IN MORTE DI JEAN FERRAT, VOCE DELLA FRANCIA UNIVERSALE

Jean Fer­rat, pseu­do­ni­mo con cui era cono­sciu­to al pub­bli­co il can­tau­to­re fran­ce­se Jean Tenen­baum, si è spen­to saba­to 13 mar­zo scor­so all’età di 79 anni. L’emozione che ha per­cor­so la Fran­cia alla dif­fu­zio­ne del­la noti­zia è sta­ta for­te, testi­mo­nia­ta dal­la gran­de par­te­ci­pa­zio­ne popo­la­re alle ese­quie tenu­te­si nel vil­lag­gio di Antrai­gues-sur-Vola­ne, in Arde­che, dal­la diret­ta tele­vi­si­va accor­da­ta all’evento e dall’unanime cor­do­glio espres­so dal mon­do del­le arti e del­la musi­ca, come da quel­lo del­la poli­ti­ca. La ceri­mo­nia si è svol­ta in for­ma civi­le, essen­zia­le e com­po­sta, secon­do i desi­de­ri del­lo stes­so Fer­rat, che nel­la can­zo­ne Mon amour sau­va­ge (Amo­re mio sel­vag­gio) ave­va riven­di­ca­to in ver­si il pro­prio atei­smo: “Pro­cla­ma for­te il tuo atei­smo / E cam­pio­ne dell’Umanesimo / La venu­ta dell’uomo re”.

Nato nel 1930 nel­la regio­ne pari­gi­na, figlio di un ebreo immi­gra­to dal Cau­ca­so, Fer­rat vive nell’infanzia il dram­ma del­la depor­ta­zio­ne e del­la mor­te del padre nel cam­po di ster­mi­nio di Ausch­wi­tz. Lui stes­so scam­pa alla depor­ta­zio­ne gra­zie all’aiuto di una fami­glia di mili­tan­ti comunisti. 
Affac­cia­to­si al pano­ra­ma musi­ca­le sin dagli anni ’50, comin­cia il suo per­cor­so arti­sti­co musi­can­do le poe­sie di Louis Ara­gon, rice­ven­do l’apprezzamento del­lo stes­so poe­ta, che dichia­re­rà di ave­re l’impressione di sen­ti­re le pro­prie com­po­si­zio­ni rivi­ve­re e assu­me­re una dimen­sio­ne nuo­va. L’omaggio costan­te alla poe­sia accom­pa­gne­rà tut­ta la tra­iet­to­ria arti­sti­ca di Fer­rat, por­tan­do­lo a can­ta­re oltre che i ver­si di Ara­gon, quel­li di poe­ti fran­ce­si e stra­nie­ri qua­li Lor­ca e Pré­vert.
Ed è d’altra par­te que­sto pri­mo impe­gno nel con­giun­ge­re la can­zo­ne con la poe­sia a dare il sen­so di tut­to il com­ples­so di una poe­ti­ca impe­gna­ta e sem­pli­ce, col­ta e popo­la­re, capa­ce di con­giun­ge­re in un’unica vibra­zio­ne emo­ti­va impe­gno civi­le, amo­re e desi­de­rio di cam­bia­re, memo­ria e ricerca.
Tra i pri­mi testi di sua com­po­si­zio­ne si tro­va Nuit et Bruil­lard (Not­te e Neb­bia), dedi­ca­ta alle per­se­cu­zio­ni nazi­ste che tan­to dura­men­te ave­va­no mar­ca­to i pri­mi anni di vita dell’artista. Tra i ver­si di que­sta can­zo­ne, con la sua cru­dez­za e la sua cari­ca pole­mi­ca, pren­de for­ma una poe­ti­ca intan­si­gen­te, un lin­guag­gio mili­tan­te che non ver­rà mai meno. E’ in quel lin­guag­gio, nel­la chia­rez­za del­le opi­nio­ni e del­le scel­te civi­li e mora­li, che si espri­me uno dei moti­vi fon­da­men­ta­li del per­cor­so di Fer­rat, lo stes­so che ispi­re­rà tan­te del­le sue più di due­cen­to can­zo­ni. Tra que­ste, Ma Fran­ce (La mia Fran­cia) assu­me qua­si la fun­zio­ne di mani­fe­sto: “Quel­la che paga sem­pre i vostri cri­mi­ni ed erro­ri / Riem­pien­do la Sto­ria e le sue fos­se comu­ni / Quel­la che can­to per sem­pre Quel­la dei lavo­ra­to­ri: / La mia Francia”. 

