri, pas­san­do per una fase di sug­ge­stio­ne fran­ce­se (“Soir Bleu”) e una di ritrat­ti di nudi femminili.

Hop­per (1882–1967) , vita tran­quil­la e mode­sta nel suo appar­ta­men­to a New York , illu­stra­to­re per gua­da­gnar­si da vive­re ( ma qual­co­sa di quel lavo­ro da lui non par­ti­co­lar­men­te ama­to si ritro­va nel­le sue linee net­te, puli­te, impa­ren­ta­te con la gra­fi­ca) è, secon­do James Hill­man, un “genio del­le fine­stre”. Infat­ti le sue ope­re sem­bra­no voler­ci por­ta­re al di là del qua­dro, per offri­re uno scor­cio di quell’America die­tro l’America che non ave­va potu­to bene­fi­cia­re del boom eco­no­mi­co, che vive­va nel­la soli­tu­di­ne degli spa­zi urba­ni, fred­di e ino­spi­ta­li nel­la loro vasti­tà. Così, pur non trat­tan­do diret­ta­men­te temi socia­li, nei suoi qua­dri c’è spa­zio per la gen­te qual­sia­si: per degli ope­rai visti a Pari­gi, dove com­pì tre viag­gi e pre­se ispi­ra­zio­ne da Manet e Degas, o per uno scor­cio su un per­so­nag­gio sco­no­sciu­to in “Soli­ta­ry Figu­re In A Thea­ter”, dove il taglio qua­si casua­le, cine­ma­to­gra­fi­co, dà l’impressione di sbir­cia­re tra le ten­de del­la sala, affac­cian­do­si su una del­le tan­te esi­sten­ze con le qua­li ogni gior­no venia­mo in con­tat­to, sen­za mai vera­men­te incontrarci.

Le figu­re di Hop­per sono sen­za occu­pa­zio­ne, paio­no in atte­sa, qua­si fos­se­ro per­so­nag­gi abban­do­na­ti su un pal­co­sce­ni­co sen­za un copio­ne. Hop­per fu anche accu­sa­to di una cer­ta gof­fag­gi­ne nel ritrar­re gli esse­ri uma­ni: in effet­ti se ci avvi­ci­nia­mo alla ragaz­za bion­da di “Second Sto­ry Sun­light” pos­sia­mo nota­re che le sue fat­tez­ze sono appe­na abboz­za­te, e qua­si sgra­zia­te. Ma non era quel­lo l’essenziale per Hop­per. Quel­lo che vole­va era evo­ca­re un’atmosfera, e lui stes­so dichia­rò: “ il mio idea­le di pit­tu­ra è sem­pre sta­ta la tra­spo­si­zio­ne più esat­ta pos­si­bi­le del­le impres­sio­ni più inti­me evo­ca­te dal­la Natu­ra”.
Egli fu pit­to­re del­la cor­ren­te del ritor­no all’ordine, un movi­men­to spon­ta­neo nato in diver­se par­ti del mon­do e carat­te­riz­za­to da un rifiu­to per lo spe­ri­men­ta­li­smo e l’avanguardia , che pre­fe­ri­va tro­va­re ispi­ra­zio­ne nell’arte del pas­sa­to. E’ vero che Hop­per dipin­se il mon­do rea­le, anzi ordi­na­rio, par­ten­do sem­pre dall’osservazione diret­ta del­la real­tà, e che i suoi qua­dri ci dan­no un’impressione di ordi­ne e vero­si­mi­glian­za. Se però ci sof­fer­mia­mo sul­le sue lin­de case del­la midd­le-class o sul­le don­ne fred­de e un po’ in posa, pos­sia­mo accor­ger­ci che quel­la non è una minu­zio­sa e fede­le ripro­du­zio­ne del mon­do rea­le. I det­ta­gli deli­nea­ti sono solo alcu­ni, secon­do un cri­te­rio in appa­ren­za casua­le: un infis­so di una fine­stra vie­ne ritrat­to con cura incre­di­bi­le men­tre il resto del­la stan­za rima­ne asso­lu­ta­men­te non carat­te­riz­za­to, sem­pli­ce pit­tu­ra ver­de sen­za sfu­ma­tu­re, com­pat­ta come un gru­mo di colo­re. I det­ta­gli da lui ripor­ta­ti sono solo quel­li neces­sa­ri, essen­zia­li, che han­no lo sco­po di rap­pre­sen­ta­re qual­co­sa. Le per­so­ne sono abboz­za­te, qua­si cari­ca­tu­ra­li. I fari del New England che lo affa­sci­na­ro­no tan­to sono visti da pro­spet­ti­ve inso­li­te, spes­so sem­bra che al qua­dro sia sta­ta taglia­ta via la par­te prin­ci­pa­le, come se il pit­to­re aves­se osser­va­to il mon­do da sdra­ia­to, die­tro una fine­stra, o da un tre­no in cor­sa sul­la soprae­le­va­ta.
Il rea­li­smo di Hop­per non è allo­ra pura­men­te descrit­ti­vo. Nel­la mostra sono espo­sti a fian­co i boz­zet­ti in inchio­stro e pen­na e gli oli fina­li. Si pas­sa da vari luo­ghi rea­li a un solo luo­go sum­ma di tut­ti quel­li, da una don­na pre­ci­sa (la moglie Jo, che gli ser­vi­va da model­la) a una figu­ra fem­mi­ni­le gene­ri­ca. I suoi det­ta­gli non voglio­no esse­re fede­li, ma evo­ca­ti­vi, e i suoi tagli pro­spet­ti­ci ser­vo­no a cala­re lo spet­ta­to­re in un par­ti­co­la­re pun­to di vista.Far pro­va­re per un atti­mo qual­co­sa di inaf­fer­ra­bi­le è il suo obiet­ti­vo (“if you could say it in in words, there’d be no rea­son to paint”).
Que­sta visio­ne in appa­ren­za sere­na del­la real­tà nascon­de un sen­ti­men­to di malin­co­nia e inquie­tu­di­ne che ci vie­ne tra­smes­so sen­za che, guar­dan­do il qua­dro, pos­sia­mo capi­re come. Così una sce­na comu­ne diven­ta sur­rea­le, sin­to­ma­ti­ca dell’alienazione e dell’estraneità del­le per­so­ne dal­la loro vita comu­ne e nor­ma­le. Que­sta, vista affac­cian­do­si den­tro un qua­dro-fine­stra ritrat­to in modo imper­so­na­le, qua­si distrat­to, si sve­la nel­la sua assur­di­tà e soli­tu­di­ne; restan­do per noi, atto­ri in pri­ma per­so­na, trop­po lon­ta­na pro­prio per­ché trop­po vicina.

Può esse­re quin­di inte­res­san­te pren­der­ci una pic­co­la pau­sa dal­le nostre vite fret­to­lo­se e distrat­te per dare un’occhiata a que­ste ope­re, e far­ci gui­da­re dall’artista nell’osservazione di aspet­ti del­la real­tà intor­no a noi che soli­ta­men­te non note­rem­mo, inten­ti nel nostro pas­so velo­ce che esclu­de l’alzare gli occhi dai nostri pie­di o dal metro di mar­cia­pie­de davan­ti a noi. “Tut­to quel­lo che ho sem­pre volu­to fare – dis­se Hop­per – è dipin­ge­re la luce del sole sul lato di una casa.”

Ire­ne Nava
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