A single man

Igno­ra­to soprat­tut­to per l’u­sci­ta in con­co­mi­tan­za con Ava­tar, e ormai poco repe­ri­bi­le nel­le sale, è usci­to in Ita­lia il film trat­to dal magni­fi­co roman­zo di Chri­sto­pher Isher­wood, dopo esse­re sta­to pre­sen­ta­to soprat­tut­to in vir­tù del­la regia del­lo sti­li­sta Tom Ford.
Se il libro è per lo più uno sfo­go con­tro la socie­tà occi­den­ta­le, con­tro il con­su­mi­smo, con­tro l’in­tol­le­ran­za, il segna­le di dispe­ra­zio­ne d’un let­te­ra­to che non tro­va più appi­gli nei libri, il film pun­ta sul ver­san­te dei sen­ti­men­ti del protagonista.
A leg­ger­ne oggi, il Geor­ge del libro somi­glia al Walt east­woo­dia­no di Gran Tori­no e al Carl di Up (non a caso, due dei miglio­ri film del­lo scor­so anno); per quan­to con­cer­ne l’anno in cui il libro uscì (1964), le paro­le di Isher­wood paio­no anti­ci­pa­re d’un anno l’ur­lo dyla­nia­no “How does it feel?”.
Il Geor­ge di Colin Firth è (oltre che mol­to più alto) più sognan­te e deli­ca­to del per­so­nag­gio di Isher­wood. Se nel libro il pro­fes­so­re cova la pro­pria rab­bia, nel film la ester­na con inter­lo­cu­to­ri che rara­men­te lo ascol­ta­no dav­ve­ro, men­tre a vol­te addi­rit­tu­ra la met­te com­ple­ta­men­te da par­te per lasciar­si anda­re a com­pli­men­ti mol­to poe­ti­ci ver­so chi ha di fron­te. Non c’è così nul­la di scon­ta­to nel suo dia­lo­go con la segre­ta­ria che non lo capi­sce o col ragaz­zo di stra­da che inve­ce, dopo un ini­zia­le spae­sa­men­to, lo com­pren­de appie­no o con l’a­mi­ca Char­ley (il per­so­nag­gio più fede­le al roman­zo), la dolen­tis­si­ma Julian­ne Moore.
Gli altri rea­gi­sco­no di nasco­sto. Nel film, l’o­mo­fo­bia di Strunk, il vici­no, è fat­ta tra­pe­la­re dal­le dichia­ra­zio­ni sen­za mali­zia del­la figlia di que­sti (il padre dareb­be il pro­fes­so­re in pasto allo scor­pio­ne chia­ma­to machi­sti­ca­men­te Charl­ton Heston per­ché Geor­ge met­te­reb­be “le scar­pe coi tac­chi”). Nel libro, la signo­ra Strunk leg­ge sag­gi di psi­co­lo­gia spic­cio­la con giu­sti­fi­ca­zio­ni com­pas­sio­ne­vo­li ma pie­ne di sde­gno riguar­do l’omosessualità.
Il Male che crea altri mali, defi­nen­do­li tali e nascon­den­do­li. Tan­to dif­fu­so nel­l’I­ta­lia crip­to-fasci­sta di (solo?) oggi, nel­l’Oc­ci­den­te miso­gi­no, omo­fo­bi­co, con­su­mi­sta e ret­to dal cul­to dell’idiozia.
Tom Ford ha modo di con­ce­der­si un pò d’at­ten­zio­ne allo sti­le; rea­liz­zan­do (con il con­cor­so del pen­ti­to Chris Wei­tz, ex regi­sta di Ame­ri­can Pie, pas­sa­to poi a La bus­so­la d’o­ro, rima­sto sen­za segui­to gra­zie alla cen­su­ra) un film tan­to bel­lo, det­ta­glia­to ma scar­no, per­met­ten­do­si per­si­no il lus­so di una sequen­za oni­ri­ca ini­zia­le piut­to­sto scon­ta­ta. E’ soprat­tut­to il film (final­men­te) di Colin Firth; dopo aver­lo visto, la cop­pa Vol­pi asse­gna­ta­gli pare un’ovvietà.
Tom­ma­so de Brabant
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