Com­pa­gno di stra­da fino all’ultimo del Par­ti­to Comu­ni­sta Fran­ce­se (nel­le set­ti­ma­ne pre­cen­den­ti la mor­te si era spe­so per la cam­pa­gna elet­to­ra­le del Front de Gau­che, coa­li­zio­ne gui­da­ta dal PCF, nel­le ele­zio­ni regio­na­li), Fer­rat non vi ade­ri­rà mai for­mal­men­te, man­te­nen­do costan­te­men­te un pro­fi­lo cri­ti­co, tal­vol­ta sfer­zan­te, non sen­za veni­re influen­za­to dal­le con­trad­di­zio­ni e dal­le tra­sfor­ma­zio­ni del­la linea del par­ti­to negli ulti­mi decen­ni.
All’ impe­gno socia­le e poli­ti­co, l’opera di Fer­rat ha sapu­to intrec­cia­re tema­ti­che dif­fe­ren­ti. L’attenzione per il micro­co­smo di ambi­zio­ni e sten­ti del­la gen­te sem­pli­ce, dagli emi­gran­ti di La mon­ta­gne, che rac­con­ta l’esodo dal­le cam­pa­gne alle cit­tà dei con­ta­di­ni di Fran­cia (“Lascia­no uno a uno il pae­se / Per anda­re a gua­da­gnar­si da vive­re / Lon­ta­no dal­la ter­ra in cui sono nati…”), agli amo­ri nei sob­bor­ghi indu­stria­li di Pari­gi di Ma môme (La mia bim­ba): “In una bani­lieue sovrap­po­po­la­ta / Abi­tia­mo in un ammo­bi­lia­to … Ma la mia ragaz­za ha ven­ti­cin­que anni / E sono con­vin­to che la San­ta Ver­gi­ne / Del­le chie­se / Non abbia più amo­re negli occhi / E che non sor­ri­da con più gra­zia…”.
Sull’esempio di Ara­gon, l’amore entra nel­la poe­ti­ca di Fer­rat non come un ele­men­to sepa­ra­to dal­la pas­sio­ne civi­le e poli­ti­ca, ma a costi­tui­re un insie­me che si com­ple­ta e si giu­sti­fi­ca nel­la com­pe­ne­tra­zio­ne tra desi­de­rio dell’assoluto e volon­tà di cam­bia­men­to. Le pas­sio­ni inti­me dan­no digni­tà all’uomo, la lot­ta civi­le gli resti­tui­sce la speranza. 

Chi scri­ve ha tro­va­to in Fer­rat uno dei pri­mi nes­si con la Fran­cia che negli anni ha impa­ra­to ad ama­re, la Fran­cia uni­ver­sa­le del­la lot­ta per la vita e del­la ricer­ca indi­vi­dua­le e col­let­ti­va del­la liber­tà e del­la digni­tà. Nel salu­tar­ne la memo­ria, è nostro desi­de­rio dedi­car­gli alcu­ni ver­si di Ara­gon da lui stes­so musi­ca­ti, ispi­ra­ti alla figu­ra del poe­ta e roman­zie­re Fran­cis Car­co: “Dì cos’hai fat­to dei gior­ni anda­ti / Del­la tua gio­vi­nez­za e di te stes­so / Del­le tue mani pie­ne di poe­sia / Che tre­ma­va­no all’inizio del­la not­te ?”

Ales­sio Are­na
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2 Commenti su IN MORTE DI JEAN FERRAT, VOCE DELLA FRANCIA UNIVERSALE

  1. Si, sono con­si­glie­re di facol­tà a Giu­ri­spru­den­za per Démos U.C. Ciò non impli­ca che io non abbia anche altri inte­res­si e atti­vi­tà, tra le qua­li la col­la­bo­ra­zio­ne con Vul­ca­no, che nul­la ha a che vede­re con l’As­so­cia­zio­ne di cui fac­cio parte.

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