GIAPPONE E OCCIDENTE — “Se al Mondo non esistessero i fiori di ciliegio sarebbe tranquillo il cuore a Primavera” Ariwara No Narihira (825- 880)

Palaz­zo Rea­le: “Giap­po­ne. Pote­re e Splen­do­re 1568/1868”

Que­sta mostra, ini­zia­ta il dicem­bre dell’anno scor­so e che si con­clu­de­rà il 6 mar­zo, è una del­le ulti­me atti­vi­tà cul­tu­ra­li pro­mos­se dal comu­ne di Mila­no nel 2009, con lo sco­po di con­so­li­da­re i rap­por­ti d’amicizia tra le due cul­tu­re e por­re i visi­ta­to­ri di fron­te a oriz­zon­ti diversi.
L’esposizione illu­stra para­ven­ti, masche­re cera­mi­che, arma­tu­re e kimo­ni pro­ve­nien­ti dai tre mag­gio­ri musei di Tokyo, Kyo­to e Osa­ka e appar­te­nen­ti a due epo­che ben pre­ci­se: il perio­do Mowoya­ma (1568–1615) e il perio­do Edo (1615–1868), cono­sciu­to anche come il “perio­do di pace” gra­zie all’Imperatore Ieya­su, che pose fine alle seco­la­ri guer­re civili.

Tra i pae­si asia­ti­ci il Giap­po­ne è quel­lo con cui l’Occidente si è inte­so meglio. A testi­mo­niar­lo sono soprat­tut­to i nume­ro­si scam­bi d’arte, come è acca­du­to con gli impres­sio­ni­sti dell’Ottocento oppu­re con lo sti­le Liber­ty, com­par­so nel­la nostra par­te di mon­do solo alla fine del XIX secolo.

Insom­ma, il sot­ti­le filo ros­so che col­le­ga le diver­se aree tema­ti­che del­la mostra è l’affermarsi del­la moder­ni­tà attra­ver­so influs­si reci­pro­ci tra Orien­te e Occi­den­te e, in par­ti­co­la­re, evi­den­zia come la tra­sfor­ma­zio­ne moder­na del­la socie­tà nip­po­ni­ca avven­ne ancor pri­ma dell’apertura poli­ti­ca e cul­tu­ra­le ver­so Ovest. 

Il Giap­po­ne moder­no nasce dall’incontro tra ambien­te feu­da­le e samu­rai­co con la nuo­va bor­ghe­sia finan­zia­ria e impren­di­to­ria­le, gene­ran­do due ful­cri di vita­le impor­tan­za: Kyo­to, la capi­ta­le impe­ria­le ed Edo, capi­ta­le ammi­ni­stra­ti­va e attua­le Tokyo. Un esem­pio? Il desi­gn di un set da pic­nic, for­ma­to da cin­que pez­zi inca­stra­ti in una sca­to­la nera e deco­ra­to con ele­men­ti natu­ra­li rosa su sfon­do scu­ro. Due fat­to­ri sono lega­ti al desi­gn tra­di­zio­na­le giap­po­ne­se: la sacra­li­tà del­la mate­ria da un lato, la cura e pre­ci­sio­ne dell’artigiano dall’altro. Quest’ultima ren­de il lavo­ro simi­le a un rito reli­gio­so e, piut­to­sto che equi­pa­ra­re l’oggetto fini­to a pura mer­can­zia, l’artista crea dei con­te­ni­to­ri in cui tra­smet­te­re la pro­pria uma­ni­tà, qua­si fos­se­ro esse­ri viventi.

