Videocracy a Venezia


Dicia­mo­lo subi­to: lo spet­ta­to­re ita­lia­no, veden­do Video­cra­cy, non sco­pri­rà nien­te di nuo­vo. Il film, pro­dot­to in Sve­zia, tro­va la sua col­lo­ca­zio­ne natu­ra­le all’estero, dove può dare il suo con­tri­bu­to nel dibat­ti­to intor­no all’Italia, per mol­ti un auten­ti­co miste­ro.
Nono­stan­te ciò la cen­su­ra del trai­ler del film, mes­sa in pra­ti­ca sia da Media­set (si pote­va pre­ve­de­re), sia dal­la Rai, ha dato al docu­men­ta­rio un’insperata pub­bli­ci­tà, facen­do­gli otte­ne­re un buon suc­ces­so di pub­bli­co. Basti pen­sa­re che alla pro­ie­zio­ne alla Mostra del Cine­ma, fuo­ri dal­la sala stra­pie­na per la pri­ma, resi­ste­va anco­ra una coda di oltre cen­to metri. In que­sto modo “Video­cra­cy”, per alcu­ni gior­ni, da ope­ra cine­ma­to­gra­fi­ca si è tra­sfor­ma­to in enne­si­mo casus bel­li per uno scon­tro tra destra e sini­stra.
Ades­so, ad un paio di mesi di distan­za, si può pro­va­re a ragio­na­re intor­no alle tesi del film con sere­ni­tà. Per il regi­sta, Erik Gan­di­ni, ber­ga­ma­sco resi­den­te a Stoc­col­ma, l’Italia ha subi­to un cam­bio cul­tu­ra­le sto­ri­co, ben sin­te­tiz­za­to dal sot­to­ti­to­lo “Basta appa­ri­re”. Per mol­ti ormai non con­ta per qua­le moti­vo, posi­ti­vo o nega­ti­vo, si è visi­bi­li: l’importante è esser­ci. L’unica per­so­na genui­na del film, un ope­ra­io bre­scia­no che lot­ta per arri­va­re in tele­vi­sio­ne, spie­ga benis­si­mo come da quan­do esi­ste la pos­si­bi­li­tà di diven­ta­re ric­chi e famo­si sen­za saper fare nul­la, ognu­no ha il dirit­to di pro­var­ci. Come dar­gli tor­to.
I veri pro­ta­go­ni­sti sono però i pro­fes­sio­ni­sti del tubo cato­di­co: il lai­do Lele Mora, che dal­la sua can­di­da resi­den­za si dichia­ra fan del duce e di Ber­lu­sco­ni (il secon­do però non avreb­be anco­ra rag­giun­to il pri­mo nel suo per­so­na­le gra­di­men­to); e il grot­te­sco Fabri­zio Coro­na, che in un ingle­se sot­to­ti­to­la­to in ingle­se, ci spie­ga come lui si sen­ta un Robin Hood che ruba ai ric­chi per dare a se stes­so, pri­ma di mostrar­si nudo inten­to in pra­ti­che igie­ni­che piut­to­sto inso­li­te.
La descri­zio­ne del­la socie­tà ita­lia­na è sen­za dub­bio rea­li­sti­ca, resta però leci­to chie­der­si di chi sia la col­pa di tut­to ciò. Per Gan­di­ni la rispo­sta è sem­pli­ce, “la respon­sa­bi­li­tà è nel­le mani di Sil­vio Ber­lu­sco­ni, l’u­ni­co ita­lia­no che ha crea­to la tv a sua imma­gi­ne e somi­glian­za” e che, con­ti­nua il regi­sta, “da 30 anni pro­po­ne i suoi gusti, la sua idea di don­na e di intrat­te­ni­men­to”.
Gan­di­ni però ormai vive in Sve­zia da vent’anni, pae­se dove nel ’95 un poli­ti­co fu lin­cia­to dal­la stam­pa per aver acqui­sta­to un toble­ro­ne con la car­ta di cre­di­to del par­ti­to (il fat­to è noto pro­prio come “scan­da­lo del Toble­ro­ne”). Il nostro pae­se è mol­to diver­so, diver­sa è la nostra soglia di tol­le­ran­za nel rispet­to del­le leg­gi, come diver­so è il modo in cui le don­ne vedo­no se stes­se e sono viste dagli uomi­ni. Chis­sà se sono vera­men­te mag­gio­ri le respon­sa­bi­li­tà del Cava­lie­re, e non quel­le degli ita­lia­ni e del­le loro ata­vi­che abi­tu­di­ni.
For­se, come dice­va Gaber, il vero nemi­co non è Ber­lu­sco­ni, ma il “Ber­lu­sco­ni che è den­tro di noi”

Filip­po Bernasconi

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