Il gioco della guerra e l’educazione al pensiero libero — Intervista al partigiano Luigi Pestalozza

Lui­gi Pesta­loz­za ha par­te­ci­pa­to gio­va­nis­si­mo alla Resi­sten­za, mili­tan­do a 16 anni nel­le Bri­ga­te Giu­sti­zia e Liber­tà. Ha ade­ri­to al PCI nel 1956, dopo la desta­li­niz­za­zio­ne, per poi lavo­ra­re pres­so la Sezio­ne cul­tu­ra­le del­la Dire­zio­ne del Par­ti­to. Esper­to di Costi­tu­zio­ne e appas­sio­na­to di musi­ca, ha inse­gna­to sto­ria del­la musi­ca pres­so l’Ac­ca­de­mia di Bel­le Arti di Bre­ra ed è sta­to cri­ti­co musi­ca­le per il set­ti­ma­na­le Rina­sci­ta. All’at­ti­vi­tà di sto­ri­co del­la musi­ca, alter­na quel­la di gior­na­li­sta e pub­bli­ci­sta. Come invia­to di Rina­sci­ta e del­l’Uni­tà ha viag­gia­to lun­go l’A­fri­ca, seguen­do da vici­no la Rivo­lu­zio­ne soma­la. Tra i suoi libri pub­bli­ca­ti: Il pro­ces­si Muti; Il cit­ta­di­no; Lezio­ni di edu­ca­zio­ne civi­ca; Soma­lia, cro­na­ca di una rivo­lu­zio­ne. E’ attual­men­te Vice­pre­si­den­te dell’Associazione Nazio­na­le Par­ti­gia­ni d’Italia (A.N.P.I).
Nel­la lun­ga chiac­chie­ra­ta che ci ha con­ces­so, spa­zia dal­l’a­na­li­si eco­no­mi­ca e poli­ti­ca del­l’I­ta­lia attua­le a cita­zio­ni lega­te alla sua vastis­si­ma cul­tu­ra musi­ca­le. Ma i rac­con­ti che lo vedo­no più coin­vol­to sono i ricor­di del­la sua espe­rien­za di par­ti­gia­no. Ricor­da con nostal­gia la Com­pa­gna Bian­chi­na, “ragaz­za corag­gio­sis­si­ma”, che tra­spor­ta­va le armi sul­la sua bici­clet­ta e del­la qua­le, dopo il suo arre­sto, non si è sapu­to più nien­te. E ricor­da con sim­pa­tia la mai­tres­se del casi­no, che nascon­de­va le armi per i par­ti­gia­ni, che per recu­pe­rar­le dove­va­no fin­ger­si clienti.
Par­tia­mo dal­la tua espe­rien­za di par­ti­gia­no. Cosa ti ha spin­to a entra­re nel­la Resi­sten­za a 16 anni?
Su que­sto ho scrit­to addi­rit­tu­ra un libro, si chia­ma Il gio­co del­la guer­ra. Mi ha spin­to la mia vita in fami­glia. Appar­te­ne­vo a una fami­glia miliar­da­ria ma di un anti­fa­sci­smo asso­lu­to. Nel ’38 mio padre è sta­to pro­ces­sa­to, con­dan­na­to e sia­mo sta­ti anche ridot­ti in pover­tà. E così all’8 set­tem­bre mi sono subi­to dato da fare per entra­re nel­la Resi­sten­za. Sono entra­to esat­ta­men­te il 20 feb­bra­io 1944, qui a Mila­no, nel gior­no in cui com­pi­vo 16 anni. Non vi col­pi­sca la cosa per­ché era­va­mo tan­tis­si­mi così gio­va­ni. Occor­re pen­sa­re che chi ave­va 16 anni nel ‘44 ave­va die­tro di sé quat­tro anni di guer­ra, di case bom­bar­da­te ‑com­pre­sa la nostra‑, di mor­ti ‑il fidan­za­to di mia sorel­la mag­gio­re era mor­to in Alba­nia.
