Da riascoltare per la prima volta — Carmen

Per can­cel­la­re l’au­ra pol­ve­ro­sa che aleg­gia intor­no alla musi­ca clas­si­ca e all’o­pe­ra liri­ca…

LA CARMEN DI BIZET

Die­ci­mi­la richie­ste per due­mi­la posti dispo­ni­bi­li: così affer­ma Sté­pha­ne Lis­sner, sovrin­ten­den­te del­la Sca­la, davan­ti alle tele­ca­me­re di rai3. Il 4 dicem­bre il tea­tro d’opera mila­ne­se apre le sue por­te agli under 30, offren­do un bigliet­to a soli 10 euro per assi­ste­re all’anteprima di “Car­men” di Bizet, ope­ra che inau­gu­ra la sta­gio­ne 2009/2010. Subi­to esau­ri­te le dispo­ni­bi­li­tà.
Per il secon­do anno con­se­cu­ti­vo si è assi­sti­to ad un gran­de bat­ta­ge pub­bli­ci­ta­rio intor­no all’anteprima del­la sta­gio­ne sca­li­ge­ra: Fabio Fazio dedi­ca all’evento addi­rit­tu­ra una pun­ta­ta spe­cia­le di “Che tem­po che fa”, in pri­ma serata.
Ci si potreb­be chie­de­re come mai l’opera susci­ti oggi tan­to inte­res­se e come mai tan­ti gio­va­ni han­no scel­to di assi­ste­re ad uno spet­ta­co­lo di qua­si 4 ore e per di più in lin­gua fran­ce­se, con musi­che di un com­po­si­to­re mor­to più di un seco­lo fa. L’opera liri­ca non è un gene­re noio­so, dif­fi­ci­le, che non inte­res­sa più nes­su­no? Eppu­re in tea­tro il 4 dicem­bre si vive un’atmosfera festo­sa ed elet­tri­ca; ragaz­zi che entra­no per la pri­ma vol­ta in un tea­tro d’opera mostra­no un genui­no e calo­ro­so entu­sia­smo, si sus­se­guo­no applau­si scro­scian­ti e un gio­va­ne esplo­de in un calo­ro­so: “gra­zie Lissner”. 
Gui­da­ti da un diret­to­re esper­to e di fama mon­dia­le (Daniel Baren­boim), sul­la sce­na vedia­mo can­tan­ti gio­va­ni, alcu­ni addi­rit­tu­ra debut­tan­ti. La musi­ca fin dall’inizio si rive­la viva­ce e friz­zan­te, ma di col­po sa far­si tesa e dram­ma­ti­ca. La vicen­da, trat­ta da una novel­la di Meri­mée, rac­con­ta la sto­ria pas­sio­na­le e tor­men­ta­ta dell’amore tra il bri­ga­die­re don José e l’ammaliante zin­ga­ra Car­men. Que­sta spin­ge l’uomo a venir meno ai dove­ri del­la sua pro­fes­sio­ne, all’amore casto per Micae­la e per la madre e ad entra­re per­si­no in com­but­ta con dei con­trab­ban­die­ri. Don José vie­ne tra­sci­na­to nell’abisso di una pas­sio­ne sfre­na­ta, fino a quan­do la gelo­sia mor­bo­sa nei con­fron­ti di Car­men non ha il soprav­ven­to, con­du­cen­do­lo alla tra­ge­dia fina­le: l’omicidio di Carmen.
La vicen­da si svol­ge ori­gi­na­ria­men­te a Sivi­glia; la regi­sta Emma Dan­te sce­glie di tra­spor­la nel­la Sici­lia di ini­zio Nove­cen­to. Scel­ta com­pren­si­bi­le: il sen­so dell’onore, il rispet­to del­la madre (e del­la fami­glia), la gelo­sia, il tra­di­men­to e l’omicidio per amo­re sono ele­men­ti che si pre­sta­no a tale rilet­tu­ra. Il mon­do irre­go­la­re degli zin­ga­ri e di Car­men si con­trap­po­ne al mon­do di Micae­la e del­la madre di don José, rap­pre­sen­ta­to dal­la gran­de abbon­dan­za di cro­ci­fis­si nei fon­da­li del­la sce­no­gra­fia. La regia, accu­sa­ta di esse­re avan­guar­di­sti­ca, sem­bra in real­tà gra­de­vo­le e fun­zio­na­le; i momen­ti di for­te impat­to sono in real­tà pochi.
Per mol­ti gio­va­ni l’opera liri­ca è una sco­per­ta: un gene­re dif­fi­cil­men­te clas­si­fi­ca­bi­le, che uni­sce in un uni­co spet­ta­co­lo musi­ca, dram­ma e sce­na. Così negli inter­val­li si sen­to­no dei com­men­ti “è come un film”. Eppu­re non è un film e non è uno spet­ta­co­lo di pro­sa; qual­cu­no dei ragaz­zi lo appa­ren­ta al musi­cal.
Dif­fe­ri­sce da altri gene­ri per il ruo­lo dram­ma­tur­gi­co assun­to dal­la musi­ca, che occu­pa una par­te da pro­ta­go­ni­sta, accom­pa­gnan­do e al tem­po stes­so sug­ge­ren­do, descri­ven­do e susci­tan­do le emo­zio­ni che attra­ver­sa­no il palcoscenico.
Noio­sa l’opera? Non si direb­be. Un gene­re poco noto per mol­ti dei ragaz­zi che una vol­ta sco­per­to stu­pi­sce, mera­vi­glia, abba­glia. Leg­gen­do le pagi­ne dei gior­na­li dei gior­ni seguen­ti si leg­ge di due pri­me: quel­la del 4 dicem­bre, pie­na di gio­va­ni e di entu­sia­smo, e quel­la “uffi­cia­le” del 7 dicem­bre, con le cri­ti­che dei log­gio­ni­sti che fischia­no lo spet­ta­co­lo.
Si par­la di cri­si del tea­tro e di cri­si del tea­tro d’opera. Ma guar­dan­do quest’anteprima, pen­san­do ai gio­va­ni in coda per ore pur di pro­cu­rar­si un bigliet­to, non vie­ne da pen­sa­re ad una cri­si. Vie­ne allo­ra da chie­der­si se i tea­tri non fareb­be­ro meglio ad inve­sti­re di più sui gio­va­ni, maga­ri con offer­te di bigliet­ti a prez­zi più acces­si­bi­li. Spe­ran­do che ini­zia­ti­ve come que­sta dimo­stri­no che quel­lo sui gio­va­ni sareb­be un buon investimento.
Enri­co Guerini
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