GLI INVISIBILI: 35 RHUMS

Cos’è deci­si­vo per la nostra for­ma­zio­ne: ciò che leg­gia­mo o ciò che non leg­gia­mo? Quel­lo che abbia­mo visto o quel­lo che non vedre­mo? Ine­vi­ta­bil­men­te entram­bi con­cor­ro­no a for­ma­re ciò che, in una paro­la, chia­mia­mo gusto. Se que­sto è vero, allo­ra var­rà la pena di pro­va­re a capi­re, vol­ta per vol­ta, per­ché man­chia­mo cer­ti incon­tri o occa­sio­ni, cer­ti libri o film.

Pren­dia­mo il cine­ma, è sem­pli­ce: alcu­ni film nel nostro pae­se non esco­no. For­se nes­su­no andreb­be a veder­li o qua­si, anche per­ché è mol­to pro­ba­bi­le che in pochi sareb­be­ro capa­ci di apprez­zar­li, ma que­sto perché?

L’an­no scor­so è usci­to 35 rhums (vers. ingl. 35 sho­ts of rum) del­la regi­stra Clai­re Denis, osan­na­to ovun­que, qui ignorato. 

Si trat­ta di una straight sto­ry, appa­ren­te­men­te faci­le: un padre che ama la pro­pria figlia: Lio­nel (Alex Descas), auti­sta del­la metrò, vedo­vo, e Jose­phi­ne (Mati Diop), gio­va­ne stu­den­tes­sa di Scien­ze Poli­ti­che e com­mes­sa in un nego­zio di dischi. Attor­no alle loro, due altre esi­sten­ze, spez­za­te. Gabriel­le (Nico­le Dogue), ex di Lio­nel, taxi­sta, e Noé (Gré­goi­re Colin), gio­va­ne inquie­to, non si sa bene di cosa viva , oltre che assie­me al suo gat­to. Vor­reb­be par­ti­re, lascia­re la casa una vol­ta per tut­te, sen­za far­lo mai. Un po’ in dispar­te, Rene (Julieth Mars Tous­saint), col­le­ga di Lio­nel, costret­to a una pen­sio­ne for­za­ta, inde­si­de­ra­ta, che ridu­ce la sua vita a un sus­se­guir­si di gior­ni dif­fi­ci­li da riem­pi­re.

Gabriel­le ama anco­ra Lio­nel, lo cer­ca più di quan­to lui sia dispo­sto a lasciar­si tro­va­re, Noè scher­za, anche se non è chia­ro fino a che pun­to, con Jo, bel­lis­si­ma eppu­re indif­fe­ren­te alla sua stes­sa bel­lez­za (indif­fe­ren­za che è par­te di quel­lo stes­so incon­sa­pe­vo­le fasci­no che divi­de col padre).

Una sera sono tut­ti assie­me diret­ti a un con­cer­to, ma la mac­chi­na di Gabriel­le si fer­ma sot­to il dilu­vio. Nel cor­so del­la not­te che segue alcu­ni fram­men­ti del­la sto­ria comin­cia­no a ricom­por­si, secon­do la comu­ne misce­la di casua­li­tà e desti­no.

Il film ha la capa­ci­tà di mostra­re al di là del­le paro­le, e al di sot­to del­la super­fi­cie degli even­ti gli affet­ti, i sen­ti­men­ti, le inquie­tu­di­ni, le ansie, e i momen­ti di feli­ci­tà dei pro­ta­go­ni­sti, l’e­vol­ve­re del­la loro inte­rio­ri­tà.

Aggiun­ge pre­zio­si­tà al tut­to la colon­na sono­ra dei Tin­der­sticks e la splen­di­da foto­gra­fia di Agnes Godard.

Il tito­lo si rife­ri­sce a un rito da com­pie­re in occa­sio­ne di un momen­to speciale.

Saper rac­con­ta­re l’a­mo­re è for­se ciò che più man­ca al nostro cine­ma (ma si potreb­be spez­za­re la fra­se per tro­va­re tre cose di cui ugual­men­te fa difet­to: sape­re, rac­con­ta­re, amo­re), come can­ta­va Celen­ta­no (ma un rina­sci­men­to è for­se in vista).

Le man­can­ze degli auto­ri si riflet­to­no poi in quel­le del pub­bli­co, che pro­prio que­sto tipo di film cor­re in mas­sa a vede­re (cioè, di nuo­vo, quel­li che mal rac­con­ta­no l’amore).

Ecco allo­ra l’im­por­tan­za di ope­re come quel­la del­la Denis.

L’arte è un con­ti­nuo stu­dio d’al­fa­be­to. Se la fre­quen­tia­mo è per impa­ra­re a leg­ge­re meglio tut­to ciò che sia­mo, che vivia­mo, e non per un’in­cor­reg­gi­bi­le biso­gno d’es­se­re sal­va­ti. L’u­ni­ca con­so­la­zio­ne è che non c’è con­so­la­zio­ne. E che, nono­stan­te que­sto, ne vale la pena.

Giu­sep­pe Argentieri

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