Aven­do 16 anni non mi han­no man­da­to in mon­ta­gna, ma mi han­no tenu­to a Mila­no. La cosa più straor­di­na­ria in pro­po­si­to è che a Mila­no era­va­mo 720 par­ti­gia­ni a fron­te di 11000 tra tede­schi e fasci­sti. Però chi domi­na­va la cit­tà era­va­mo noi, e loro non riu­sci­va­no mai a sape­re dove noi faces­si­mo un disar­mo, o un comi­zio davan­ti a una fab­bri­ca all’ora del pasto. Spe­ri­men­ta­va­mo la soli­da­rie­tà del popo­lo mila­ne­se, cul­mi­na­ta a mar­zo, con lo scio­pe­ro gene­ra­le di tre gior­ni. Scio­pe­ra­va­no anche i mez­zi di tra­spor­to e noi pat­tu­glia­va­mo la cit­tà. Per quan­to riguar­da la mia bri­ga­ta, Giu­sti­zia e Liber­tà, ci era sta­ta affi­da­ta la vigi­lan­za di cor­so XXII Mar­zo. Alla mat­ti­na i tram non anda­va­no, e tene­te con­to che scio­pe­ra­re per i tram­vie­ri non era poco per­ché dove­va­no star­se­ne a casa, quin­di cia­scu­no si fida­va, sape­va che anche il com­pa­gno sareb­be sta­to a casa. Però ver­so le undi­ci del­la mat­ti­na i tram comin­cia­va­no ad anda­re gui­da­ti dai fasci­sti, e noi gioi­va­mo per­ché sui tram non sali­va nes­su­no. Gri­da­va­no: “Sali­te, sali­te, tut­to fun­zio­na!” e la gen­te con­ti­nua­va a cam­mi­na­re tran­quil­la, ignorandoli. 
Come vice­pre­si­den­te dell’A.N.P.I, cosa pen­si si deb­ba fare per evi­ta­re che l’an­ti­fa­sci­smo sia per­ce­pi­to uni­ca­men­te in un’ acce­zio­ne com­me­morati­va?
È una del­le cose che io cer­co di fare inu­til­men­te. Qui devo fare una cri­ti­ca in gene­ra­le all’A.N.P.I, e non sono il solo. Ci bat­tia­mo per­ché l’A.N.P.I diven­ti trai­nan­te nel por­re la que­stio­ne dell’applicazione del­la Costi­tu­zio­ne repub­bli­ca­na ma nell’associazione pre­va­le un’impostazione cele­bra­ti­va. All’ultimo con­gres­so abbia­mo modi­fi­ca­to lo sta­tu­to apren­do i ruo­li diri­gen­ti anche agli iscrit­ti più gio­va­ni sen­za biso­gno che per acce­der­vi si abbia par­te­ci­pa­to alla Resi­sten­za. Ma non c’è nien­te da fare, l’A.N.P.I rima­ne l’organizzazione del­la memo­ria, e non del pro­get­to.
Ora vor­rem­mo sfrut­ta­re anche la tua espe­rien­za di musi­co­lo­go…
La mia espe­rien­za di musi­co­lo­go par­te dal fat­to che io non sia un musi­co­lo­go, ma uno sto­ri­co del­la musi­ca. Il ter­mi­ne musi­co­lo­go si por­ta den­tro il posi­ti­vi­smo otto­cen­te­sco, e cioè una con­ce­zio­ne pura­men­te ogget­tua­le del­la musi­ca, e non del­la musi­ca come par­te del­la sto­ria. Musi­co­lo­go è un ter­mi­ne selet­ti­vo, inse­ri­to in una con­ce­zio­ne spe­cia­li­sti­ca dei rap­por­ti, per cui io so tut­to del­la musi­ca ma mi occu­po solo del­la musi­ca. Que­sta visio­ne cul­mi­na nell’attenzione pri­vi­le­gia­ta alla cosid­det­ta “Gran­de Musi­ca” e nel­la pro­po­si­zio­ne del­la cate­go­ria odio­sa e che io ripu­dio del Genio, che è sem­pre di coper­tu­ra al pote­re. Alla base di que­ste con­ce­zio­ni c’è sem­pre l’idea come di un’infusione divi­na che scin­de l’unità tra ciò che si è e ciò che si fa e si dice. 
Musi­ca quin­di come par­te irri­nun­cia­bi­le del­la cul­tu­ra e del­la sto­ria, ma ti chie­dia­mo allo­ra, che fine ha fat­to il dibat­ti­to intel­let­tua­le-cul­tu­ra­le? Negli anni ’60-’70 era mol­to fer­vi­do, dal For­ma­li­smo rus­so al Grup­po 63, alle infi­ni­te avan­guar­die cri­ti­co-arti­sti­che. Da un po’ di tem­po inve­ce sem­bra spen­to. E’ dav­ve­ro così? O il dibat­ti­to esi­ste ma è som­mer­so o eli­ta­rio?
