Del: 17 Aprile 2010 Di: Redazione Commenti: 5

Nel 1988 tre differenti laboratori, ad Oxford, Tucson e Zurigo, hanno effettuato il test del Carbonio 14 per datare un campione del tessuto della Sindone. Il risultato complessivo colloca la fabbricazione della presunta reliquia tra il 1260 e il 1390, proprio il periodo in cui nelle cronache medievali appare per la prima volta il misterioso sudario. Se pensiamo che nella Storia sono circolate una quarantina di altre sindoni, tra le quali la più celebre è quella di Besançon, poi distrutta durante la rivoluzione francese, non è difficile presupporre l’opera di qualche falsario medievale.

Se la questione fosse solo scientifica sarebbe finita qui, ma non è così. La voglia di credere a tutti i costi di una parte del mondo cattolico (non però della Chiesa, che non riconosce ufficialmente l’autenticità del sudario) e la compiacenza di media ben contenti di inseguire le teorie più strampalate, permettono al mito di resistere.

Gli argomenti attraverso i quali i sindonologi ne sostengono l’autenticità seguono due principali filoni: la demolizione della prova del Carbonio 14 e la pretesa impossibilità di riprodurre il manufatto. Contro la datazione gli sforzi dei “negazionisti” sono veramente prodigiosi: innanzitutto c’è chi sostiene che dietro ai test vi sia l’immancabile lobby massonica, che avrebbe falsificato deliberatamente i dati, gettando un’ombra sulla lunga querelle tra le sedi candidate alla realizzazione dell’esperimento.

Sarebbero poi presenti anche degli errori nei calcoli statistici relativi ai dati del laboratorio di Tucson, che potrebbero forse spostare di qualche anno la datazione. Servirebbe però un miracolo, questa volta vero, per retrodatare il risultato di 1300 anni.

E’ stata avanzata anche l’ipotesi che il campione prelevato non fosse originale. Margherita d’Austria, zia di Carlo V, avrebbe fatto prelevare un lembo della veste, poi sostituito con un rattoppo. Disgraziatamente l’equipe di scienziati avrebbe prelevato proprio quel frammento. L’ipotesi, formalmente plausibile, potrebbe essere facilmente verificata con un nuovo test, ma forse si preferisce mantenere un alone di mistero.

Esistono poi ipotesi pseudoscientifiche veramente gustose: nel 1532 la Sindone è stata sottratta ad un incendio a Chambery. Per alcuni il calore delle fiamme ne avrebbe alterato la radioattività. Demolita scientificamente l’ipotesi, rivelatasi completamente infondata, ne è stata partorita subito un’altra: non il fuoco, ma dell’olio di colza usato per ripulire il telo avrebbe aumentato la quantità di carbonio, sfalsando di tredici secoli il risultato. Fatto questo che potrebbe teoricamente succedere, ma solo dopo aver rovesciato litri e litri d’olio sull’immagine dell’Unto del Signore. Le due ricerche, opera entrambe di due screditati studiosi russi, lo scienziato Kouznetsov e l’ex agente del Kgb Fesenko, hanno ricevuto notevole risalto sui media italiani. Peccato però che le loro smentite siano rimaste relegate alle riviste specializzate.

A prescindere dalla datazione, resta però aperto l’interrogativo su come la Sindone sia stata ottenuta. Ancora oggi non esiste una tesi definitiva, tra le molte avanzate, in grado di spiegare in modo conclusivo il procedimento usato. Vi sono le tesi più antiche, come quella vaporografica, che vede nella Sindone il prodotto di una reazione chimica tra il tessuto e alcuni aromi, completamente demolita da studi più recenti; è stata esclusa da quasi tutti gli studiosi anche l’eventualità che la sagoma umana sia stata dipinta, dopo aver constatato dopo accurate analisi l’assenza di pigmenti. Più recentemente è stato proposto il metodo della strinatura, ottenuto bruciando parzialmente il tessuto. Il procedimento permette di riprodurre l’immagine ma non l’effetto tridimensionale.

Il progresso più importante nel campo è però stato compiuto di recente dal professor Garlaschelli dell’Università di Pavia in collaborazione con il Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) e l’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti). Il professore ha realizzato una copia della Sindone utilizzando mezzi potenzialmente accessibili ad un falsario del ‘300. Il risultato non è non poteva essere identico all’originale, ma ne riproduce alcune caratteristiche considerate irriproducibili, come l’assenza di pigmento o la tridimensionalità, utilizzando il metodo del bassorilievo in gesso, ossia strofinando con un tampone cosparso di ocra rossa un telo poggiato sul corpo di un volontario.

In conclusione si può dire che dopo la prova regina della datazione del Carbonio 14 ed altre dimostrazioni collaterali la tesi che difende l’autenticità della Sindone sia diventata, scientificamente parlando, completamente insostenibile. Sorprende l’accanimento di alcuni scienziati nel difenderla, soprattutto quando questo genere di miracoli, verso i quali persino la Chiesa si mostra molto prudente, nulla toglie e nulla aggiunge alla Fede del credente.

Filippo Bernasconi

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