IL TEMPO DI SCHIELE

“La guer­ra è fini­ta, e io devo anda­re. I miei qua­dri saran­no espo­sti nei musei di tut­to il mondo.”

Que­ste le ulti­me paro­le pro­nun­cia­te da uno dei padri dell’espressionismo austria­co, pri­ma di mori­re di feb­bre spa­gno­la nel 1918, nean­che tren­ten­ne.
E infat­ti dal 24 feb­bra­io al 6 giu­gno 2010 Palaz­zo Rea­le pro­po­ne a Mila­no una mostra che, in col­la­bo­ra­zio­ne con il Leo­pold Museum di Vien­na, rac­co­glie qua­ran­ta ope­re del pit­to­re Egon Schie­le e altre di suoi con­tem­po­ra­nei qua­li Klimt, Moser, Ger­stl e Koko­sch­ka, del qua­le è pos­si­bi­le ammi­ra­re il cele­bre “Auto­ri­trat­to con mano sul viso”.

Le ulti­me paro­le del pit­to­re, tut­ta­via, oltre che pro­fe­ti­che sono sin­to­mo di un’importante con­sa­pe­vo­lez­za: egli era coscien­te del­la sua rag­giun­ta matu­ri­tà arti­sti­ca e del suo esse­re dive­nu­to, dopo l’affrancamento dall’esempio di Klimt e del­la Seces­sio­ne vien­ne­se, capo di una nuo­va scuo­la arti­sti­ca pro­iet­ta­ta ver­so il futu­ro. Era il 1918, l’Austria usci­va scon­fit­ta dal­la guer­ra, le spe­ran­ze dell’“epoca del­le cer­tez­ze” del­la Vien­na “felix” di fine seco­lo si sgre­to­la­va­no, e si pote­va ormai scor­ge­re l’inquietudine e il disa­gio di una nuo­va epo­ca a cui Schie­le non ave­va mai avu­to timo­re di guar­da­re sen­za rim­pian­ti per il pas­sa­to. All’arte pur inno­va­ti­va ma anco­ra lega­ta alla tra­di­zio­ne del­la Seces­sio­ne si era sosti­tui­ta la nuo­va arte dell’espressionismo.

L’esposizione si pone come obiet­ti­vo il far com­pren­de­re allo spet­ta­to­re qua­le sia il cli­ma in cui si col­lo­ca­no la nasci­ta dell’arte moder­na in Austria e in par­ti­co­la­re l’elaborazione del­le ope­re di un arti­sta che sape­va dare ai suoi per­so­nag­gi un “respi­ro arden­te e appas­sio­na­to”, citan­do le paro­le di Rudolf Leo­pold, cura­to­re del­la mostra e diret­to­re arti­sti­co del Leo­pold Museum. Il cura­tis­si­mo alle­sti­men­to, infat­ti, pro­iet­ta il visi­ta­to­re in una sor­ta di pas­seg­gia­ta nel tem­po e gli per­met­te di rivi­ve­re un fram­men­to di sto­ria: quel­lo del­la Vien­na tra ‘800 e ‘900. Come in un libro dispie­ga­to, una nar­ra­zio­ne di un’altra dimen­sio­ne spa­zio-tem­po­ra­le, si affac­cia­no alla per­ce­zio­ne del­lo spet­ta­to­re foto­gra­fie d’epoca, pan­nel­li di con­te­stua­liz­za­zio­ne sto­ri­ca, val­zer come sot­to­fon­do musi­ca­le e le ope­re degli arti­sti. Il tut­to rea­liz­za­to con moti­vi gra­fi­ci e tipo­gra­fi­ci del nuo­vo gusto deco­ra­ti­vo del pri­mo Nove­cen­to vien­ne­se, segna­to dal­la nasci­ta del gra­phic desi­gn e dal­le scel­te este­ti­che del­la Wie­ner Werk­stat­te, dit­ta lega­ta al desi­gn, la qua­le fon­de­va vari sti­li, dal Liber­ty allo Jugend­stil alla Seces­sio­ne, in un nuo­vo clas­si­ci­smo.