In real­tà è scom­par­so per­ché dal­la fine degli anni ‘70, non sol­tan­to in Ita­lia, ma nel mon­do, avvie­ne l’affermazione del capi­ta­li­smo finan­zia­rio su quel­lo pro­dut­ti­vo. Le con­trad­di­zio­ni muta­no e in que­sto con­te­sto irrom­pe un nuo­vo model­lo di cul­tu­ra, che ha in Cra­xi il suo pun­to d’inizio nel nostro pae­se ed è oggi domi­nan­te. Io ho cono­sciu­to Cra­xi anche per­so­nal­men­te e ho avu­to a che fare con la poli­ti­ca cul­tu­ra­le del PSI quan­do ero diri­gen­te del set­to­re musi­ca del dipar­ti­men­to cul­tu­ra del PCI. Per esem­pio fui con­tat­ta­to da un diri­gen­te cra­xia­no che mi offrì qual­sia­si cifra in cam­bio del mio impe­gno per garan­ti­re l’appoggio del nostro par­ti­to a un loro dise­gno di leg­ge in mate­ria musi­ca­le, per il qua­le era­va­mo e sia­mo rima­sti con­tra­ri. In sostan­za que­sto nuo­vo modo di con­ce­pi­re i rap­por­ti in cam­po socia­le, come in cam­po cul­tu­ra­le, si carat­te­riz­za per la sua con­ce­zio­ne di una fun­zio­na­li­tà diret­ta all’interesse indi­vi­dua­le o di grup­po pri­vi­le­gia­to ricer­ca­ta in modo spre­giu­di­ca­to, che fini­sce per vani­fi­ca­re la liber­tà del dibat­ti­to e nega­re la ricer­ca libe­ra dagli inte­res­si mate­ria­li domi­nan­ti. In que­sto cli­ma avan­za una cul­tu­ra del­la neu­tra­liz­za­zio­ne del­le idee. Desi­de­ro cita­re un con­ve­gno del­la Con­fin­du­stra del ‘95 sul tema cul­tu­ra e scuo­la il cui docu­men­to con­clu­si­vo sostie­ne che, nell’ottica dell’interconnessione tra siste­ma eco­no­mi­co, cul­tu­ra e for­ma­zio­ne, il siste­ma sco­la­sti­co deb­ba esse­re inte­ra­men­te ricon­ce­pi­to e indi­riz­za­to alla for­ma­zio­ne di “men­ti d’opera eman­ci­pa­te dal sape­re cri­ti­co”. Que­sto è alla base di quan­to sta avve­nen­do anche qui nell’università, dove sta pre­va­len­do l’educazione al saper fare su quel­la al pen­sa­re. Que­sto mi ricor­da la poli­ti­ca sco­la­sti­ca del fasci­smo, che ho spe­ri­men­ta­to diret­ta­men­te, aven­do fre­quen­ta­to le scuo­le del regi­me fino al gin­na­sio. Ricor­do anco­ra le rab­bio­se rea­zio­ni repres­si­ve susci­ta­te dai miei dub­bi di bam­bi­no, come quan­do chie­si per­chè, con tut­ti i mari che esi­sto­no, i nostri temi ver­te­va­no solo sul Mare Nostrum (allo­ra c’era la sma­nia mus­so­li­nia­na del Medi­ter­ra­neo). L’insegnante chia­mò addi­rit­tu­ra i miei geni­to­ri a col­lo­quio col diret­to­re didat­ti­co per sape­re chi mi aves­se inse­gna­to a dire cer­te cose…Effettivamente, appar­te­nen­do io a una fami­glia di bor­ghe­sia demo­cra­ti­ca, non libe­ra­le, ero abi­tua­to a pen­sa­re e com­por­tar­mi diver­sa­men­te dai miei com­pa­gni. E io mi ricor­do anco­ra il dito pun­ta­to ver­so di me del­la mia mae­stra che mi redar­gui­va davan­ti a tut­ti, dicen­do­mi “tu sei qua per impa­ra­re non per pen­sa­re!”. Mez­zo seco­lo dopo abbia­mo la Con­fin­du­stria che dice esat­ta­men­te la stes­sa cosa. In que­sto cli­ma si è disfat­to tut­to il fer­men­to cul­tu­ra­le cul­mi­na­to negli anni ‘60 e ’70.

