DA RILEGGERE PER LA PRIMA VOLTA — Prima Puntata

Tut­ti i libri che avre­sti sem­pre volu­to leg­ge­re ma non hai mai osa­to aprire 

(o alme­no per tua spon­ta­nea volontà)

I PROMESSI SPOSI


“Noio­so, noio­sis­si­mo”. Ben­chè gene­ra­zio­ni di pro­fes­so­ri si sia­no pro­di­ga­te per elo­gia­re la sor­pren­den­te leg­gi­bi­li­tà del capo­la­vo­ro man­zo­nia­no, sol­tan­to l’oblio atte­nua il ricor­do del­la noia pati­ta sui ban­chi di scuo­la. Il giu­di­zio tran­chant mor­mo­ra­to a mez­za boc­ca dal­lo stu­den­te di gin­na­sio spes­so ci segue tut­ta la vita, lascian­do il tomo a impol­ve­ra­re in libre­ria.
Noi così moder­ni, abi­tua­ti ai rit­mi ser­ra­ti del­lo scher­mo, ci spa­zien­tia­mo di fron­te agli inter­mi­na­bi­li excur­sus; noi, lai­ci e razio­na­li­sti, ci indi­gnia­mo per l’ingenuo prov­vi­den­zia­li­smo del Man­zo­ni; noi, disin­can­ta­ti pes­si­mi­sti, stor­cia­mo il naso di fron­te a con­ver­sio­ni improv­vi­se e impro­ba­bi­li.
E anche chi, in pre­da a spin­te misti­che, ama tra­stul­lar­si con il cosid­det­to “recu­pe­ro del sacro”, tro­va indi­ge­sto l’ottuso fana­ti­smo di Lucia, la cara­mel­lo­sa bon­tà di Fede­ri­go Bor­ro­meo, il rigo­re teo­lo­gi­co del Man­zo­ni.
Nien­te di più fal­so.
Cer­to, non si può nega­re che in que­ste cri­ti­che vi sia del vero, ma trop­po fa nel­la boc­cia­tu­ra sen­za appel­lo la pre­sen­za ingom­bran­te del­la scuo­la dell’obbligo. Ci per­se­gui­ta­no i ter­ri­bi­li pas­si impa­ra­ti a memo­ria (“Addio mon­ti sor­gen­ti dall’acque ed ele­va­ti al cie­lo, cime ine­gua­li…”); le trac­ce di temi, pie­ne di pun­ti­glio­se ana­li­si dei per­so­nag­gi (“Ana­liz­za, nel­la not­te degli imbro­gli, il ruo­lo di Lucia e quel­lo del­la madre Agne­se etc. etc.”); l’estenuante con­fron­to tra “Fer­mo e Lucia”, ven­ti­set­ta­na e qua­ran­ta­na.
Ma imma­gi­na­te di stu­dia­re “Il nome del­la rosa” impa­ran­do a memo­ria il pro­lo­go, sfian­can­do­vi in temi sul­la figu­ra di Gugliel­mo da Basker­vil­le con­trap­po­sta a quel­la di Ber­nar­do Gui, e facen­do maga­ri del­le let­tu­re com­pa­ra­te con il “Pen­do­lo di Fou­cault”. Un trat­ta­men­to simi­le ucci­de­reb­be qual­sia­si libro.
Pro­via­mo inve­ce ad estrar­re l’autorevole mat­to­ne dal­la libre­ria, spol­ve­ria­mo­lo, e leg­gia­mo­lo sen­za sca­den­ze di tem­po, come farem­mo con qual­sia­si altro libro. Subi­to la scrit­tu­ra man­zo­nia­na, un tem­po così len­ta e far­ra­gi­no­sa (per for­za, il prof. si fer­ma­va ogni due righe), ci sor­pren­de­rà per la sua viva­ce espres­si­vi­tà, sem­pli­ce ma mai bana­le. Allo stes­so modo, l’occhialuto intel­let­tua­le otto­cen­te­sco, impres­so così nel­la nostra memo­ria, si tra­sfor­me­rà in un pungen­te casti­ga­to­ri di vizi, che sen­za far dif­fe­ren­ze tra i poten­ti e gli umi­li, iro­niz­za a vol­te spie­ta­ta­men­te sul­le mise­rie uma­ne.
Se con­ti­nua a far­ci sor­ri­de­re l’ingenua fidu­cia nel­la Prov­vi­den­za, l’indignazione del Man­zo­ni per le ingiu­sti­zie diven­ta la nostra indi­gna­zio­ne, e il testo dell’oppressione sco­la­sti­ca diven­ta un testo di ribel­lio­ne. Trop­po faci­le è poi ritro­va­re nei signo­rot­ti di allo­ra i mise­ri pro­ta­go­ni­sti del­la nostra poli­ti­ca, gli sbruf­fo­ni dei pri­vè o i cor­ti­gia­ni del pic­co­lo scher­mo.
E poco impor­ta se gli excur­sus ci anno­ia­no anco­ra, det­to inter nos, se anche li sal­tia­mo non ci vede nessuno. 

Filip­po Ber­na­sco­ni
Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.