In tale con­te­sto di spe­ri­men­ta­zio­ne arti­sti­ca, let­te­ra­ria e musi­ca­le, per­mea­to di otti­mi­smo e cer­tez­ze, ini­zia la sua car­rie­ra Egon Schie­le. Il pit­to­re, dopo aver abban­do­na­to l’Accademia di Bel­le Arti, esor­di­sce con uno sti­le pre­zio­so, di cui è esem­pio La dan­za­tri­ce di Moa con il suo cro­ma­ti­smo dora­to, for­te­men­te influen­za­to dal mae­stro Gustav Klimt. Subi­to però l’irrequieto spi­ri­to inda­ga­to­re dell’artista lo spin­ge a tro­va­re nuo­vi regi­stri for­ma­li, che inda­ghi­no le inquie­tu­di­ni e gli impul­si segre­ti del­la natu­ra uma­na. Pro­prio negli stes­si anni Freud ini­zia­va la sua ricer­ca sull’inconscio e defi­ni­va le pul­sio­ni fisi­che e ses­sua­li for­ze deter­mi­nan­ti per la psi­che, e un roman­zie­re come Arthur Sch­ni­tz­ler dava voce a desi­de­ri irra­zio­na­li abi­tual­men­te respin­ti dal­la socie­tà, Schie­le comin­cia a por­re sul­la tela una sor­ta di dia­rio inti­mo. Abbia­mo nume­ro­si auto­ri­trat­ti, tra cui citia­mo “Auto­ri­trat­to con alche­chen­gi”, ese­gui­ti con uno sti­le scar­no, asciut­to, com­po­sto da pochi trat­ti dram­ma­ti­ci che rea­liz­za­no il cor­po come un orga­ni­smo sof­fe­ren­te e inquie­to, dal vol­to teso e dai gesti ner­vo­si, attra­ver­so i qua­li il pit­to­re fa tra­spa­ri­re l’interiorità del sog­get­to. Il suo sguar­do luci­do e impie­to­so si ser­ve spes­so del­lo spec­chio come stru­men­to d’osservazione, un ogget­to ricor­ren­te anche nel­le foto­gra­fie che ritrag­go­no l’artista. Infi­ne Schie­le appro­da a una fase di ero­ti­smo matu­ro, che ha al cen­tro non la nudi­tà astrat­ta e paci­fi­ca­ta dell’arte clas­si­ca, ma quel­la lega­ta diret­ta­men­te alla ses­sua­li­tà, all’eros inte­so come real­tà quo­ti­dia­na spes­so cru­da, affron­tan­do tabù come l’autoerotismo e l’omosessualità fem­mi­ni­le. La cari­ca pro­vo­ca­to­ria di que­ste rap­pre­sen­ta­zio­ni susci­tò uno scan­da­lo che si accom­pa­gnò al suc­ces­so nel momen­to cul­mi­nan­te del­la car­rie­ra del pit­to­re, scan­da­lo che non sem­bre­reb­be in gra­do di rag­giun­ge­re lo spet­ta­to­re di oggi, assue­fat­to dal­la con­ti­nua vista di imma­gi­ni lega­te alla nudi­tà e al ses­so. Eppu­re que­ste ope­re han­no un effet­to per­tur­ban­te e por­ta­to­re di sot­ter­ra­nei timo­ri: ciò che pro­vo­ca sgo­men­to è la sen­sa­zio­ne che l’eros di Schie­le trat­teg­gi sce­na­ri di fol­lia visio­na­ria, rap­pre­sen­tan­do non una bana­le espe­rien­za edo­ni­sti­ca con­su­ma­bi­le in tran­quil­li­tà ma pul­sio­ni incon­trol­la­bi­li che pure muo­vo­no la nostra psi­che. La bel­lez­za ter­ri­bi­le e grot­te­sca di que­sti cor­pi tur­ba il nostro inton­ti­men­to di ordi­na­ti e seda­ti uomi­ni del­la socie­tà civile.

Ire­ne Nava

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