Nel­la tua bio­gra­fia, anche poli­ti­ca, spic­ca mol­to la volon­tà di man­te­ne­re una for­te indi­pen­den­za di idee. Qual è, secon­do te, il ruo­lo del­la cul­tu­ra nel man­te­ne­re un’autonomia di pen­sie­ro?
Occor­re a mio avvi­so riflet­te­re a par­ti­re dall’autonomia del­la cul­tu­ra, che signi­fi­ca anzi­tut­to auto­no­mia del sape­re, venu­ta meno con il pro­ces­so di pri­va­tiz­za­zio­ne ini­zia­to all’epoca di Cra­xi e giun­to oggi a matu­ra­zio­ne. Per­ché si infie­ri­sce in manie­ra così diret­ta e impla­ca­bi­le sul­la cul­tu­ra, taglian­do i fon­di, ridu­cen­do l’intervento pub­bli­co a inter­ven­to di sup­por­to all’appropriazione pri­va­ta del­le atti­vi­tà cul­tu­ra­li, nel­la tota­le assen­za di un pro­get­to? Per­ché la cul­tu­ra, se auto­no­ma, ti edu­ca all’autonomia del pen­sa­re. Come ci ha inse­gna­to Marx, ma pri­ma di lui il vero Gesù Cri­sto, quel­lo non fal­sa­to dal Con­ci­lio di Nicea, occor­re met­te­re al cen­tro l’Uomo, facen­do­ne il per­no dell’azione e del­la tra­sfor­ma­zio­ne. È evi­den­te come non si pos­sa riu­sci­re in que­sto in assen­za di auto­no­mia del­la cul­tu­ra. Non a caso, le clas­si domi­nan­ti han­no sem­pre mira­to a que­sto: nega­re auto­no­mia alla cul­tu­ra attra­ver­so una poli­ti­ca dell’accesso al sape­re come acces­so alla for­ma­zio­ne tec­ni­ca, non uma­ni­sti­ca e quin­di non in gra­do di coglie­re e ana­liz­za­re le con­trad­di­zio­ni che divi­do­no gli uomini.
Al ter­mi­ne del­l’in­con­tro Lui­gi Pesta­loz­za, riflet­ten­do sul­la for­tu­na-sfor­tu­na gene­ra­zio­na­le e para­go­nan­do la ric­chez­za di sti­mo­li e di idee del­la sua ado­le­scen­za al pano­ra­ma socia­le attua­le, ci lascia con un’affermazione com­pren­si­va e soli­da­le: “Io ho avu­to una vita dif­fi­ci­le ma bel­lis­si­ma. Imma­gi­no che vita dif­fi­ci­le dove­te ave­re voi, cir­con­da­ta dal vuoto”.

Lau­ra Car­li e Giu­dit­ta Gre­chi

foto­gra­fie di Ales­san­dro Massone
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Alessandro Massone
Desi­gner di gior­no, blog­ger di not­te, pod­ca­ster al crepuscolo.

4 Commenti su Il gioco della guerra e l’educazione al pensiero libero — Intervista al partigiano Luigi Pestalozza

  1. Com­pli­men­ti! L’in­ter­vi­sta è venu­ta dav­ve­ro bene! Sono sicu­ro che anche Pesta­loz­za sarà contentissimo…

    Ales­sio

  2. Vera­men­te una bel­la inter­vi­sta.…
    com­pli­men­ti a tut­ti, ad Ales­sio, alle inter­vi­sta­tri­ci, e a Pesta­loz­za in particolare.

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