Del: 2 Aprile 2010 Di: Redazione Commenti: 0

L’Iran e la protesta degli studenti
Il Movimento Verde Iraniano è sicuramente un argomento complesso e delicato a cui la stampa italiana non ha dedicato sufficiente attenzione. Dopo un lungo colloquio con uno studente iraniano trasferitosi in Italia, M.S., sono emerse dinamiche e problematiche molto interessanti e credo ignorate da molti dei lettori che si cibano delle notizie diffuse dalle pubblicazioni nazionali.

Innanzi tutto, mi pare logico iniziare con la domanda più ovvia:Cosa è il Movimento Verde?

È bene chiarire che non si tratta di un movimento strutturato, ma spontaneo, nato all’indomani delle elezioni presidenziali del 13 giugno, (quelle che riconfermarono il potere al presidente Mahmud Ahmadinejad, a scapito del leader riformista Mir-Hossein Mousavi), in un clima già di fermento, come forma di protesta contro i presunti brogli elettorali. Da allora il movimento ha acquisito sempre più popolarità rafforzandosi e costruendosi progressivamente nell’azione di piazza.

Dopo lo spoglio delle schede elettorali, molte sono state le occasioni per gli oppositori di tornare a manifestare, sfruttando le ricorrenze legate al regime e agli anniversari religiosi o utilizzando date indipendenti. Tra queste ultime è necessario ricordare le celebrazioni del 7 dicembre nelle Università iraniane, in ricordo dei tre studenti uccisi nel 1953 dalla polizia dello Scià. La Giornata dello Studente doveva essere la prova di forza del movimento e un’occasione per coinvolgere una più ampia fascia della popolazione. Non solo studenti, intellettuali e dissidenti, ma anche quella classe media, individuabile nella concezione più ampia di “popolazione lavorativa”, rimasta estranea alla protesta e non tutelata da alcun tipo di istituzione sindacale. Una partecipazione massiccia avrebbe significato un’importante presa di posizione, destabilizzando l’equilibrio sociale interno: il presupposto per una vera e propria rivoluzione, accompagnata dal ricordo e dalle istanze (ridistribuzione delle ricchezze, democrazia, giustizia sociale) di quella del 1979, ma rompendo con le vecchie ideologie.

Speranze disilluse. L’utilizzo dei Basiji (milizie volontarie controllate dalla Guardia Rivoluzionaria, i Pasdaran), e una più limitata libertà di informazione, sono i segnali di un regime sempre più compatto e risoluto nella repressione del dissenso.

Il movimento però resiste e giorno dopo giorno prende coscienza di sé e dell’incompatibilità con il sistema.

L’eterogeneità del movimento introduce un’altra questione: cosa lo tiene compatto?

“Si tratta di un movimento contro la dittatura – sottolinea M.S. – che prende coscienza di sé giorno dopo giorno, sicuro della propria incompatibilità con il regime”. Un regime che, attraverso le politiche, perpetua la forza della propria nomenclatura. Un sistema che ha contribuito ad accrescere il ruolo sociale, politico, economico dei Pasdaran, detentori delle risorse finanziarie del Paese e di circa un terzo dell’economia iraniana. Secondo M.S. qualora si riuscisse a sovvertire l’ordine esistente e i riformisti si trovassero al governo, poco potrebbero contro la politica dei sussidi di Stato. Questo evidenzia le complessità e le ambiguità del movimento: rivoluzionario, perché teso a sovvertire il regime, riformista perché i leader a cui esso si riferisce sono comunque legati agli ideali dell’Ayatollah e della Repubblica Islamica. Mousavi, Karrubi e Khatami, gli ispiratori dell’Onda Verde, sono infatti ex funzionari di Stato ben inseriti nella struttura istituzionale. D’altra parte c’è la necessità di legarsi a figure di riferimento, adatte a creare le basi politiche su cui costruire un nuovo potere.

Per il momento non ci resta che mantenere viva l’attenzione su ciò che sta accadendo e seguirne gli sviluppi.

Michela Giupponi

Green Days è il titolo della docu-fiction della regista iraniana Hana Makhmalbaf, presentata nella sezione Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

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