Il rispet­to che i giap­po­ne­si nutro­no per tut­to ciò che li cir­con­da deri­va dal­la reli­gio­ne pri­mo­ge­ni­ta giap­po­ne­se: lo shin­toi­smo, di orien­ta­men­to ani­mi­sta, dove ogni cosa è un dio e la mate­ria stes­sa è per­va­sa da divi­ni­tà. Lo Shin­to rap­pre­sen­ta lo stret­to lega­me tra natu­ra, arti e let­te­ra­tu­ra giap­po­ne­si: i nume­ro­si para­ven­ti ( da osser­va­re e leg­ge­re da destra a sini­stra, come i man­ga) raf­fi­gu­ra­no ani­ma­li, pian­te, fio­ri e pae­sag­gi natu­ra­li e richia­ma­no topos let­te­ra­ri ben pre­ci­si, a dimo­stra­zio­ne di come già nel Cin­que­cen­to la let­te­ra­tu­ra giap­po­ne­se fos­se all’apice del suo splen­do­re. I com­po­ni­men­ti poe­ti­ci, dai più anti­chi waka ai più moder­ni hai­ku, pre­sen­ta­no il tema natu­ra­le come prin­ci­pa­le e supe­rio­re a quel­lo uma­no. Anzi, la vita uma­na è nar­ra­ta solo attra­ver­so i cam­bi di sta­gio­ne del pae­sag­gio. In que­sto modo muta­no le deco­ra­zio­ni dei kimo­ni del­le don­ne, le for­me del­le taz­ze nel­la famo­sa ceri­mo­nia del tè oppu­re i sog­get­ti dei para­ven­ti. Dun­que, ogni aspet­to del per­cor­so uma­no è domi­na­to dal­la natu­ra, anche il pote­re e la vita mili­ta­re: i “pini guer­rie­ri” ‚le aqui­le o le deco­ra­zio­ni del­le kata­ne dimo­stra­no quan­to la natu­ra pos­sa benis­si­mo espri­me­re anche sen­ti­men­ti guer­rie­ri e virili.
In un’al­tra repar­to la mostra richia­ma l’attenzione del pub­bli­co alla filo­so­fia Zen. Essa si sin­te­tiz­za con la capa­ci­tà di coglie­re la bel­lez­za del pas­sag­gio del­le sta­gio­ni per poter, in un secon­do momen­to, com­pren­de­re la bel­lez­za del­le atti­vi­tà uma­ne. Ave­te pre­sen­te le nume­ro­se rap­pre­sen­ta­zio­ni riguar­dan­ti i fio­ri di cilie­gio? Que­sti fio­ri acqui­sta­no signi­fi­ca­to solo in pun­to di mor­te, quan­do cado­no, poi­ché uno dei pun­ti fon­da­men­ta­li di que­sto ramo del Bud­d­hi­smo è l’assenza, il non fini­to: biso­gna saper coglie­re il vuo­to, il nul­la per poter­si fis­sa­re sui det­ta­gli dell’esistenza.

 

Per quan­to riguar­da l’influenza occi­den­ta­le, inve­ce, nel­l’e­po­ca inte­res­sa­ta il prin­ci­pa­le pun­to di con­tat­to con l’esterno fu il por­to del­la cit­tà di Naga­sa­ki, in col­le­ga­men­to con Olan­da e Por­to­gal­lo. Gli olan­de­si, chia­ma­ti “bar­ba­ri del Sud”, riu­sci­ro­no ad espor­ta­re la pol­ve­re da spa­ro e le len­ti foto­gra­fi­che e, a dif­fe­ren­za dei por­to­ghe­si, furo­no accet­ta­ti e rispet­ta­ti. Con que­sti ulti­mi inve­ce il dis­si­mi­le pen­sie­ro reli­gio­so costi­tuì una bar­rie­ra cul­tu­ra­le insor­mon­ta­bi­le: i giap­po­ne­si non pote­va­no com­pren­de­re, tan­to meno sop­por­ta­re, la rigi­da orto­dos­sia dei gesui­ti por­to­ghe­si. Comun­que dagli stra­nie­ri la socie­tà nip­po­ni­ca tras­se spun­ti per quan­to riguar­da l’arte, tra­spor­tan­do sui para­ven­ti il chia­ro­scu­ro, per la resa tri­di­men­sio­na­le degli oggetti. 

Nono­stan­te la mostra trat­ti un perio­do di tem­po che arri­va a fine Otto­cen­to, tut­to­ra la socie­tà giap­po­ne­se è sen­si­bi­le alle pro­prie ori­gi­ni e tra­di­zio­ni, ben­ché sia all’avanguardia nel pro­gres­so tec­no­lo­gi­co. E non solo il patri­mo­nio cul­tu­ra­le vie­ne tra­smes­so alle nuo­ve gene­ra­zio­ni, ma esse si rico­no­sco­no anco­ra in que­ste usan­ze. Il con­cet­to del­le “nostre radi­ci” è basi­la­re in ogni socie­tà, non per esal­tar­ne l’antico e legio­na­rio pen­sie­ro patriot­ti­co, ma per per­met­te­re agli indi­vi­dui di svi­lup­pa­re un pen­sie­ro cri­ti­co e acqui­si­re un approc­cio uma­no ver­so l’altro.

Fran­ce­sca Gabbiadini

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